di Stefano Mammini
Erasmo Gattamelata, al secolo Stefano da Narni, fu uno dei più grandi condottieri del Quattrocento. Alla sua morte, il 16 gennaio del 1443, la Repubblica di Venezia, che aveva servito come Capitano generale, gli rese omaggio con un memorabile funerale di Stato. Furono invece gli eredi a volere per lui il monumento equestre in bronzo che ne ha reso immortale la figura, la cui realizzazione venne affidata a Donatello, da tutti riconosciuto come uno dei migliori talenti attivi a quell’epoca. L’opera venne collocata sul sagrato della basilica padovana di S. Antonio entro l’ottobre del 1453 e finora – salvo i ricoveri disposti in occasione della prima e della seconda guerra mondiale (1917-1919 e 1940-1945) – vi era sempre rimasta.

(cortesia Ufficio Stampa Friends of Florence).
Una permanenza interrotta nei primi giorni dell’ottobre 2025, quando il gruppo scultoreo è stato smontato, al fine di ricoverarlo nel cantiere di restauro allestito nell’edificio che, fino al 1985, è stato sede del Museo Civico di Padova. All’indomani del trasferimento, Padova ha ospitato un incontro pubblico, nel corso del quale è stato fatto il punto sugli interventi finora condotti sul bronzo donatelliano – che è proprietà della
Delegazione Pontificia della Basilica di Sant’Antonio da Padova – e, soprattutto, su quelli in programma. Un’operazione complessa, che ha potuto essere varata grazie al sostegno di Friends of Florence e Save Venice, organizzazioni statunitensi senza scopo di lucro.
Come ha spiegato Ugo Soragni, direttore scientifico delle operazioni di smontaggio e restauro, la scelta di ricoverare cavallo e cavaliere all’interno dell’ex Museo Civico è stata dettata dalla prossimità del palazzo – che occupa il chiostro più occidentale del convento antoniano -, ma anche dalla volontà di riportare al centro dell’attenzione la struttura, caduta in disuso nel 1985, quando le collezioni custodite al suo interno furono trasferite nei Musei Civici agli Eremitani. Alla fine dell’Ottocento, infatti, il nucleo ricavato dal chiostro conventuale fu arricchito da un pregevole corpo di fabbrica aggettante, realizzato su progetto di Camillo Boito, tuttora ben riconoscibile dal candore del marmo che lo riveste. E proprio all’interno di questo manufatto è stato approntato il laboratorio di restauro, che è dunque contornato dalle eleganti soluzioni architettoniche boitiane, impreziosite da pitture murali a tempera e intonaci trattati a stucco.

Dopo Ugo Soragni, sono intervenute Marta Mazza, soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Padova, Treviso e Belluno, e Rita Deiana, direttrice del Centro Interdipartimentale di ricerca per i Beni Culturali-CIBA, Università degli Studi di Padova, in rappresentanza di due degli attori che compongono il gruppo di lavoro costituitosi per affrontare il restauro del Gattamelata. Entrambe hanno sottolineato l’importanza degli studi finora condotti sul gruppo bronzeo e di quelli avviati dopo il suo smontaggio, premessa essenziale alle operazioni di restauro vere e proprie.
La cui durata, al momento, non è possibile definire, proprio perché sarà necessario mettere a sistema tutte le conoscenze che verranno acquisite in corso d’opera. Come ha detto Rita Deiana, adesso è importante definire gli obiettivi dell’impresa e non i suoi termini temporali.
Il successivo intervento di Nicola Salvioli, il restauratore a cui è stata affidata la regia dell’intervento sul monumento equestre, ha fornito significative indicazioni sul metodo e rivelato dettagli che lasciano intuire l’elevata qualità dell’opera firmata da Donatello. In prima battuta, Salvioli ha sottolineato come l’approccio debba evitare possibili esperimenti, per basarsi invece sulle conoscenze a oggi disponibili in merito a questa tipologia di manufatti, anche se il gruppo del Gattamelata è comunque un caso a sé stante.
Perché, come ha spiegato il restauratore, il maestro fiorentino era solito elaborare soluzioni ogni volta nuove, diverse.

allestito nell’ex Museo Civico (foto Marco Borrelli).
Lo smontaggio e le successive osservazioni ravvicinate hanno permesso di accertare che il monumento si compone di 40 pezzi e di osservare, per esempio, come Donatello lavorasse solitamente in esubero. E non senza ripensamenti, come è stato rilevato nel caso della sella del cavaliere.
Tuttavia, a destare sorpresa e interesse è stata soprattutto l’assenza pressoché totale di residui della terra di fusione, evidentemente rimossi per evitare che, nel tempo, potessero danneggiare la scultura: un accorgimento che denota la lungimiranza dell’artista e, al tempo stesso, prova la sua padronanza delle tecniche di realizzazione di un bronzo.
Nel ripercorrere le varie fasi dello smontaggio, Salvioli ha evidenziato le difficoltà incontrate nel distacco del cavallo, per via del cattivo stato di conservazione della pietra del piedistallo. Che è risultata spezzata in più punti e ha dunque suggerito di segare i perni in ferro inseriti nelle zampe dell’animale per il fissaggio, invece di tentarne l’estrazione, che avrebbe potuto causare un ulteriore degrado della base.
Far scendere il Gattamelata e trasportarlo nel pur vicino cantiere di restauro è stata dunque un’operazione complessa, che si è potuta felicemente concludere anche grazie ai contributi della società di ingegneria R-Struct Engineering e di Expin Srl, una società nata come spin off dell’Università di Padova e specializzatasi nello sviluppo e nella applicazione di metodologie di diagnostica e monitoraggio strutturale a sostegno dell’edilizia e del restauro.

di restauro approntato nell’ex Museo Civico (foto Stefano Mammini).
Il magnifico gruppo scultoreo si trova adesso nelle condizioni ideali per essere curato e per valutarne il destino. Rispetto alla presentazione del progetto di restauro, organizzata nel novembre del 2024, l’incontro di Padova ha infatti visto emergere posizioni meno nette in merito a una possibile replica della soluzione adottata a Roma con il monumento equestre che ritrae l’imperatore Marco Aurelio: che, sceso dal suo basamento nel 1981, non ha più fatto ritorno in piazza del Campidoglio, al centro della quale, nel 1990, ne è stata collocata la replica. Mentre l’originale ha trovato posto all’interno dei Musei Capitolini. Sebbene sofferta e dibattuta, la decisione è stata ritenuta indispensabile per assicurare la conservazione del manufatto e il Gattamelata donatelliano non può certo essere considerato meno delicato.
Come è stato da più voci ribadito, la scelta definitiva sarà naturalmente più che ponderata e sarà adottata sulla scorta delle indicazioni che l’intervento di restauro e i contestuali accertamenti diagnostici certamente forniranno.

durante lo spostamento (foto Marco Borrelli).


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