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di Stefano Mammini

La mostra Cartier e il Mito ai Musei Capitolini, visitabile a Roma fino al 15 marzo 2026, segna due importanti prime volte. Dal 1734, anno della sua inaugurazione, il Palazzo Nuovo – così chiamato perché costruito ex novo, sulla base del progetto di Michelangelo, per completare il disegno della piazza capitolina, in aggiunta ai preesistenti Palazzo Senatorio e Palazzo dei Conservatori – non aveva mai ospitato un’esposizione temporanea.
E poiché tutte le 44 rassegne finora organizzate dalla Collection Cartier, fondata nel 1983, avevano preso spunto dai legami con le tradizioni extraeuropee, ha costituito una novità assoluta anche la scelta di raccontare come la Maison fondata nel 1847 da Louis-François Cartier abbia contribuito alla rilettura dell’antichità classica, greca e romana.

Nelle sale che accolgono le oltre 400 sculture della Collezione Albani, acquistata da papa Clemente XII Corsini e da questi portata in Campidoglio, si snoda un percorso che dunque evidenzia il processo di assimilazione e reinterpretazione di temi e modelli propri della tradizione antica da parte dei maestri gioiellieri attivi a Parigi. Un fenomeno al quale, soprattutto fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, contribuirono in maniera decisiva alcuni accadimenti: l’acquisizione della Collezione Campana da parte di Napoleone III, nel 1861; il successo che in tutta Europa andavano riscuotendo le creazioni degli orafi romani Castellani, ispirate alle oreficerie riportate alla luce durante gli scavi archeologici del XVIII e del XIX secolo; nonché la passione di Louis Cartier, nipote del fondatore della Maison, per l’Italia e le sue antichità, provata anche dal ritrovamento, negli Archivi Cartier, di un album fotografico che documenta un viaggio, compiuto nel 1923, in cui visitò numerose città d’arte e siti, fra cui Ercolano e Pompei.

Un particolare dell’allestimento della mostra nella Galleria di Palazzo Nuovo (foto Stefano Mammini).

Spettacolare prologo alla mostra vera e propria è l’installazione realizzata dallo scenografo Dante Ferretti, che ai due lati dello scalone che conduce al primo piano del Palazzo Nuovo propone un montaggio di sequenze di alcune delle pellicole a cui ha lavorato. Scorrono immagini tratte, fra gli altri, da Medea (1968) di Pier Paolo Pasolini, Il nome della rosa (1986) di Jean-Jacques Annaud, Le avventure del barone di Munchausen (1988) di Terry Gilliam e Cenerentola (2015) di Kenneth Branagh.

Le spighe dell’imperatrice

L’esordio del percorso di visita sintetizza in maniera efficace uno dei fili conduttori del progetto espositivo: a un ritratto dell’imperatrice Livia come Cerere, databile fra la tarda età tiberiana e l’età claudia (30-54 d.C.) e già nella Collezione Albani, è accostata una tiara in platino e diamanti degli inizi del Novecento, ricalcata dalla Maison Cartier sulla corona di spighe che cinge il capo della moglie di Augusto, evocando appunto la dea dei campi, nume tutelare dei raccolti. Come nel modello proposto dal busto di Livia – spiega la storica del gioiello Bianca Cappello, che con l’archeologo Stéphane Verger e il sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce ha curato la mostra – la tiara si componeva in origine di tre coppie di spighe, una delle quali è stata però rimossa, probabilmente per ricavare dai due elementi sottratti altrettante spille.

Busto in marmo dell’imperatrice Livia come Cerere. 14-37 d.C. Roma, Musei Capitolini, Palazzo Nuovo (© Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali)
Tiara in platino e diamanti realizzata dalla Maison Cartier sul modello della corona di spighe che cinge il capo di Livia nel busto che la ritrae come Cerere (foto Stefano Mammini).
Mosaico delle Colombe, da Villa Adriana, Tivoli. Fine del I sec. a.C.
Roma, Musei capitolini, Palazzo Nuovo (© Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali).

Altrettanto emblematico è, poco oltre, il caso del mosaico delle Colombe, proveniente da Villa Adriana e detto “di Plinio”, poiché il celebre naturalista lo descrisse nella sua Storia Naturale. Si tratta di una composizione che godette di grande successo già in antico e il cui originale viene assegnato al mosaicista greco Sosos, attivo a Pergamo nel II secolo a.C. L’esemplare rinvenuto a Tivoli è dunque una delle molte copie che nel tempo ne furono tratte e che, a sua volta, divenne in epoca moderna una fonte di ispirazione ricorrente per gioielli e oggetti di pregio, fra cui varie creazioni della Maison Cartier.

