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di Giovanni Battista Magnoli Bocchi*

«Morte, tu mi darai fama e riposo», aveva scritto Ugo Foscolo. Sulla fama aveva visto giusto. Sul riposo, molto meno: da morto ne ha avuto pochissimo.

Muore il 10 settembre 1827 a Turnham Green, periferia di Londra, a quarantanove anni. È gonfio d’acqua, sfibrato da anni di calomelano (denominazione assegnata al cloruro mercuroso, un tempo usato come farmaco, n.d.r.) e salassi, braccato dai creditori in un paese dove esiste ancora il carcere per debiti. L’ultima cosa che scrive l’autore dei Sepolcri non è un verso: è un biglietto alla figlia per dirle che il denaro è stato pagato e che cinquanta lire vanno all’amico Roberts. Lo seppelliscono a Chiswick, ai margini di un prato, sotto una lapide che sbaglia due volte, la data della morte e l’età, e gli regala tre anni che non ha mai vissuto.

La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di Chiswick (cortesia dell’autore).

Comincia da qui, da un cadavere e non da un poeta, il mio volume L’esilio del poeta. L’avventurosa storia delle spoglie di Ugo Foscolo, appena uscito per l’editore Carocci. Ho scelto di raccontare la vicenda come un romanzo d’avventura, perché lo è; ma sotto la superficie c’è una domanda serissima: come si fabbrica un mito nazionale? E chi decide che cosa ricordare e che cosa, invece, nascondere sotto il tappeto?

Un santo laico da costruire

Il libro ha una tesi, e la dichiara fin dalla prima pagina: ogni racconto storico è un montaggio. Gli stessi fatti, epoca dopo epoca, vengono ritagliati e ricuciti per dire cose diverse, e l’obiettivo è mostrarne il meccanismo, il trucco che di solito resta dietro le quinte. La Storia vi appare come un vecchio fustino di detersivo pieno di mattoncini Lego: con gli stessi pezzi si costruiscono figure sempre nuove, che ci parlano con una voce che sembra contemporanea.

Il Foscolo che arriva sui banchi di scuola, padre della patria ed esule per amore dell’Italia, è il prodotto di un lavoro paziente. In vita era tutt’altro: greco di nascita e di lingua, veneziano di diritto, italiano d’elezione, ma negli ultimi anni così disgustato dai connazionali da scrivere che il suo desiderio più grande era non vedere mai più un italiano. Walter Scott lo liquida nel suo diario come «brutto come un babbuino». Il primo biografo, l’amico Giuseppe Pecchio, mette in piazza i debiti, le stravaganze, le idee politiche confuse e perfino il sospetto, circolato a Milano, che fosse al soldo degli austriaci. Apriti cielo: il fratello Giulio, colonnello dell’esercito asburgico, risponde con una lettera aperta che è un atto d’accusa. Avrebbe voluto, in sostanza, un Sant’Ugo Foscolo.

A fabbricarlo penseranno in tanti. Primo fra tutti, Giuseppe Mazzini, che arriva a Londra dieci anni dopo la morte del poeta deciso a farne un apostolo del Risorgimento; e se quel Foscolo non esiste, pazienza, si può sempre inventarlo. Poi Carlo Cattaneo, con la frase destinata a fare scuola: Foscolo diede all’Italia una nuova istituzione, l’esilio. Poi Garibaldi, che nel 1864 si commuove sulla tomba di Chiswick e recita i Sepolcri con trasporto a chiunque vada a trovarlo.

Ecce homo

Il cuore del libro è il ritorno. Nel 1871, a quarantaquattro anni dalla sepoltura, il senatore cremonese Angelo Bargoni parte per Londra con il mandato del governo: riportare a casa il poeta. Nessuno sa che cosa ci sia davvero sotto la terra di Chiswick. Il parroco anglicano è convinto che non resti più nulla, anzi sospetta che Foscolo fosse un suicida. Il sagrestano, figlio del sagrestano che lo aveva sepolto, ammette candidamente di aver aperto la cassa più volte per mostrare il cadavere ai visitatori italiani. Nove scavatori lavorano per una settimana. Bargoni, sfiduciato, telegrafa a Firenze di sospendere i preparativi.

