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di Elisabetta Mero

A Milano una grande mostra ripercorre la storia della dinastia Brueghel e propone una lettura che va oltre il mito del singolo artista: nuove riflessioni sulle attribuzioni, sulla produzione di bottega e sul mercato, insieme alla geografia europea che rese possibile la fortuna di una delle più importanti famiglie della pittura fiamminga.

Fino al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale ospita I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa, un’esposizione progettata da Bernard Aikema e curata da Carlotta Striolo. Oltre 80 opere – tra dipinti, disegni e stampe – raccontano una delle più importanti dinastie artistiche del Rinascimento europeo, ma soprattutto seguono la nascita e la progressiva definizione di quei generi – paesaggio, natura morta, scena di vita quotidiana, battaglia – destinati a diventare fondamentali nella pittura moderna.

Il punto di vista della mostra è particolarmente interessante, perché sposta l’attenzione dal semplice racconto genealogico dei Brueghel alla costruzione di un vero e proprio sistema artistico ed economico. Nel corso del Seicento la pittura europea cambia infatti insieme alla società che la produce e la acquista: alla tradizionale committenza religiosa e aristocratica si affianca un mercato più ampio, soprattutto nei Paesi Bassi, nel quale cresce una borghesia interessata a soggetti specifici e riconoscibili. In questo contesto la specializzazione dei pittori e la fortuna di determinati temi contribuiscono alla nascita dei generi pittorici.

Scene di vita quotidiana

Il percorso prende avvio da Pieter Brueghel il Vecchio (1526/1531-1569), capostipite della dinastia. La sua originalità emerge soprattutto nel rapporto con la tradizione di Hieronymus Bosch. Brueghel raccoglie l’eredità fantastica e visionaria del maestro, ma la trasferisce progressivamente dalla dimensione del fantastico a quella concreta della vita quotidiana: la neve, il paesaggio, il lavoro nei campi, le feste, i contadini, i bambini.

È una trasformazione decisiva. Il mondo popolare entra nella pittura come protagonista, ma quello che appare a prima vista come un racconto semplice e quotidiano nasconde riferimenti e significati destinati a un pubblico colto e questo fa di lui un pictor doctus, sebbene non trattasse, come il suo contemporaneo Frans Floris, il genere “storico”, considerato più elevato nella gerarchia dei generi. Soprattutto, non siamo ancora davanti a una produzione seriale.

La vera svolta arriva con la generazione successiva. Con Pieter Brueghel il Giovane (1564 circa-1637/1638), i modelli inventati dal padre vengono selezionati, riproposti e moltiplicati. Paesaggi innevati, feste contadine e nature morte diventano soggetti riconoscibili e commercialmente appetibili. La bottega assume così un ruolo fondamentale: vi lavorano copisti specializzati nella riproduzione di formule di successo, consentendo la produzione di numerose varianti destinate a un mercato sempre più vasto. Secondo la lettura proposta dalla mostra, qui si consolida il vero e proprio “brand Brueghel”.

È un aspetto particolarmente interessante anche dal punto di vista della storia del collezionismo: la fama di un artista non dipende più soltanto dall’unicità dell’opera, ma dalla capacità di una bottega di creare, replicare e diffondere modelli riconoscibili. Proprio questa complessa organizzazione produttiva rende oggi particolarmente delicato il problema delle attribuzioni.

La qualità non basta

La mostra mette in evidenza come gli studi sui Brueghel debbano continuamente confrontarsi con la distinzione tra opere autografe, bottega, copisti e successive repliche. Il caso più significativo è quello della Danza nuziale di Anversa, datata intorno al 1566. A lungo considerata opera autografa di Pieter Brueghel il Vecchio per l’altissima qualità esecutiva, viene oggi riletta, alla luce di recenti rivalutazioni e analisi, come probabile opera di un copista precoce della cerchia immediata di Brueghel. La straordinaria fedeltà delle figure e dei colori suggerirebbe infatti che l’autore avesse avuto accesso diretto all’originale. La qualità di un dipinto non è necessariamente sufficiente a stabilirne l’autografia. Nel caso dei Brueghel occorre ricostruire anche il sistema produttivo nel quale l’opera è nata, i modelli utilizzati, la circolazione delle immagini e il rapporto tra artista e bottega.

Danza nuziale, olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio. 1566 circa.
Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten (cortesia Ufficio stampa).