Come primi violini di un’orchestra, la corona di Livia e le colombe – con le loro rispettive rivisitazioni – danno dunque il la alla mostra, che, soprattutto nella prima parte, offre continui e suggestivi confronti fra manufatti antichi e moderni. Di grande effetto è la sequenza iniziale, che si apre con la corona di foglie di mirto e argento facenti parte del corredo funebre di Crepereia Trypahena, una giovane donna romana vissuta intorno alla metà del II secolo d.C., il cui sarcofago fu rinvenuto nel 1889 nel corso dei lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia. Alla corona sono associati altri monili appartenenti allo stesso corredo, gioielli della Manifattura Castellani, nonché il calco in gesso per un pendente disegnato da Cartier nel 1902, che s’ispira a una coppia di orecchini con pendente a forma di grappolo di uva proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa, in Puglia (III-II secolo a.C.).

Diadema in platino, diamanti, perle naturali realizzato dalla Maison Cartier per il matrimonio di Maria Bonaparte con il principe Giorgio di Grecia e Danimarca. 1907. Collezione Cartier (Vincent Wulveryck, Collection Cartier © Cartier).
Collana in platino, diamanti, perle naturali,
eseguita su ordinazione dalla Maison Cartier. 1911. Collezione Cartier (Nils Herrmann, Collection Cartier © Cartier).

Principessa e psicanalista

Lungo il percorso di visita – articolato in due macrosezioni principali: Dall’epoca classica alla modernità: Cartier e l’antico e Portare l’universo dentro di sé: Cartier e i miti – sono distribuiti brevi testi, che sottolineano sfaccettature peculiari del tema generale. La Metamorfosi della tiara, per esempio, riprende e approfondisce lo spunto offerto dalle spighe di Livia, presentando vari esemplari di questa categoria di gioielli. Fra di essi spicca la tiara in platino, diamanti e perle naturali realizzata dalla Maison Cartier in occasione delle nozze della principessa Maria Bonaparte con il principe Giorgio di Grecia e di Danimarca, che si celebrarono ad Atene nel 1907.

Un monile attraverso il quale si può brevemente ricordare la vicenda di Maria, che – come ha ricordato ancora Bianca Cappello – era una donna colta, aveva studiato le antichità classiche: era insomma un’erudita, oltre che esponente di una élite importante (fu anche una seguace di Sigmund Freud e diede un apporto decisivo alla diffusione della psicanalisi in Francia, contribuendo, nel 1926, alla fondazione della Societé psychanalitique di Parigi).
A proposito della tiara e degli altri gioielli commissionati a Cartier per il suo matrimonio, dichiarò in un’intervista che era sua intenzione splendere, come una dea: nella città di Atena ambiva ad avere una gloria pari a quella di Venere. E la tiara fu pensata per assecondare le ambizioni della principessa: gli elementi foliati che la compongono sono infatti foglie di alloro, dunque simbolo di gloria, proprio come nelle corone che nell’antica Grecia si consegnavano ai vincitori di competizioni sportive e poetiche.

Alla dea della bellezza rimandano anche le perle che connotano altre magnifiche creazioni della Maison Cartier realizzate agli inizi del Novecento: come Afrodite/Venere, nata dalla spuma del mare, la perla ha infatti origine da un mollusco marino. Nei gioielli scelti per la mostra, colpiscono peraltro le notevoli dimensioni delle perle, dovute alla loro origine selvatica (la diffusione delle perle coltivate con il metodo messo a punto dallo zoologo giapponese Kokichi Mikimoto ebbe inizio solo all’indomani della Prima guerra mondiale).

Elena e le altre

La Sala degli Imperatori di Palazzo Nuovo fa quindi da snodo fra la prima e la seconda parte dell’esposizione e offre un colpo d’occhio particolarmente intrigante: al centro della stanza troneggia la statua seduta di Elena, madre di Costantino, raffigurata secondo un modello classico creato da Fidia per un’immagine di Afrodite (ancora lei!), che si confronta idealmente con ben più moderne regine di bellezza e di stile, fra cui Isadora Duncan, la danzatrice statunitense che fece furore nei primi decenni del Novecento, rivoluzionando le regole del balletto classico. Elena la “osserva” mentre danza sulla riva del mare indossando una tunica Delphos, l’elegante abito plissettato che Mariano Fortuny disegnò ispirandosi alla veste dell’Auriga di Delfi, uno dei capolavori dell’arte greca. Oltre ai gioielli riuniti in questa sezione, viene così offerta una ulteriore testimonianza di quanto fosse forte il richiamo dei canoni classici, anche al di fuori del mondo dell’oreficeria.

Un particolare dell’allestimento della mostra nella Sala degli Imperatori di Palazzo Nuovo.
Al centro, la statua seduta di Elena, madre di Costantino; sulla destra, la tunica Delphos
di Mariano Fortuny (foto Stefano Mammini).