Poi, il 7 giugno, il colpo di scena. Sotto quattro bare impilate ne compare una senza targa, e la targa staccata trovata lì accanto combacia perfettamente con i fori dei chiodi. Dentro, nella segatura, c’è un corpo in condizioni sorprendenti, con due mezzi penny inglesi sugli occhi. Il vecchio medico che lo aveva curato esclama in italiano: «Questa è la testa di Ugo Foscolo!». Il barbiere che lo aveva rasato ogni giorno per diciotto mesi riconosce le celebri basette fulve. Un fotografo immortala la scena: una piccola folla di notabili in posa, quasi soddisfatti, attorno alla bara aperta.

7 giugno 1871. L’esumazione del corpo di Ugo Foscolo nel cimitero di Chiswick
in una fotografia dell’atelier Fratelli Caldesi (da www.meisterdrucke.it).

La notizia piomba a Montecitorio mentre si vota la legge sulla traslazione, e la Camera deve correggerla in corsa: il testo parla di «ceneri», ma a Chiswick si è trovata una salma. Il viaggio di ritorno è un piccolo romanzo diplomatico. La Francia, appena uscita dalla Comune, non dà garanzie; l’Austria mette il veto al passaggio da Trento, perché la sola notizia ha già messo in agitazione i patrioti. Alla frontiera di Susa la dogana pretende la tassa in oro. Ancora una volta, per Foscolo, un problema di soldi.

Il 24 giugno 1871 Firenze lo accoglie con cavalleria, fanteria, cinque bande e un carro coperto di velluto celeste. Tra la folla c’è anche Pellegrino Artusi. Ma prima di scendere sotto il pavimento di Santa Croce il poeta passa per le mani di Paolo Mantegazza, titolare della prima cattedra italiana di antropologia, che ne misura il cranio, scopre che il cervello del genio è più piccolo di quello di molti «uomini volgari», immerge le ossa nell’acido fenico e le lega con nastri tricolori. Intanto L’Osservatore Romano parla di «ipotetiche ceneri» e Il Fanfulla immagina Quintino Sella che, per risparmiare, propone di spedire a Santa Croce un teschio etrusco preso in prestito dalla collezione di Mantegazza.

Il sarcofago che nessuno voleva

E qui la storia, invece di finire, ricomincia, e diventa un capitolo di storia dell’arte italiana fra Otto e Novecento. Per dare al poeta un monumento in Santa Croce servono quattro concorsi in ventidue anni. Il terzo si chiude con una relazione di Ugo Ojetti, che lo dichiara addirittura «inutile». Per il quarto, nel 1909, il comitato detta un disciplinare rigidissimo: un’arca di tre metri per uno e mezzo con la figura giacente del poeta, sul modello dei sepolcri quattrocenteschi e di quello scolpito da Jacopo della Quercia per Ilaria del Carretto a Lucca, da collocare fra i pilastri di fronte ai monumenti di Dante e di Alfieri; sui lati, i versi dei Sepolcri.

In gara restano dieci scultori, quasi tutti cresciuti all’ombra dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e della cattedra di Augusto Rivalta. Nel 1910 vince invece un ventiquattrenne sconosciuto, Zulimo Rossellini, figlio di una famiglia di falegnami fiorentini, diplomato in una scuola professionale e non all’Accademia, con un Foscolo sereno, a mani giunte, di gusto neoclassico. Sulla rivista Il Marzocco c’è già chi lo deride come «un fraticello sfinito dei digiuni».

Il monumento funebre di Ugo Foscolo realizzato da Zulimo Rossellini,
oggi nel Cortile delle Magnolie dell’Università di Pavia (cortesia dell’autore).

