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di Stefano Mammini

Senza la documentazione, la ricerca archeologica sarebbe un’incompiuta. Qualsiasi scavo, che della ricerca è uno dei passaggi essenziali, altera infatti una situazione stratificatasi nel tempo e non è un’operazione reversibile. Documentare ogni fase di un’indagine è perciò un momento fondamentale e la fotografia, utilizzata dagli archeologi fin da quando muoveva ancora i suoi primi passi, non basta, ma dev’essere accompagnata dal disegno. Perché riportare su carta una sequenza di livelli, i resti di una struttura o anche un singolo vaso obbliga a un confronto ravvicinato che può rivelare indizi preziosi.

Horrea Agrippiana e adiacenze, china di Maria Barosso. 1910-1915. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps, Archivio Storico Disegni (Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura)

Oggi questa operazione viene svolta per lo più digitalmente, ma fino a tempi non lontani il corredo di uno scavatore non poteva non comprendere matite, carta da lucido, filo a piombo e tutti gli strumenti utili all’esecuzione di un rilievo. Strumenti d’uso quotidiano per Maria Barosso, che, giustamente definita «artista e archeologa», è protagonista della mostra ora in corso alla Centrale Montemartini di Roma.

Decisivo, per la carriera di Maria Barosso, fu l’incontro, nel 1905, con Giacomo Boni, dell’Ufficio Scavi del Foro Romano

Nata a Torino nel 1879, Barosso si formò presso l’Accademia Albertina della città piemontese, ma la svolta destinata a segnarne il percorso professionale fu l’incontro, nel 1905, con Giacomo Boni, al quale, sette anni prima, su proposta dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, era stato affidato l’incarico di direttore dell’Ufficio Scavi del Foro Romano.

Quel profilo da discendente di Cesare…

Come raccontò molti anni più tardi un’amica di Maria Barosso, nel corso dell’incontro, avvenuto grazie ai buoni uffici di un senatore piemontese, lo scavatore del Foro avrebbe riconosciuto nel profilo della sua interlocutrice i tratti della gens giulio-claudia, ma, osservazioni fisionomiche a parte, quel che più conta è che, due anni dopo, Barosso venne assunta come disegnatrice presso la struttura diretta da Boni. Un passo che la stessa Maria Barosso evidenzò in seguito nel suo curriculum professionale – esposto in mostra – specificando di essere stata la «prima funzionaria femminile, negli Uffici delle Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione».

Particolare del curriculum in cui Maria Barosso sottolinea il suo essere stata la prima funzionaria femminile presso il Ministero della Pubblica Istruzione (foto Stefano Mammini)

L’inquadramento ufficiale permise a Barosso di entrare nel vivo delle operazioni condotte da Giacomo Boni, il quale, nel 1915, decise di affidarle non solo la documentazione, ma anche la conduzione di uno scavo. L’indagine interessò l’area della basilica di Massenzio e portò alla scoperta degli Horrea Piperataria, struttura che, come suggerisce il nome, era utilizzata come magazzino per le spezie (l’aggettivo piperatarius deriva da piper, pepe).

E con le piante e le sezioni eseguite in occasione dello scavo si apre il percorso espositivo, offrendo fin dall’inizio un saggio eloquente del talento di Maria Barosso: pur trattandosi di elaborati tecnici, i disegni fanno infatti intuire la sensibilità dell’autrice e la cura nella resa degli elementi caratterizzanti. Peraltro l’esplorazione degli Horrea è stata ripresa nel 2019 nel quadro del Progetto Velia e il suo responsabile, Domenico Palombi, professore di archeologia classica presso l’Università Sapienza di Roma, nonché fra i curatori della mostra, ha raccontato che i disegni di Barosso, sovrapposti ai nuovi rilievi, hanno rivelato la perfetta coincidenza fra le misure prese manualmente un secolo fa e quelle ricavate oggi con gli strumenti digitali.

