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incontro con Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano,
a cura di Stefano Mammini

Il 6 ottobre 2025 Federica Rinaldi ha assunto la guida del Museo Nazionale Romano, una delle raccolte d’archeologia e arte antica più importanti al mondo, della quale fanno parte, solo per citarne alcune, opere come la statua in bronzo del Pugilatore seduto, il Discobolo Lancellotti, la statua di Augusto capite velato da via Labicana, il magnifico giardino dipinto della Villa di Livia, gli affreschi recuperati dalla Villa della Farnesina o il Grande Ludovisi, un sarcofago colossale che raffigura una battaglia fra Romani e barbari.

Tesori distribuiti in quattro diverse sedi, perché a partire dal 1981 – grazie alla legge speciale per le antichità di Roma – il Museo Nazionale Romano, in origine allestito nelle strutture superstiti delle Terme di Diocleziano e nell’adiacente chiostro michelangiolesco della Certosa nata dalla parziale trasformazione dello stesso impianto termale, ha acquisito i Palazzi Massimo e Altemps e l’intero isolato della Crypta Balbi.

Il patrimonio targato MNR è dunque straordinariamente ricco, ma è facile intuire come a quella sigla corrisponda una realtà articolata e complessa.
Alla cui gestione Federica Rinaldi si è fin da subito dedicata con l’impegno che ne ha sempre contraddistinto la carriera fin qui svolta nei ranghi del Ministero della cultura: dapprima presso la Soprintendenza Archeologica del Veneto, poi nella Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma e soprattutto, dal 2017, presso il Parco archeologico del Colosseo.
Esperienze che hanno arricchito la sua solida formazione di archeologa, condotta presso l’Università di Padova, trasformandosi in preziosi e indispensabili “ferri del mestiere”.

Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano.

All’indomani dell’insediamento al Museo Nazionale Romano, la neodirettrice ha raccolto il testimone lasciato dai suoi predecessori, ma, oltre a garantire il compimento dei progetti in corso, sta già lavorando alla definizione delle linee guida lungo le quali indirizzare le attività dell’istituto che le è stato affidato, al fine di valorizzare al meglio le strutture e i beni che esso possiede.
Da qui ha preso le mosse un incontro che ha fornito significative conferme,
ma anche prefigurato importanti novità.

Direttrice, comincerei con i progetti che interessano l’isolato della Crypta Balbi, che – lo ricordiamo soprattutto a beneficio dei non romani – è un complesso situato nel cuore del centro storico cittadino, a pochi passi dall’area sacra di largo di Torre Argentina. Un sito che, negli anni Ottanta, è stato teatro di un intervento di scavo archeologico urbano che ha portato alla luce un contesto pluristratificato di eccezionale rilevanza e da cui, in seguito, è maturata l’idea di allestire un museo che ne raccontasse la storia. Qualche settimana fa, avete presentato un bilancio dell’iniziativa denominata Cantiere aperto e annunciato i prossimi interventi di cui la Crypta Balbi sarà oggetto: vuoi ricordarli?

Crypta Balbi è una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano, ma al momento, rispetto alle altre tre (Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps), è chiusa al pubblico. Una chiusura dettata dal fatto che il sito è interessato dal maggior numero di cantieri legati ai finanziamenti erogati dal Piano nazionale per gli investimenti complementari (PNC) al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza): si tratta infatti di ben sei cantieri (lotti 3, 4, 5, 6, 7 e 8), che interessano l’intero l’isolato. Non solo, quindi, la struttura nella quale era stato allestito il Museo della Crypta Balbi, ma anche tutti i fabbricati che ruotano intorno al museo e, in particolar modo, al cortile di quello che in origine era il monastero di S. Caterina.

Sono attualmente in corso lavori di riqualificazione, ma anche di rigenerazione, in quanto l’obiettivo condiviso sin dall’origine è quello di restituire alla fruizione pubblica l’isolato della Crypta Balbi, che è inquadrato da quattro assi stradali: via Caetani, via delle Botteghe Oscure, via dei Delfini e via dei Polacchi. A lavori ultimati, infatti, l’area sarà attraversata da passanti pedonali, tracciati secondo gli assi trasversali, percorribili in modalità gratuita, durante il giorno.

