di Stefano Mammini, con un’intervista a Gianluca Marziani
Palazzo Merulana, a Roma, ospita la mostra dell’artista palermitano Nicola Pucci, primo capitolo del progetto Scuola Italiana. La pittura contemporanea e il suo spirito circolare nel tempo storico, ideato e curato da Gianluca Marziani. Diciannove opere di Pucci sono distribuite nelle sale che accolgono i capolavori della Collezione Elena e Claudio Cerasi, principalmente incentrata sull’arte della scuola romana e italiana del Novecento, e danno vita a un confronto originale e accattivante, sviluppato nel segno della pittura.
Pur utilizzando un linguaggio quasi iperrealista, Nicola Pucci dà vita a opere che lui stesso definisce “collage mentali”, attraverso i quali rappresenta l’invisibile o l’inverosimile: cavalli che irrompono all’interno di un treno, un gorilla che, alla maniera dei giocolieri circensi, fa passare un aeroplano in un cerchio, un bambino coccolato da un leone… Scene spiazzanti, ma che, al tempo stesso, riflettono un immaginario che si può scoprire affine al proprio. E l’accostamento fra i suoi quadri e quelli della Collezione Cerasi dà vita a un’armonia senza stridori, per usare le parole scelte nel presentare la mostra da Paola Centanni, direttrice di Palazzo Merulana.
Al progetto Scuola Italiana Gianluca Marziani ha detto di aver voluto dare un’impronta fortemente didattica, fin dal titolo, e di averlo costruito sulla pittura perché considera questa modalità di espressione il DNA iconografico del nostro Paese. Un patrimonio genetico che si è formato fin dal Trecento e che, da allora, si è stratificato e arricchito, senza soluzione di continuità, seguendo la “sottile linea rossa” lungo la quale questo dialogo ininterrotto si è sviluppato. Da questa visione ha preso spunto l’intervista che ci ha rilasciato.

Gianluca Marziani, la pittura è l’elemento portante del progetto Scuola Italiana: si può dire che questa scelta si inserisce in un più vasto recupero di questa forma d’arte, che sembra peraltro incontrare l’interesse e il favore del pubblico, come prova, per esempio, il successo della mostra antologica su Mario Schifano organizzata da Palazzo Esposizioni? E che all’apprezzamento nei confronti della pittura contribuisce la sua maggiore accessibilità rispetto ad altre forme di espressione artistica, soprattutto per chi non abbia un bagaglio di conoscenze specifiche in materia?
La domanda coglie quello che è ormai un tema fondativo: oggi siamo di fronte a un tema di crisi museale, di crisi del pubblico, che obbligano a interrogarsi sulla questione. E, per inciso, la mostra di Schifano a Palazzo Esposizioni dimostra come si possa realizzare una mostra di livello altissimo, in questo caso, attraverso la produzione di quello che considero il più grande pittore italiano dal dopoguerra a oggi.
La pittura, come a volte si sente dire, è un linguaggio “ritornante”. E lo è perché ha questa grande capacità di essere, alla fine, metafisica, di essere un linguaggio che si sgancia dal fattore fisico, che è invece quello a cui ci riportano spesso le installazioni, la multimedialità, che pure si esprimono con opere interessantissime, di notevole spessore e profilo. Tuttavia, una estrema concettualizzazione penalizza ovviamente il pubblico generico, perché ha bisogno di una maggiore preparazione e di più puntuali istruzioni per l’uso. Mentre il linguaggio della pittura è aperto alla libertà interpretativa.
Al di là di questo, credo che l’espressione artistica umana nel disegno, nella pittura e nella scultura trovi la sua genetica d’origine e sviluppo. È un fenomeno che considero affine al movimento o al processo che, parallelamente alla crescita, ci porta a camminare e a parlare, a usare le corde vocali. Io credo che la pittura faccia pare di quel bagaglio di cose innate: che poi chi ha talento sviluppa, altri non la sviluppano, altri ancora, provvisti di minor talento, ma di grandi idee, riescono a farne qualcosa.
E credo anche che la pittura sia un linguaggio destinato ad avere sempre più spazio, ma che, al tempo stesso, deve continuare a evolversi. Per esempio, Nicola Pucci è un pittore che, nelle fasi preparatorie dei suoi quadri, fa ampio uso delle tecnologie. Del resto, già nel 1998, scrissi un libro che si chiamava Nuovo Quadro Contemporaneo e parlai proprio di come il digitale potesse cambiare il linguaggio pittorico. Come poi è effettivamente successo, ma il digitale non ha sostituito la pittura: si è integrato con la pittura. Ed è questa la cosa fondamentale.