Nelle sale successive (dei Filosofi, il Salone, del Fauno e del Gladiatore), è netta la prevalenza delle creazioni moderne, che comunque rispettano i criteri che ne hanno ispirato l’inserimento nella mostra: cambiano gli stili e le soluzioni tecniche, ma l’antico aleggia anche nei gioielli più recenti. Rispetto alla prima parte, che in qualche modo si potrebbe considerare più concreta, perché più vicina all’archeologia vera e propria, nella seconda parte della mostra, pur attraverso elementi materiali, si sono voluti evocare anche concetti cari alla filosofia, come per esempio l’ordine del mondo o il tempo, raccontati sotto lo sguardo severo dei pensatori che affollano la Sala dei Filosofi.

Si moltiplicano i riferimenti al mito, che, del resto è, fin dal titolo, uno dei cardini del progetto espositivo e gli oggetti divengono funzionali alla riproposizione di una sorta di Olimpo, nel quale sfilano Zeus ed Efesto, Demetra e Persefone, Medea e Arianna… Storie che hanno goduto di una fortuna senza tempo: fra i numerosi esempi, possiamo ricordare la spada realizzata per la nomina di Jean Cocteau ad accademico di Francia, che evoca il personaggio di Orfeo, a cui l’eclettico intellettuale transalpino dedicò due film – Orfeo (1950) e Il testamento di Orfeo (1960) – oppure una collana in oro giallo e rosa creata dalla Maison Cartier nel 1970, impreziosita da un pendente in forma di vello d’oro, che si rifà alla leggendaria impresa di Giasone.

Collana a catena in oro giallo e rosa, diamante, con pendente “Vello d’oro”. Cartier Parigi, 1970.
Collezione privata (Private collection, studio Gérard © Cartier).

I limiti del mondo

A chiudere l’esposizione, nella Sala del Gladiatore, i gioielli sono stati scelti per evocare i limiti del mondo simboleggiati da opere della collezione del museo che qui sono riunite: il Nord dell’Apollo citaredo con grifo, con riferimento ai grifoni guardiani dell’oro nella terra degli Iperborei; l’Ovest dei Celti, rappresentato dal Galata morente; il Sud dell’Egitto, di cui si fa ambasciatrice la statua della dea Iside; l’Est del Mar Nero, dove la tradizione collocava le amazzoni, una delle quali, ferita, è raffigurata in una replica di epoca imperiale di un originale greco attribuito a Fidia.

E c’è infine anche Medusa: presente grazie al busto marmoreo scolpito da Gian Lorenzo Bernini, temporaneamente trasferito qui dal Palazzo dei Conservatori, a cui è accostata una collana della Maison Cartier del 1906 in platino, oro, diamanti, perle naturali, con un pendente in corallo “pelle d’angelo” che, pur nelle ridottissime dimensioni, riproduce fedelmente la testa della Medusa ostentata dal Perseo trionfante di Antonio Canova, uno dei capolavori riuniti nel Cortile Ottagono del Museo Pio Clementino, in Vaticano. La collana è una sintesi perfetta della filosofia che ha ispirato il progetto espositivo: Cartier fa suo un mito millenario e, pur ispirandosi alla mediazione neoclassica canoviana, lo consegna alla modernità del secolo breve.

Testa di Medusa, scultura in marmo di Gian Lorenzo Bernini. 1644-1648. Roma, Musei Capitolini,
Palazzo dei Conservatori (© Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali).
Collana con pendente in forma di testa di Medusa. Platino, oro, diamanti, perle naturali, corallo “pelle d’angelo”, smalto, Cartier Parigi, 1906.
Collezione Cartier (Nils Herrmann,
Collection Cartier © Cartier
).

La mostra Cartier e il Mito ai Musei Capitolini è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Maison Cartier e con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Il progetto di allestimento è a cura di Sylvain Roca.

Cartier e il Mito ai Musei Capitolini
Roma, Musei Capitolini, Palazzo Nuovo
dal 14 novembre 2025 al 15 marzo 2026
Info www.museicapitolini.org

Statua in marmo raffigurante la dea Iside.
II sec. d.C. Roma, Musei Capitolini, Palazzo Nuovo (© Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali).
Collana egiziana in platino, oro, maiolica egiziana blu, diamanti, zaffiri, smeraldi, corniola, turchesi, onice Cartier Paris, 1927-1928. Collezione Cartier. La statuetta egiziana in maiolica di Iside che allatta Horus proviene dagli apprêts di Louis Cartier, uno stock di frammenti provenienti da gioielli, orologi e altri oggetti smontati, inclusi oggetti antichi di arte persiana, indiana, cinese ed egiziana
(Nils Herrmann, Collection Cartier © Cartier).

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