Foto aerea dell’isolato della Crypta Balbi-Museo Nazionale Romano; sulla sinistra, si riconosce via delle Botteghe Oscure, mentre, sul lato opposto, corre via dei Delfini (riprese Light History; regia riprese aeree Mary Mirka Milo; operatore drone Francesco Ferrara).

All’interno di questo grande isolato saranno inoltre create passerelle per la fruizione dell’area archeologica: sia di quella già nota dell’esedra (individuata nel corso delle campagne di scavo condotte negli anni Ottanta, n.d.r.), sia dei contesti emersi nel corso degli scavi condotti fino a poco tempo fa nell’ambito degli interventi previsti dal progetto di riqualificazione e che hanno rivelato, fra gli altri, nuovi e importanti dati riguardanti il settore del recinto del tempio collegato al teatro di Balbo.

Né mancheranno, ovviamente, presidi di fruizione del museo, che sarà il Museo della Crypta Balbi, ovvero un “museo di contesto” che racconterà la storia del monumento, da quando venne realizzato il teatro di Balbo (costruito nel 13 a.C. da Lucio Cornelio Balbo, con il bottino delle vittorie riportate sulle popolazioni libiche, n.d.r.) fino ai giorni nostri: si darà così conto non solo delle fasi romana, tardo-antica e medievale, ma dell’intera stratificazione storica. Vi saranno presidi di fruizione anche in forma di archivi e di biblioteche ed è inoltre prevista la possibilità di ospitare laboratori di artisti.

Una scelta, quest’ultima, che nasce dalla vocazione per l’arte contemporanea, che vogliamo sia un’altra delle peculiarità della Crypta Balbi e del Museo Nazionale Romano in generale (a tal punto che stiamo lavorando con una commissione ad hoc a un bando per individuare un curatore che contribuisca alla valutazione delle tante proposte avanzate da soggetti pubblici e privati al Museo). Avremo quindi un grande contesto, che potremo definire multilivello, ma anche polifunzionale nel vero senso della parola, che rimetterà al centro la storia di Roma: dalle sue origini nella prima età imperiale fino ai giorni nostri.

Sepolture altomedievali connesse con la chiesa di S. Maria Dominae Rosae scoperte nel corso dei recenti scavi archeologici condotti nell’area della Crypta Balbi (foto Emanuele Saletta, Lares).
Testina maschile in marmo rinvenuta nell’area del portico della Crypta Balbi-Museo Nazionale Romano (foto Emanuele Saletta, Lares).

È però importante aggiungere che, proprio allo scopo di raccontare questa importante trasformazione che la Crypta Balbi sta già vivendo (e che continuerà a vivere almeno per due anni ancora), abbiamo organizzato un ciclo di conferenzeIl Museo si trasforma – che comincerà tra pochi giorni, il 18 febbraio, e che permetterà a tutta la cittadinanza di conoscere in diretta quali sono i progetti in corso e gli esiti dei progetti elaborati, oltre che per la Crypta, anche per le altre due sedi del MNR – Terme di Diocleziano e Palazzo Altemps – che sono comunque destinatarie dei fondi PNC-PNRR.

Fino a giugno, le conferenze, che avranno cadenza mensile e sempre di mercoledì (18 marzo, 15 aprile, 20 maggio, 17 giugno, 16 settembre, 21 ottobre, 18 novembre, 16 dicembre), saranno dedicate alla Crypta Balbi e, grazie all’accordo di collaborazione raggiunto con l’Istituto Romano di San Michele e con il suo Rettore, potranno svolgersi all’interno della chiesa di S. Caterina de’ Funari (che fa parte dell’isolato della Crypta Balbi, n.d.r.). Riaperta lo scorso 25 novembre dopo un lungo restauro, la chiesa intitolata a santa Caterina di Alessandria (ma che nel Medioevo era nota anche come Santa Maria Dominae Rosae o Sancta Maria in castro aureo, n.d.r.) è tornata ad essere stabilmente accessibile, nei giorni di martedì, giovedì e sabato, cui si aggiunge il mercoledì pomeriggio, in occasione di questi incontri. E non è meno significativo il fatto che le conferenze si svolgano nell’area stessa di cui si parla e di cui si tratta.

