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di Stefano Mammini

Il Colle Oppio, a Roma, è la propaggine più meridionale dell’Esquilino, il più alto dei sette colli della città. In età romana, l’area venne intensamente utilizzata e il 22 giugno del 109 d.C., come si legge nei Fasti Ostiensi – un registro di eventi degni di nota succedutisi tra il 49 e il 175 d.C. che fu inciso su lastre marmoree rinvenute a Ostia -, salutò l’apertura al pubblico delle Terme di Traiano. Si trattava di un complesso grandioso, esteso per oltre 60.000 metri quadrati e realizzato su progetto di Apollodoro di Damasco, l’architetto di fiducia dell’imperatore, al quale si deve anche il Foro di Traiano.

Il nuovo impianto fu il primo dei grandi monumenti termali dell’età imperiale e divenne un vero e proprio modello, poi ripreso dalle Terme di Diocleziano e di Caracalla. Agli angoli del lato meridionale del complesso traianeo, che guarda verso il Colosseo, sorgevano due grandi esedre e, davanti a quella occidentale, correva un portico sorretto da una galleria sotterranea, lunga 70 m. Sotto il pontificato di Pio VI (1775-1799), la galleria fu trasformata in Polveriera Camerale, cioè in fabbrica e deposito di salnitro per la produzione della polvere da sparo, di cui è rimasta testimonianza nel nome della vicina via della Polveriera.

Dai primi anni Novanta, la stessa galleria è stata indagata a più riprese e gli scavi hanno avuto esiti di straordinaria importanza: sono infatti venuti alla luce la raffigurazione ad affresco di una città portuale – ribattezzata “Città Dipinta” – e un esteso mosaico parietale, inizialmente denominato “della Musa e del Filosofo” e ora, più semplicemente, “Grande Mosaico”. Eccezionali per dimensioni e qualità, entrambe le opere, databili nella seconda metà del I secolo d.C., sono divenute l’attrazione principale del nuovo Museo delle Terme di Traiano, che arricchisce l’offerta del Sistema museale di Roma Capitale.

L’ingresso del Museo delle Terme di Traiano, in via del Monte Oppio (foto Stefano Mammini).

Superato l’ingresso del neonato museo, il percorso di visita si snoda nella penombra di uno spazio sotterraneo e occorre innanzi tutto spiegare le ragioni per le quali l’affresco e il mosaico si trovano oggi in questa particolare condizione, ben diversa da quella originaria. Al fine di permettere che le Terme di Traiano potessero disporre dei 6 ettari di superficie previsti dal progetto, sul Colle Oppio fu realizzato un vasto terrazzamento artificiale, che portò all’interramento delle costruzioni già esistenti. Nell’area dell’esedra sud-occidentale, in particolare, si rese necessaria la realizzazione di una galleria di fondazione di proporzioni tali da colmare un dislivello, che lì supera i 15 metri.

Le ricerche hanno accertato che la Città Dipinta e il Grande Mosaico appartengono a due strutture distinte, di cui, a oggi, non si conoscono i proprietari. Tuttavia, la presenza di apparati decorativi così ricchi, soprattutto nel caso del mosaico, suggerisce una committenza di livello elevato.

L’affresco è tornato alla luce nel corso delle indagini condotte tra il 1997 e il 1999 sul fondo della galleria, dove si conserva parte della facciata di un grande edificio in laterizio. La raffigurazione si trova nello spazio fra l’apertura principale della struttura – un’arcata larga 10 m – e quella laterale: propone all’osservatore la veduta a volo d’uccello di una città, della quale sono resi con cura e ricchezza di dettagli le mura, il teatro, un tempio, un quadriportico, gli isolati dei quartieri di abitazione (le insulae), le strade, nonché un porto.

Congetture e certezze

All’indomani della scoperta furono avanzate molte proposte di identificazione, senza però riuscire a trovare una risposta univoca e definitiva. Particolari come le statue dorate al centro di una piazza porticata o il coronamento di alcune torri, diverso dalle tradizionali merlature, potrebbero essere appartenuti a un centro urbano realmente esistente, ma, in assenza di riscontri, non si può escludere che la veduta rappresenti una città immaginaria. Sembra invece certo che la Città Dipinta non fosse un’opera isolata, ma che facesse parte di una serie di vedute – almeno due – distribuite negli spazi fra le arcate dell’edificio. Non ci sono invece dubbi sul fatto che, con i suoi 10 metri quadrati, l’affresco è la veduta di città più grande finora nota nella pittura parietale romana.