La pittura è un linguaggio, in un certo senso, neutro, che può essere accostato ad altri linguaggi. Può diventare a sua volta Street Art e tradursi in grandi formati urbani. Può diventare digitale. Può contaminarsi con altri linguaggi ancora, come accade oggi, per esempio, con i volumi delle stampanti 3D. È quindi un linguaggio che non può perdere la sua forza. Insomma, la pittura viene data per morta da secoli, ma non è mai morta, anzi è più viva che mai.
Credo poi in un’altra cosa: credo nei pittori bravi. Come in tutte le cose, anche nella pittura c’è il fuoriclasse, e, intorno a lui, artisti di talento. Ma non peno esista un linguaggio con più capacità di entrare in sintonia con il pubblico dal punto di vista emotivo, sensoriale. L’arte immersiva ha senza dubbio una sua valenza, ma gioca con risposte più superficiali, perché sono risposte più cinetiche, più ottiche, più retiniche. La pittura, per rifarci alle opere di Nicola Pucci scelte per la mostra, è il leone con il bambino. Se lo fotografi, se lo osservi a lungo, capisci che è un’immagine emblematica della tenerezza. Una rappresentazione universale di che cosa voglia dire amare un essere umano.
In questi giorni, per fare un altro esempio, si è parlato molto dell’Ecce Homo di Antonello da Messina, che è un quadro minuscolo, ma è più potente di una bomba atomica figurativa. E se ancora parliamo dell’Ecce Homo come di una delle creazioni più belle e importanti di sempre, credo ci sia una ragione, sono convinto che non sia cambiato tutto, in un mondo dove non c’è più spazio per la pittura.
Credo invece che ci sia un grande spazio e che molti musei faranno ragionamenti diversi in futuro, sia sulle collezioni permanenti, sia sulle mostre temporanee, con l’obiettivo di recuperare un certo tipo di pubblico, anche attraverso la pittura. Una forma d’arte che, suo malgrado, è finita sotto processo anche per via della spinta, da parte della curatela internazionale, verso un certo tipo di linguaggi. Una spinta dettata da ragioni molteplici: penso, per esempio, alla volontà di conoscere le culture antagoniste, al terzomondismo a cui si è giustamente dato spazio nelle biennali e che ha fatto scoprire realtà come quelle dell’Africa subsahariana o dei Paesi asiatici.
Scelte legittime, che però hanno portato a relegare in secondo piano la pittura, che peraltro in Italia sappiamo fare molto bene. Quindi, invece di averne paura, sono convinto che sia giusto dare più spazio alla pittura. In fondo, a ben vedere, la Collezione Pinault, a Venezia – che è la realtà con più hype internazionale – ha organizzato molte mostre di pittura. A Parigi -a parte le mostre apicali, su artisti come Matisse – vedo tantissima pittura. Insomma, credo proprio che la pittura sia un linguaggio da utilizzare.

accanto a L’enigma dei grattacieli (1960) (foto Stefano Mammini).
Tornando a Scuola Italiana, la mostra di Nicola Pucci è il primo capitolo del progetto. Quali saranno i passi successivi?
E in quanto tempo si svilupperanno?
Il progetto è nato per avere una durata, teoricamente, pluriennale. E l’idea è quella di dedicare a ogni nuovo artista mostre della durata di qualche mese. Sto attualmente selezionando artisti che fanno parte di un panorama abbastanza omogeneo, nati tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta e che quindi considero della nostra generazione (io stesso sono nato nel 1970). Sono pittori che hanno una loro istituzionalizzazione in corso, una loro musealità: Pietro Ruffo, Cristiano Pintaldi, Danilo Bucchi… Con loro e altri sto lavorando per creare le tappe future di Scuola Italiana.
La durata del progetto dipende anche dal consenso che sarà in grado di riscuotere. In ogni caso, con Scuola Italiana ho intenzione di creare una piattaforma, grazie anche all’aiuto del gruppo Scrinium (società specializzata nella realizzazione di repliche fedeli di antichi manoscritti, n.d.r.) che permetta al progetto di vivere anche a prescindere dall’esclusività di Palazzo Merulana. Scuola Italiana potrà avere una sua valenza, anche mobile, in altri musei, in altre città, affinché io possa presentare anche un numero maggiore di artisti, di opere e anche di possibilità. Qui a Palazzo Merulana, ogni episodio di un progetto come questo implica un percorso di mesi di preparazione e bisogna entrare all’interno di una programmazione: al momento non sono in grado di dire quante mostre riusciremo a fare, ma lo schema è quello di presentare ogni volta un artista con un percorso molto studiato, con opere scelte appositamente, mantenendo la linea portante sperimentata con Nicola Pucci.

Facendo del confronto con le opere della collezione Cerasi un elemento ricorrente?
Se la Fondazione Cerasi non interviene sulla collezione, il pattern rimane questo. Altrimenti, mi confronterò con gli eventuali cambiamenti. Anche se credo che l’allestimento attuale, curato da Fabio Benzi, non subirà modifiche nei prossimi anni, salvo minimi interventi.
In ogni caso, io come curatore e gli artisti di volta in volta coinvolti lavoreremo sull’esistente. E, naturalmente, l’allestimento sarà frutto anche della visione di ciascun artista. Nel caso di Nicola Pucci, per esempio, abbiamo lavorato su queste zone “interstiziali”, di vuoto, che abbiamo occupato con i suoi quadri. Non è detto che, con altri artisti, si lavori, per esempio, con formati molto piccoli, ma moltiplicati in vari punti. Ogni artista sarà artefice di una storia a sé e quindi anche di un percorso da costruire in maniera completamente diversa.
Scuola Italiana
Nicola Pucci
fino al 5 luglio 2026
Roma, Palazzo Merulana
Info www.palazzomerulana.it

I cavalli della palude (1910) di Duilio Cambellotti (foto Stefano Mammini).



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