A proposito di innovazioni che incidono anche sulla fruizione degli spazi pubblici, tra le ultime comunicazioni che avete diffuso, una riguarda la creazione di un nuovo ingresso alle Terme di Diocleziano: in che modo sarà strutturato?

Si tratta, anche in questo caso, di un intervento legato ai finanziamenti che il PNC-PNRR ha destinato appunto alle Terme di Diocleziano e che prevede l’apertura di un ingresso in piazza della Repubblica, nel tratto adiacente la basilica di S. Maria degli Angeli e prossimo all’inizio di viale Luigi Einaudi. Rispetto al complesso delle terme, il nuovo accesso creerà un asse diretto con la piazza della Repubblica e, una volta oltrepassato, condurrà all’Aula IX e alla vicina Aula XI bis, dove sarà a tutti gli effetti collocato il nuovo accesso al complesso termale. Proprio qui, in asse con l’Aula IX, sarà ricollocato il portale della Certosa del convento di S. Maria degli Angeli, così da riposizionarlo in quella che, fino al secolo scorso, era la sua ubicazione originaria, dando anche quindi un segno topografico importante di riconoscimento dell’ingresso.

Uno scorcio del chiostro michelangiolesco della Certosa nata dalla parziale trasformazione
delle Terme di Diocleziano (Archivio Fotografico MNR, foto L. Mandato).

A differenza di quel che accade oggi, il nuovo accesso consentirà di ritrovarsi direttamente all’interno delle Terme di Diocleziano, nelle grandi aule dell’impianto, che saranno le prime strutture che il pubblico avrà modo di vedere, così da avere la percezione di essere proprio nell’area archeologica, seguendo poi un percorso di visita più ordinato e coerente con l’evoluzione storica dell’area.

L’itinerario di visita seguirà infatti il succedersi delle aule e sboccherà nel giardino dei Cinquecento e quindi nel corpo del fabbricato del museo, dove, secondo percorsi che abbiamo intenzione di riorganizzare e rendere più funzionali, si potrà scegliere se accedere subito alle sezioni museali – il Museo della Comunicazione scritta e il futuro Museo di Roma prima di Roma – oppure al Chiostro di Michelangelo, che testimonia la fase in cui le terme vennero trasformate in Certosa. Puntiamo così a orientare il pubblico, che potrà entrare dalle terme e uscire dal giardino dei Cinquecento (cioè davanti alla Stazione Termini), dove, al più tardi nel 2027, troverà anche i servizi aggiuntivi che oggi mancano, cioè la ristorazione e il bookshop.

Hai appena citato il Museo di Roma prima di Roma, che, immagino, sia la futura denominazione della sezione dedicata alla protostoria dei popoli latini, attualmente non visitabile: è così? E quali sono i tempi di realizzazione di questo rinnovato allestimento?

Sì, si tratta del medesimo nucleo e la sezione di protostoria dei popoli latini, che era ospitata al primo piano del Chiostro di Michelangelo, è stata disallestita in vista di un futuro e diverso riallestimento. Un obiettivo al quale stiamo lavorando grazie a due diversi tipi di finanziamento: uno destinato al rifacimento della parte edile e impiantistica delle quattro ali del Chiostro; il secondo mirato a proporre una nuova lettura della storia di Roma prima di Roma, per mezzo di vetrine che racconteranno una vicenda che abbraccia un orizzonte cronologico compreso tra l’XI-X secolo a.C. e il VI a.C. Con approfondimenti su luoghi e popolazioni particolarmente rilevanti, attraverso l’esposizione di reperti provenienti da importanti siti protostorici, come Osteria dell’Osa, Castel di Decima, Laurentina, Fidene e Crustumerium.

A proposito di spazi pertinenti alle terme di Diocleziano, le Olearie Papali, dopo avere ospitato, fra il 2006 e il 2007, la mostra “Memorie dal sottosuolo”, non sono più state utilizzate. Immagino che la gestione di un numero così elevato di spazi non sia cosa facile, ma è possibile che vengano riaperte?