Si potrebbe quindi dire che Maria Barosso fu un’artista «prestata» all’archeologia. Ma sarebbe riduttivo: sia perché, come molti dei documenti selezionati per la mostra provano, fu un’artista tout court, sia perché la sua instancabile attività ebbe anche un altro e fondamentale merito. Quello di fissare, almeno su carte e cartoni, le immagini di una Roma che andava scomparendo. All’indomani dell’avvento del fascismo, ebbero infatti inizio i massicci sventramenti decisi per rimodellare il volto della capitale d’Italia e la presenza di Barosso sui cantieri fu assidua e costante.

L’acquerello che raffigura la chiesa di S. Maria in Macello Martyrum prima della demolizione e le lunette con teste di cherubino ritrovate nei depositi della Sovrintendenza Capitolina (foto Stefano Mammini)

Un impegno che in mostra è testimoniato dagli acquerelli eseguiti durante le demolizioni avviate per la realizzazione di via dell’Impero (l’odierna via dei Fori Imperiali) o della via del Mare. Sotto i colpi di quello che in un saggio del 1985 fu definito il «piccone del regime» caddero interi quartieri e, in un caso, fu spianata perfino una collina, la Velia, «colpevole» di trovarsi sull’asse della grande strada voluta fra il Colosseo e piazza Venezia. Palazzi di pregio, case popolari e un gran numero di chiese andarono per sempre perdute e le opere di Maria Barosso, unite ad alcuni filmati d’epoca, restituiscono con notevole realismo la frenesia rinnovatrice di quegli anni.

Oltre che testimoni di una Roma sparita, le vedute di Barosso possono tuttora portare a importanti recuperi: è il caso dell’acquerello che mostra la chiesa di S. Maria in Macello Martyrum, dipinto fra il 4 e il 5 settembre del 1932. Demolita nello stesso anno, la chiesa si trovava in via Alessandrina e nella sua rappresentazione si distinguono due lunette, inserite nei fascioni laterali della facciata, sotto il timpano. Ebbene, partendo da questa immagine, è stato possibile ritrovare le lunette – che rappresentano due teste di cherubino – nei depositi della Sovrintendenza Capitolina (nel corso delle demolizioni, almeno gli elementi artistici e architettonici di pregio furono salvati) ed esporle accanto all’acquerello.

Un sacello di quartiere

Poco oltre, un’intera sala propone, in uno spettacolare connubio fra materiali archeologici originali, acquerelli e disegni, la documentazione di un’altra importante scoperta, avvenuta nel corso dello sbancamento della Velia: vennero alla luce i resti del Compitum Acilium, una sorta di sacello di quartiere, preposto al culto di divinità tutelari. Maria Barosso eseguì i rilievi del monumento, ne documentò lo stato in cui venne alla luce e ne propose anche la possibile ricostruzione.

La sala dedicata alla scoperta e alla documentazione del Compitum Acilium
(Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura)

Quest’ultima tavola introduce un altro aspetto significativo del modus operandi di Barosso, che in più d’una occasione affiancò alla documentazione dell’esistente le proposte di integrazione delle parti mancanti. In mostra, oltre al Compitum, sono esposte quelle del Tribunale di Traiano e dei Rostri del Foro Romano e qui però, pur confermandosi la qualità artistica degli elaborati, si rileva la tendenza all’esaltazione della romanità, di cui evidentemente anche Maria Barosso volle farsi interprete. Opere dunque suggestive, ma che sostengono ipotesi oggi superate dalle ulteriori ricerche sui contesti presi in esame.

Oltre che preziosa pedina del Ministero della Pubblica Istruzione, Maria Barosso lavorò per molti committenti privati, spinta anche dalla necessità di mantenere se stessa e di garantire il sostentamento della madre, come più volte ebbe a scrivere, sottolineando la sua condizione di donna sola, chiamata a far fronte a tali incombenze. Una delle imprese più impegnative fu la riproduzione a grandezza naturale delle pitture murali della Villa dei Misteri: il lavoro le fu commissionato nel 1924 da Francis W. Kelsey, latinista presso l’Università del Michigan. La realizzazione degli acquerelli richiese 18 mesi di lavoro e fu coronata dalla loro esposizione, nel 1926, alla Galleria Borghese.
Oggi le opere sono uno dei vanti del Kelsey Museum of Archaeology e in mostra sono presenti grazie a un filmato, che offre comunque un’idea eloquente dell’eccezionale qualità delle repliche.