Dovrebbe consegnare il gesso nel 1912. Lo rimanda, lo trascura, si consola con la buona cucina. Nel 1914 il pittore Aristide Sartorio e lo scultore Leonardo Bistolfi ispezionano lo studio e trovano un lavoro incompiuto, con figure dalla forma «timida e balbettante»; persino Emilio Gallori, l’autore del monumento a Giuseppe Garibaldi sul Gianicolo, a Roma, si offre di fargli da guida. Poi il fronte della Grande Guerra. I blocchi di statuario di Carrara arrivano nello studio di via Pier Capponi solo alla fine del 1919, su un carro trainato da buoi.

Nel 1927 il podestà di Firenze chiama al collaudo, fra gli altri, Ardengo Soffici, che aveva già scritto che Rossellini «vinse per caso un buffo concorso». Lo scultore gli fa causa, lascia la commissione sul marciapiede per un’intera giornata e si barrica nello studio con il suo Foscolo. Perde in appello e in Cassazione: si terrà il monumento, chiosa una rivista, come il calzolaio si tiene le scarpe strette.

Il regime fascista, del resto, ha un’altra idea di poeta. Senza bandire alcun concorso, su sollecitazione di Ojetti, Antonio Berti, allievo di Libero Andreotti, scolpisce un Foscolo in piedi, marziale, virile, che i critici del dopoguerra giudicheranno una «maldestra riproduzione» del celebre ritratto di François-Xavier Fabre. Lo scopre il re in persona, il 27 aprile 1939, fra trombe d’argento e inno sardo. Nella piazza, schierato in divisa da Balilla, c’è anche un bambino di nove anni: Paolo Rossellini, il nipote dello scultore sconfitto.

La tomba monumentale di Ugo Foscolo, opera di Antonio Berti, realizzata tra il 1935 e il 1937 e inaugurata nel 1939. Firenze, basilica di Santa Croce (cortesia dell’autore).
Ritratto di Ugo Foscolo, olio su tela
di François-Xavier Fabre. 1813. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale (Wikimedia Commons).

Il sarcofago vuoto passerà decenni fra uno studio e un deposito, finché, nel 1989, Franco Fortini scrive al rettore dell’Università di Pavia. Foscolo vi aveva insegnato per pochissimo, nell’inverno del 1809, lamentandosi del gelo e lasciando una prolusione rimasta celebre. Dal 13 dicembre 1994 il monumento è lì, sotto un portico del Cortile delle Magnolie: un sepolcro senza corpo, nel luogo forse più adatto a un poeta che aveva fatto delle tombe la materia stessa della sua poesia.

Per questo, accanto a Foscolo, nel libro ho chiamato in causa Maria Bergamas e il Milite Ignoto, la camicia rossa di Garibaldi e il volto di Che Guevara, la tomba di Oscar Wilde blindata dal plexiglas e il mausoleo di Mao. L’obiettivo non è quello di accertare la verità definitiva su quelle ossa, ma di svelare il trucco, la macchina scenica che sta dietro a ogni memoria pubblica, anche a costo di togliere al lettore l’illusione che le cose belle si impongano da sole. Non è così. La memoria è un lavoro: si sceglie, si taglia, si cuce. E a volte, per farla durare, bisogna scavare una fossa, aprire una bara e pagare la dogana in oro.

Giovanni Battista Magnoli Bocchi
L’esilio del poeta
L’avventurosa storia

delle spoglie di Ugo Foscolo
Carocci editore, Roma
ISBN 9788829037643
Info www.carocci.it

*Giovanni Battista Magnoli Bocchi insegna Comunicazione e relazioni pubbliche all’Università degli Studi di Milano e collabora con le Università di Pavia e di Strasburgo. 

L’iscrizione dedicatoria incisa su uno dei lati brevi del monumento funebre di Ugo Foscolo
realizzato da Zulimo Rossellini (cortesia dell’autore).

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