Gli spazi delle Olearie Papali saranno in futuro adibiti a deposito, ma non mi è al momento possibile indicare una data, perché la struttura non è stata inserita tra quelle che beneficiano dei finanziamenti del PNC-PNRR. E anche perché necessitano, soprattutto, di interventi di risanamento ambientale per i quali occorrono fondi straordinari. Siamo però determinati, quando avremo ultimato i lavori previsti dai progetti attualmente in corso, a chiedere che anche per le Olearie Papali vengano erogati nuovi fondi.

Hai appena fatto riferimento ai depositi e, a questo proposito, ti chiedo: è possibile immaginare che i magazzini del MNR vengano resi accessibili e visitabili – come si è fatto, per esempio, con il Museo Archeologico Nazionale di Ancona – o la loro consistenza è tale che si può solo immaginare una costante rotazione delle opere, come è accaduto con “Memorie sommerse”, la mostra attualmente in corso a Palazzo Massimo, che ha offerto l’occasione di esporre i bronzi del ponte di Valentiniano abitualmente custoditi in deposito?

A oggi la sola opzione praticabile è la seconda, perché l’estensione dei depositi del MNR e la quantità di materiale a oggi conservata – parliamo di oltre un milione di reperti – non consente la realizzazione di un allestimento visitabile. Inoltre, i depositi non sono organizzati in un open space, ma si tratta di più spazi diversi, ricavati all’interno delle Terme di Diocleziano e, comunque, eventuali progetti di fruizione degli spazi potranno essere elaborati nel futuro, perché in questo quadriennio dobbiamo concentrarci sul portare a compimento i lavori avviati nei cantieri finanziati dal PNC-PNRR.

Quanto alla rotazione dei materiali, si tratta invece di una prassi per noi quotidiana, che si traduce in prestiti nazionali e internazionali o anche all’interno delle nostre sedi. L’esperienza della mostra “Memorie Sommerse” ne è una testimonianza, poiché l’esposizione è stata ideata a seguito dello svuotamento di una sala di Palazzo Massimo che ospitava opere concesse in prestito (per la mostra “La Grecia a Roma”, in corso ai Musei Capitolini, n.d.r.). Una circostanza che ci ha suggerito di garantire almeno per cinque mesi la possibilità di vedere i bronzi recuperati nel 1878 in prossimità del ponte di Valentiniano (sui cui resti fu poi innalzato l’odierno Ponte Sisto, n.d.r.), che non erano mai usciti dai depositi.

Statua di togato in bronzo dorato recuperata nel 1878 durante gli interventi sugli argini del Tevere nell’area dell’antico Ponte di Velentiniano, oggi Ponte Sisto (foto Dinamica Studio).

Mi piace anche sottolineare che le numerose mostre nelle quali sono presenti materiali del Museo Nazionale Romano, sia a livello nazionale che internazionale, attingono, nella quasi totalità dei casi, ai materiali dei depositi. Si tratta, peraltro, di progetti espositivi rispetto ai quali il MNR non agisce solo come prestatore, ma, come nel caso di una importante e corposa mostra che si inaugurerà a Melbourne, in Australia, nel prossimo mese di marzo, abbiamo anche definito il concept della mostra stessa, basata appunto su materiali dei depositi.

Vi sono anche casi nei quali i materiali dei depositi sono concessi in prestito temporaneo, ma di lunga durata, a realtà civiche del territorio in armonia con il Piano Olivetti per la cultura e ancora una volta con l’idea di museo di contesto, che è senz’altro uno dei miei obiettivi primari. In questo senso nei giorni scorsi, a Norma (Latina), è stato presentato il riallestimento di una parte del Museo Civico dell’antica città di Norba, reso possibile proprio dal prestito di materiali del Museo Nazionale Romano provenienti dagli scavi condotti nei secoli passati e pertinenti ai santuari di Diana e di Giunone Lucina. Con iniziative come questa, il MNR, grazie alla ricchezza di questa collezione “nascosta”, ha la possibilità di creare una rete diffusa a livello locale e territoriale e anche internazionale.

Testa in bronzo attribuita all’imperatore Valentiniano I ed esposta
nella mostra “Memorie sommerse” (foto Stefano Mammini).