Un altro aspetto avvincente del progetto è quello di ricostruire una geografia molto più ampia della vicenda Brueghel. Se Anversa costituisce uno dei principali centri della cultura fiamminga, la storia della famiglia si intreccia infatti con Milano, Roma, Praga e, più tardi, con Amsterdam e Haarlem. Non si tratta di semplici luoghi di passaggio, ma di veri centri di produzione, elaborazione e diffusione di nuove formule artistiche.

In questo itinerario Milano occupa un posto speciale. Qui arriva, nel 1595, Jan Brueghel il Vecchio (1568-1625), secondogenito di Pieter Brueghel il Vecchio. Il suo soggiorno italiano, e in particolare il rapporto con il cardinale Federico Borromeo, rappresentano un momento fondamentale della sua carriera. Borromeo, raffinato collezionista e tra i primi grandi sostenitori della pittura fiamminga in Italia, invita Jan a Milano, dove l’artista risiede nel palazzo arcivescovile e realizza opere per il cardinale. Tra queste spicca il celebre Fiori in un vaso, oggi conservato alla Pinacoteca Ambrosiana.

La presenza di Jan a Milano assume quindi un significato che va oltre la biografia dell’artista: contribuisce a spiegare come le nuove tipologie della pittura fiamminga arrivino a inserirsi nel gusto italiano e, da Milano, a circolare ulteriormente in Europa. La mostra definisce infatti Milano come uno dei centri nevralgici della diffusione delle nuove tipologie pittoriche fiamminghe nel Seicento. Anche Roma costituisce una tappa importante nella formazione di Jan Brueghel. Il percorso presenta due opere provenienti dalla Collezione Colonna, Enea e Sibilla nell’Oltretomba e Orfeo canta per Plutone e Proserpina, che documentano la relazione dell’artista con la cultura italiana e con il mondo della mitologia classica.

Orfeo canta per Plutone e Proserpina, olio su rame di Jan Brueghel il Vecchio. 1594 circa.
Roma, Galleria Colonna (cortesia Ufficio stampa).

Jan amplia così il repertorio ereditato dalla famiglia: ai paesaggi e alle scene di vita quotidiana si aggiungono paradisi terrestri, allegorie degli Elementi e delle Stagioni e soggetti mitologici. In questo ambiente internazionale nasce inoltre la collaborazione con Pieter Paul Rubens e con altri artisti, come Paul Bril e Hans Rottenhammer. Insieme contribuiscono alla fortuna dei cosiddetti cabinet paintings, dipinti di piccolo formato realizzati su rame, preziosi e raffinatissimi, destinati al collezionismo europeo.

Alla corte dell’imperatore

La geografia della mostra prosegue fino a Praga, alla corte dell’imperatore Rodolfo II. Anche qui Jan Brueghel trova un ambiente particolarmente favorevole alla sperimentazione. La città, un epicentro di innovazione culturale, favorisce lo sviluppo di nuove formule di paesaggio di piccolo formato, paradisi e allegorie mitologiche. Le invenzioni di Jan vengono quindi riprese da altri artisti della cerchia della corte boema, tra i quali Roelant Savery e Pieter Stevens. È un passaggio importante, perché mostra come il “modello Brueghel” non sia rimasto confinato alla famiglia: diventa un linguaggio condiviso, reinterpretato da altri pittori e adattato ai diversi mercati e ambienti culturali europei.

Il percorso torna infine nei Paesi Bassi, con Anversa, Amsterdam e Haarlem, grandi centri culturali e socioeconomici tra il XVI e il XVII secolo. Qui la storia dei Brueghel si intreccia con quella di artisti che fanno proprie le formule elaborate dalla dinastia, specializzandosi a loro volta in determinati generi. Lucas van Valckenborch, Roelandt Savery, Pieter Stevens e Paul Bril rappresentano paesaggi, scene contadine e nature morte che, nella prospettiva della mostra, non possono essere pienamente comprese senza considerare l’esempio dei Brueghel. La mostra allarga infatti il racconto oltre la famiglia e presenta anche opere di artisti successivi, tra cui Jan van Goyen, Jan Steen, Adriaen van Ostade, Adriaen Brouwer e Hendrick Avercamp. Accanto a loro compaiono anche i maestri italiani della bottega dei Bassano, in un confronto che contribuisce a ricostruire il contesto internazionale nel quale questi nuovi generi prendono forma.

I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa
Milano, Palazzo Reale
fino al 31 gennaio 2027
Info www.mostraibrueghelmilano.it
Call Center 0254912 (attivo lunedì-venerdì, 9,00-18,00)


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