di Elisabetta Mero
Per secoli il potere femminile è stato raccontato più che compreso. Quando una donna governava, decideva, stringeva alleanze, resisteva o imponeva una visione, la storia tendeva a trasformarla in qualcos’altro: in un simbolo, in un’anomalia, in una creatura pericolosa. Prima angelo, poi veleno. Prima ideale astratto, poi corpo da sorvegliare. In mezzo, quasi sempre, la rimozione di un fatto essenziale: anche le donne sono state soggetti pieni della storia, non semplici comparse nel teatro del potere maschile.
Per comprendere le grandi sovrane che hanno segnato il passato bisogna partire proprio da qui, dalla frattura di un paradigma culturale. Come ha mostrato lo storico della filosofia Eugenio Garin (1909-2004), il Rinascimento rompe definitivamente la visione medievale della “Donna Angelo”: la donna non è più soltanto tramite etereo, figura da contemplare o da cantare, ma torna a essere presenza civile, intelligenza attiva, volontà politica. In questo passaggio irrompono figure nuove e potentissime: donne che diventano reggenti, diplomatiche, strateghe, interpreti del proprio tempo.
Tuttavia, nel momento stesso in cui il femminile entra davvero nella storia, comincia anche a essere sottoposto a una forma particolare di deformazione. L’autorità maschile viene giudicata nei suoi effetti; quella femminile, molto spesso, nel suo corpo, nel suo temperamento, nella sua reputazione. È un doppio registro che attraversa i secoli e che ancora oggi non ha smesso di produrre immagini tossiche. Ed è esattamente in questo spazio ambiguo, tra verità storica e costruzione del mito, che si inserisce con straordinaria precisione l’installazione rivelatrice Cantarella, il progetto site specific di Nuria Mora, in programma alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana nella Sala del Foro romano per la Milano Art Week e in concomitanza con miart 2026.

Concepita appositamente per lo spazio dove andrà ad inserirsi, curata da Gianluca Ranzi e da chi scrive, con il coordinamento generale di Martina Corbetta e il supporto scientifico di Marta Moriarty, la mostra si presenta come una grande installazione immersiva capace di trasformare lo spazio storico in un ambiente sospeso, dove pittura, architettura e memoria dialogano in modo organico. Non si tratta di un intervento invasivo, ma di una presenza sottile, quasi rituale, che si inserisce nel cuore dell’Ambrosiana senza interromperne il respiro, semmai amplificandolo.
Il titolo della mostra è già una dichiarazione di intenti. Cantarella richiama il leggendario veleno rinascimentale associato alla famiglia Borgia, tradizionalmente identificato con l’arsenico bianco: una sostanza inodore e insapore, capace di agire lentamente. La leggenda raccontava che la vittima, prima di morire, apparisse calma, quasi “cantasse”. In questa immagine si concentra un intero sistema di opposizioni: apparenza e verità, fascino e minaccia, bellezza e sospetto. E proprio qui il progetto di Nuria Mora smette di essere soltanto una mostra per diventare una riflessione più ampia sul modo in cui il femminile è stato storicamente guardato, interpretato, spesso falsato.

La figura che emerge come presenza evocata è Lucrezia Borgia, forse più di ogni altra trasformata in leggenda nera. Eppure Lucrezia non fu soltanto l’icona ambigua costruita da secoli di propaganda. Fu una donna colta, una diplomatica, un personaggio capace di esercitare un ruolo politico reale. La Pinacoteca Ambrosiana conserva alcune lettere da lei indirizzate a Pietro Bembo e una celebre ciocca di capelli biondi custodita in una teca realizzata da Alfredo Ravasco all’inizio del Novecento. È un dettaglio potentissimo: un frammento di materia vivente sopravvissuto ai secoli, quasi una reliquia profana, che continua ad attrarre sguardi, fantasie, proiezioni.
Attorno a quella ciocca si è addensato il mito. Ma proprio lì si apre anche la possibilità di una lettura diversa. Come ha mostrato Maria Bellonci nel suo romanzo cult (Lucrezia Borgia, la sua vita e i suoi tempi, pubblicato per la prima volta nel 1939), la vicenda di Lucrezia è stata deformata da un immaginario incapace di tollerare che una donna potesse unire grazia, cultura e potere. La sua immagine è stata piegata fino a farne un emblema di seduzione e veleno, quando invece il suo percorso racconta molto di più: la capacità di trasformare una condizione dinastica in uno spazio di intelligenza politica. Non è un caso che Cantarella non scelga la strada della riscrittura storica, ma quella più sottile della riapertura poetica.
Nuria Mora costruisce infatti una sorta di favola contemporanea: tramite l’oggetto esposto, che ha colpito il suo immaginario e che si connette a leggende “non ufficiali”, evoca il ritorno di una presenza che era stata ridotta a icona, a residuo, a reliquia muta. Lucrezia non torna per sedurre, ma per rivelare. Torna a sottrarsi allo sguardo che l’aveva fissata una volta per tutte.


