di Stefano Mammini
Nello scorso marzo, lo Stato italiano ha perfezionato l’acquisizione del Ritratto di Maffeo Barberini eseguito da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, finito in collezione privata all’indomani della dispersione della collezione detenuta dai discendenti dell’allora chierico apostolico.
L’opera, pagata 30 milioni di euro, è destinata alla sede di Palazzo Barberini delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma e va così ad arricchire il lotto dei dipinti del maestro lombardo, del quale già facevano parte Giuditta e Oloferne, il San Francesco in meditazione, il Narciso e il San Giovanni Battista (quest’ultimo conservato nella sede Palazzo Corsini).
Prima del trasferimento definitivo, come già era accaduto per l’Ecce Homo di Antonello da Messina (ora al MuNDA-Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila), il Ritratto di Maffeo Barberini è esposto presso la Biblioteca del Senato.
Nella mostra, visitabile a ingresso libero, la presentazione della tela è accompagnata da notizie storico-critiche, dal contesto in cui Caravaggio visse e operò e da documenti d’archivio che testimoniano alcuni dei guai giudiziari in cui fu coinvolto, come quando venne arrestato per aver portato una spada senza licenza.
Al di là del colore e della effettiva gravità dei fatti, verbali e interrogatori concorrono a definire il profilo di Merisi e restituiscono uno spaccato della committenza che guardava con crescente interesse alla sua produzione. Ne è prova, per esempio, il fatto che, tratto in arresto, Caravaggio sostenga di avere diritto a portare la spada, perché in possesso di una licenza rilasciata dal cardinale Francesco Maria del Monte, che fu uno dei suoi principali mecenati.
Un’ascesa irresistibile
Il Ritratto di Maffeo Barberini, che già aveva contribuito a dare lustro alla mostra Caravaggio 2025 – nella quale era stato messo a confronto con un’opera analoga, anche se l’attribuzione al pittore non è unanimemente accettata -, fu eseguito, secondo la maggior parte degli studiosi, intorno al 1599, dopo che Maffeo era stato nominato chierico della Camera Apostolica. Sulla base di considerazioni stilistiche, è stata proposta anche una datazione più tarda, al 1603, e anche in questo caso il ritratto sarebbe stato commissionato dopo un’importante tappa nell’ascesa del futuro papa Urbano VIII: dall’incarico, ricevuto nel 1602, a commissario pontificio per i lavori di bonifica del lago Trasimeno.
Il dibattito nulla toglie alla qualità del dipinto, che, in ogni caso, va ascritto alla fase in cui Caravaggio, come scrisse il critico Giovan Pietro Bellori (1672), cominciò «ad ingagliardire gli oscuri», frase citata da Paola Nicita nella scheda sull’opera, per “indicare il momento in cui il pittore iniziò a creare dipinti dai potenti contrasti di luce e di ombra che corrispondono alla cifra stilistica con cui si identifica l’intera opera del maestro”.
Scrive ancora Paola Nicita: “Caravaggio, con pochi tratti sicuri e veloci, valorizzati da una tavolozza luminosa, riesce a rendere vivo il suo protagonista e a trasmetterci la sua presenza magnetica, senza retorica o idealizzazione. Blocca l’azione di monsignor Maffeo mentre si sta volgendo di scatto, cattura il suo sguardo ipnotico, ne interpreta il carattere e gli conferisce profondità psicologica. Crea così un’istantanea di realtà, consegnandoci «il ritratto moderno»”.
Caravaggio. Il Ritratto di monsignor Maffeo Barberini
Roma, Palazzo della Minerva,
Sala Capitolare, Senato della Repubblica
fino al 21 giugno 2026
Info www.senato.it/CESUS/2026/caravaggio/#h-intro


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