A proposito dei criteri di gestione dei musei, scorrendo i dati raccolti nel recente Libro bianco dei musei statali italiani (2025) realizzato da Mondomostre, emerge come, dopo le forzate chiusure imposte dalla pandemia da Covid, l’afflusso dei visitatori sia progressivamente tornato ai livelli del 2019 e mostri segnali di ulteriore crescita. Che è vistosa nel caso delle aree archeologiche (+30%), ma meno consistente per i musei archeologici (+5%): se, dunque, l’archeologia sembra comunque essere in grado di catturare l’interesse del pubblico, cosa si potrebbe (o si dovrebbe) fare, a tuo avviso, affinché un museo archeologico risulti tanto attrattivo quanto lo è un sito?

La questione è complessa, ma stimolante al tempo stesso. Innanzi tutto, posso confermarti che il MNR è pienamente in linea con la tendenza che hai descritto, perché delle tre sedi attualmente visitabili (ricordiamo che la Crypta Balbi è attualmente chiusa), le Terme di Diocleziano tendenzialmente fanno registrare il più alto numero di visitatori, proprio perché, sebbene musealizzate, sono a tutti gli effetti un’area archeologica e dunque si giovano del fascino della rovina. Inoltre, credo che incida senz’altro la possibilità di trovarsi in uno spazio aperto: una circostanza che, dopo la pandemia, continua a influire sulle scelte del pubblico, che percepisce un senso di sicurezza maggiore rispetto a quello garantito da un luogo chiuso.

Quella di un’area archeologica, inoltre, è una visita che potremmo definire meno “impegnativa”, nella quale si è circondati dalla bellezza e l’osservazione di un monumento o dei suoi resti generalmente non richiede la lettura di testi o didascalie, come accade invece per i reperti esposti in un museo. Musei che spesso, anche quando dispongano di collezioni di straordinaria importanza e bellezza, conservano un’impostazione storico-artistica, a danno della contestualizzazione dei materiali.

La Sala VII di Palazzo Massimo, con, in primo piano, l’Ermafrodito dormiente
(Archivio Fotografico MNR, foto S. Sansonetti).

Può così accadere che, visitando un’area archeologica, ci si immerga nell’archeologia, si venga circondati dalla bellezza, dalle strutture, dalle murature, dalla storia… e forse si riesca più facilmente a comprendere come quei resti sono stati scoperti, come vengono conservati, qual è il lavoro che ogni giorno fa sì che essi continuino a trasmettere la loro potenza. Il museo, invece, continua ad avere spesso un aspetto più “dimesso”, che rende più faticoso apprezzarlo e cogliere le storie che i suoi reperti trasmettono.

Non è facile individuare la soluzione, ma credo che un museo archeologico dovrebbe trovare una chiave di comunicazione tale da far sì che le opere non risultino soltanto belle, ma siano anche in grado di raccontarsi. Raccontandosi per il significato che hanno, ma anche per il luogo da cui provengono.
In questo senso, anticipo un’idea che sto cercando di costruire insieme al Parco archeologico del Colosseo e di cui ho già parlato con i colleghi, perché, oltre a essere vicini di casa, a loro è affidata l’area archeologica più importante al mondo, cioè quella composta dal Foro Romano e dal Palatino.

Un’area archeologica da cui provengono materiali oggi esposti al Museo Nazionale Romano: tra tutti, le famose insegne di Massenzio. E dunque, proprio per cercare di sanare questo gap, stiamo ragionando su reciproche scontistiche sui biglietti e sull’idea di costruire percorsi didattici integrati, con l’ausilio dei nostri servizi educativi, ma anche, in futuro, favorendo l’attività delle associazioni di guide turistiche, dei tour operator, il tutto con l’obiettivo di rendere la visita meno faticosa, più appagante e forse anche più educativa.

Alcune delle insegne del potere trovati alle pendici del Palatino e legate alla sconfitta di Massenzio
a Ponte Milvio nel 312 d.C., oggi esposte in una sala del Medagliere del Museo Nazionale Romano
di Palazzo Massimo (foto Stefano Mammini).

Sul fronte, invece, delle mostre temporanee, avete in programma nuovi allestimenti o siete più concentrati sulla valorizzazione delle collezioni permanenti?