Allo stesso filone appartengono anche le tavole pubblicate nell’opera Brickwork in Italy (liberamente accessibile on line) e quelle confluite nei tomi della Domus Caietana, opera pubblicata da Gelasio Caetani tra il 1927 e il 1933, nella quale l’autore ripercorre la storia della sua famiglia dalle origini fino al Cinquecento. Ancora una volta, va segnalato il valore documentario che simili opere hanno nel tempo assunto: è il caso, per esempio, della grotta dell’Arcangelo Michele, riprodotta da Maria Barosso quando ne erano ancora visibili gli affreschi. Quelle pitture sono oggi scomparse e la foto della situazione attuale sottolinea dunque l’importanza dell’immagine fissata nel 1923.

Interno della Grotta di San Michele Arcangelo sopra Ninfa, acquerello di Maria Barosso. 1923.
Roma, Fondazione Camillo Caeatani (Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura)

Nella sala successiva viene quindi illustrata l’opera incisoria di Maria Barosso, a riprova di una formazione che, fin dall’inizio solida, l’artista arricchì costantemente, così da potersi cimentare con più tecniche. Particolarmente affascinante è una veduta della via Sacra, in calce alla quale Barosso ha scritto: «gli archi che nuovi trionfi aspettano…».

Via Sacra, acquaforte di Maria Barosso. 1915. Roma, Museo di Roma (Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura)

Il confronto con i contemporanei

Il percorso si chiude al piano superiore della Centrale, nel quale si è voluto proporre un confronto tra le opere di Maria Barosso e quelle di altri artisti che trattarono il tema della trasformazione della città di Roma attraverso gli interventi promossi all’indomani dell’Unità d’Italia e, soprattutto, nel ventennio fascista. Tutti i quadri appartengono alle collezioni e ai depositi della Sovrintendenza Capitolina e la loro esposizione è stata voluta anche per contribuire alla valorizzazione di un patrimonio ingente e spesso poco noto.
Sfilano nomi noti, come Mario Mafai, Afro (Libio Basaldella) o Giovanni Omiccioli, e firme meno conosciute, come quella di Eva Quajotto, pittrice e scrittrice mantovana della quale sono esposti gli oli che mostrano le demolizioni intorno all’Augusteo, al lungotevere Marzio e in via Bocca della Verità.

Demolizioni al Lungotevere Marzio, olio su compensato di Eva Quajotto. 1930-1936.
Roma, Museo di Roma (foto Stefano Mammini)

L’epilogo dell’esposizione lascia peraltro aperto un interrogativo: Maria Barosso avrebbe senz’altro potuto avere uno spazio anche come artista vera e propria, eppure mai volle farlo. Una scelta rispetto alla quale, a oggi, non sono state trovate spiegazioni nei documenti d’archivio. Così la mostra alla Centrale Montemartini può essere vista anche come il debutto, più che lusinghiero, in un campo da lei ancora inesplorato.

L’esposizione Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta in collaborazione con Sapienza Università di Roma. È a cura di Angela Maria D’Amelio, Maurizio Ficari, Manuela Gianandrea, Ilaria Miarelli Mariani, Domenico Palombi, con la collaborazione di Andrea Grazian ed Eleonora Tosti. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura.

Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione
Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini
fino al 22 febbraio 2026
Info tel. 06 06 08 (attivo tutti i giorni, 9,30-19.30)
www.zetema.it; www.centralemontemartini.org/it; www.museiincomuneroma.it

Avanzi di edicola [Compitum Acilii] rinvenuti durante gli scavi per la realizzazione di via dell’Impero, acquerello su carta di Maria Barosso. 1932 circa. Roma, Museo di Roma (Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura)

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