(foto Cosimo Filippini).
In questo senso, Cantarella dialoga profondamente con la storia delle grandi sovrane. Maria Stuarda, nella tragedia La Reina di Scotia di Federico Della Valle, trasforma il patibolo in un atto di suprema affermazione identitaria: “Muoio non come rea, ma come Reina”. Caterina de’ Medici, la “Regina Nera”, ha pagato a lungo il prezzo di una lettura semplificata e malevola della propria lucidità politica. Elisabetta I ha dovuto reinventare il linguaggio stesso della sovranità per sottrarsi alla logica matrimoniale che voleva il corpo femminile sempre subordinato a un’alleanza. Maria Teresa d’Asburgo, Caterina la Grande, Vittoria: tutte, in modi diversi, hanno incarnato il comando come visione, disciplina, costruzione del reale. E tutte, quasi inevitabilmente, sono state accompagnate da un eccesso di racconto morale, da un bisogno di spiegare il loro potere come eccezione, deviazione o enigma.
La mostra di Nuria Mora tocca con forza proprio questo nodo. L’allestimento si sviluppa come un’unica architettura visiva: grandi tele in acrilico, olio e sabbia su lino dialogano con interventi murali e con la struttura della sala; tende in velluto e superfici tessili costruiscono quinte morbide, quasi liturgiche; la luce radente esalta la materia e genera una condizione di sospensione; ceramiche smaltate e tappeti espandono la pittura nello spazio. Il risultato non è semplicemente scenografico. È un ambiente che costringe a rallentare, a entrare dentro una soglia percettiva in cui ciò che appare non coincide mai del tutto con ciò che è.

Ecco allora che Cantarella smette di indicare un veleno e diventa il nome di un equivoco storico. Il femminile, quando si avvicina al potere, viene spesso letto come superficie ingannevole: troppo bello per essere innocente, troppo intelligente per essere spontaneo, troppo autorevole per non nascondere una minaccia. La mostra lavora esattamente contro questo automatismo. Trasforma la bellezza in linguaggio critico, la materia in memoria, l’atmosfera in strumento di interrogazione.
In fondo, è la stessa traiettoria che porta dalla “Donna Angelo” medievale alle donne che hanno reclamato il diritto di essere protagoniste della storia. Come ha scritto Marina Warner, scrittrice e antropologa, per secoli il femminile è stato tollerato più volentieri come allegoria che come volontà. Ma le sovrane, le reggenti, le leader, le donne di Stato hanno spezzato questo modello. E oggi, figure politiche contemporanee come Angela Merkel, Jacinda Ardern o Ellen Johnson Sirleaf dimostrano che l’autorevolezza non ha bisogno di imitare il paradigma maschile per essere pienamente efficace. Strada intrapresa dalle femministe degli anni ’80. Competenza, visione, empatia, tenuta: anche questi sono linguaggi del potere.
Per questo Cantarella è molto più di una mostra dedicata a una leggenda rinascimentale. È una riflessione sulla persistenza del giudizio che colpisce il corpo femminile quando questo si fa presenza pubblica. È una meditazione sul modo in cui la storia costruisce e deforma le immagini. Ed è anche un invito a guardare diversamente: non più cercando nel femminile il segno del pericolo o dell’ambiguità, ma riconoscendovi una forma di sovranità.
Dalla tragedia di Maria Stuarda alla ciocca di Lucrezia Borgia custodita all’Ambrosiana, dalle regine della prima modernità alle leader contemporanee, il filo resta lo stesso: il potere femminile è stato troppo spesso trasformato in mito per non doverne riconoscere la realtà. L’arte, qui, interviene nel punto esatto in cui la storia si è lasciata contaminare dalla leggenda. E lo fa restituendo al femminile non un’assoluzione, ma qualcosa di più importante: una presenza.

Nuria Mora-Cantarella
Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana,
Sala del Foro Romano
dal 3 al 18 aprile 2026
Info tel. 340 6701854
oppure 339 2005291;
e-mail: lartquotidien@gmail.com



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