Il Grande Mosaico ornava invece una sala di cui rimangono le pareti Est (15 metri circa) e Sud (10 metri circa), risparmiate dalla costruzione della galleria traianea e che lasciano intuire la vastità dell’ambiente. Anche perché le murature si sono conservate, in elevato, quasi per intero e dovevano misurare non meno di 12 metri d’altezza. La composizione si articola in due registri, nei quali compaiono statue e personaggi reali, distribuiti all’interno di un prospetto architettonico che crea una sorta di fondale di teatro. Colpisce la qualità dell’opera musiva, realizzata con tessere in pietra e gemme: una soluzione che doveva apparire particolarmente spettacolare anche grazie all’acqua del ninfeo su cui la sala si affacciava, che dava vita a giochi di luce e riflessi.

Indizio della maestria di chi ha realizzato l’opera sono, per esempio, la resa degli incarnati delle figure o la veridicità dei volti, soprattutto nel caso del personaggio che compare al centro della rappresentazione: si tratta di una figura maschile che viene incoronata, definita con il realismo tipico dei ritratti e che quindi potrebbe non essere un’immagine idealizzata.

Alla maniera delle ville marittime

Ad arricchire questa sorta di messa in scena è una fascia scoperta nel corso delle indagini più recenti, che corre sotto i due registri principali del Grande Mosaico. Separata da un elegante profilo in stucco dipinto di rosso e nel quale è incastonata una fila di piccole conchiglie, mostra una serie di edifici probabilmente affacciati sul mare e riconducibili al motivo decorativo che gli studiosi definiscono “delle ville marittime”.

Se la Città Dipinta e il Grande Mosaico offrono una testimonianza sulla vita del Colle Oppio prima dell’intervento traianeo, a quest’ultimo rimandano le tubature in piombo (fistulae plumbeae) esposte in una sala che si apre poco dopo l’entrata del museo. Su una delle quali si legge il bollo THERM TRAIANI, a sancire la destinazione dell’acqua che correva nei condotti.

Usciti dalla galleria, si può raggiungere, all’esterno, l’esedra sud-occidentale delle Terme di Traiano, che anche dopo la caduta in disuso dell’impianto è sempre rimasta visibile, trasformandosi in una presenza ricorrente in vedute e mappe di questa zona della città. Nella parete interna della struttura, che ha un diametro di circa 30 metri, sono state ricavate due file sovrapposte di nicchie, larghe e poco profonde: caratteristiche che, unitamente allo studio delle tracce rilevate sulle murature, suggeriscono la presenza di contenitori in legno, destinati alla conservazione di libri e documenti.

La cura del corpo e dello spirito

Una funzione pienamente coerente, dunque, con il principio secondo il quale le terme erano luoghi nei quali assicurare il ristoro del corpo, ma anche come palestre dell’intelletto (precetto che il poeta Giovenale sintetizzò nel motto mens sana in corpore sano). A questa filosofia è ispirato anche l’intervento di cui l’area dell’esedra è stata fatta oggetto: oltre a verifiche strutturali e posa in opera di impianti di servizio, è stato infatti realizzato un sistema di sedute a cavea, ideato per accogliere concerti, conferenze ed eventi.

Il Museo delle Terme di Traiano apre al pubblico, in via sperimentale, sabato 12 settembre. Le aperture proseguiranno, in settembre, nel fine settimana, con visite guidate gratuite, in lingua italiana e su prenotazione. A partire dal 2 ottobre, l’offerta verrà ampliata, distribuendo le visite su tre giorni, dal venerdì alla domenica. Per ciascuna giornata sono previsti sei turni, alle ore 10.00, 11.00, 12.00, 13.00, 14.00 e 15.00, per un massimo di 15 partecipanti per fascia oraria. La prenotazione può essere effettuata contattando lo 060608.

Questo primo ciclo di aperture è considerato sperimentale, poiché costituisce un banco di prova della reazione della galleria alle variazioni determinate dall’afflusso dei visitatori. Sia la Città Dipinta che il Grande Mosaico sono opere particolarmente delicate e occorrerà garantire che sbalzi di temperatura o del tasso di umidità all’interno della galleria non assumano proporzioni tali da comprometterne la conservazione.

Museo delle Terme di Traiano
Roma, via del Monte Oppio (angolo via delle Terme di Tito)
Info e prenotazioni tel. 060608


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