No, siamo molto interessati alle esposizioni temporanee, perché intendiamo offrire l’idea di un museo dinamico, che non devi vedere una volta nella vita, ma che devi tornare a visitare, perché la mostra ti aiuta a scoprire altri aspetti di quel museo, altri linguaggi, altre caratteristiche.

A questo proposito abbiamo a oggi un programma di esposizioni temporanee ben articolato, che riguarda tutte e tre le sedi: Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps. Ci saranno mostre prettamente archeologiche, ma anche mostre legate alla storia degli archivi cartacei e fotografici, nella forma di Escape Room. E poi esposizioni di arte contemporanea, un ambito rispetto al quale, come ho anticipato, il MNR vorrebbe farsi promotore anche di una strategia culturale che lo porti ad avere un curatore, un direttore artistico, in grado di veicolare concept di arte contemporanea e quindi accogliere le proposte che arrivano dall’esterno e incanalarle all’interno di contenuti che di anno in anno possono essere modificati. Anche perché il Museo Nazionale Romano non ha una vocazione esclusivamente archeologica, ma può e deve continuare – come è stato già fatto in passato – a mantenere il dialogo con l’arte contemporanea.

Per esempio, si potrebbe decidere che il 2027 sia l’anno del “tempo” e, a quel punto, le mostre di arte contemporanea dovrebbero sviluppare quel tema, orientando gli artisti, affinché, quando arrivano al museo, trovino un filone già impostato e creino relazioni site specific con il museo stesso.

La Sala del Galata di Palazzo Altemps, che prende nome dalla statua del Galata suicida;
sulle sinistra il sarcofago monumentale noto come Grande Ludovisi
(Archivio Fotografico MNR, foto R. D’Agostini, L. Mandato).

In chiusura, mi piacerebbe raccogliere il tuo parere su un tema assai dibattuto e cioè sulla necessità o meno che il direttore di un museo archeologico sia un archeologo: sulla base delle tue esperienze, la consideri una conditio sine qua non o credi che anche un non archeologo, purché provvisto di buone capacità gestionali, possa guidare un museo come, per esempio, quello che dirigi da qualche mese?

In quanto archeologa chiamata alla direzione di un complesso museale come il MNR, il mio parere può naturalmente risultare condizionato dall’esperienza personale, ma credo che la prima delle ipotesi che hai formulato sia preferibile anche se non la considero completamente una conditio sine qua non. Ritengo che l’archeologo all’interno di un Museo archeologico possa esprimere al meglio la propria conoscenza ed esperienza professionale, ma allo stesso tempo credo che debba essere altrettanto capace di adattarsi alla realtà che sta gestendo, perché ogni museo archeologico è diverso. Nel caso del Museo Nazionale Romano, tra l’altro, parliamo di un’archeologia che spazia dalla Roma prima di Roma fino al collezionismo rinascimentale, e quindi di un’archeologia che dialoga molto con l’architettura e la storia dell’arte.

Credo che la forza di un archeologo stia molto nella capacità di avere una visione d’insieme che lo porta a sapersi esprimere anche con linguaggi differenti e che, di fronte alle diverse situazioni che la gestione di un museo può determinare, possieda forse una maggiore duttilità rispetto a specialisti di discipline di per sé più inquadrate, più perimetrate.

L’archeologo viene da una formazione totalmente umanistica, durante la quale non ha studiato solo archeologia: ha studiato le lingue antiche, greco e latino (o perlomeno nei piani di studio della mia epoca!), è cresciuto nei cantieri e nelle missioni di scavo, imparando a condividere lo spazio e il tempo con altre persone, professioni, realtà. Questa, almeno, è stata la mia esperienza, che senza dubbio ha contribuito a farmi diventare la persona  che sono.

Museo Nazionale Romano
Terme di Diocleziano

Roma, via Enrico de Nicola 78
Palazzo Massimo
Roma, largo di Villa Peretti 2
Palazzo Altemps
Roma, piazza di Sant’Apollinare 46
Orario dal martedì alla domenica, 9,30-19,00
Info https://museonazionaleromano.beniculturali.it/

La statua bronzea del Pugilatore seduto, esposta nel Museo Nazionale Romano
di Palazzo Massimo (foto Stefano Mammini).

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