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di Anna Maria Baiamonte*

Arriva in sala l’Odissea di Christopher Nolan, ambizioso progetto di portare sul grande schermo uno tra i massimi capolavori della letteratura di ogni tempo. Ambizioso perché, annunciato da oltre un anno e supportato da un massiccio budget, il kolossal è stato accompagnato da una monumentale strategia di comunicazione, che ha puntato tutto sulla spettacolarità, spingendo le aspettative del pubblico e della critica a livelli altissimi: non solo è il primo film diretto da Nolan dopo Oppenheimer, che nel 2024 vinse sette Oscar, ma è anche il primo lungometraggio nella storia del cinema a essere girato interamente con videocamere IMAX, una tecnologia di ripresa che proietta (su appositi schermi) immagini di massima dimensione e qualità. Un modo imponente di affrontare la densa materia omerica, attorno alla quale, con strumenti e linguaggi differenti, altri cineasti si sono già cimentati in passato.

Andando indietro di qualche decennio, per esempio, nel 1968 venne mandato in onda per la prima volta, in otto puntate, lo sceneggiato Odissea per la regia di Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava con Bekim Fehmiu e una iconica Irene Papas a dare il volto a Penelope. Distribuito in numerosi mercati televisivi europei e mondiali, in Italia rappresentò la prima produzione a colori della RAI: un’opera pionieristica, frutto di una collaborazione internazionale tra mondo del cinema e della televisione che si tradusse in un enorme successo di pubblico.

Un’esperienza meditativa

Fuori dai circuiti mainstream e dai fenomeni di massa è invece un gioiello del cinema indipendente italiano: Nostos, il ritorno, presentato al Festival di Locarno nel 1989, scritto e diretto da Franco Piavoli che ne ha curato anche fotografia, montaggio e suono.

Più che la visione di un film, è un’esperienza meditativa: un potente gioco visuale di corpi, luci e colori che si rincorrono con magico realismo tra sogno e memoria. Al tempo stesso, l’opera – di cui Cineteca Milano ha appena curato il restauro – è il risultato di una fine produzione artigianale: dalla ricostruzione accurata delle navi e degli armamenti in uso tra i soldati nell’antica Grecia fino agli abiti, confezionati a mano e in maniera volutamente grezza, tutto contribuisce a conferire alla pellicola una certa aura primordiale estremamente credibile.

Nel suo viaggio di ritorno a casa attraverso il Mediterraneo, terminata la guerra di Troia, il re di Itaca si trova ad affrontare molti ostacoli naturali e soprannaturali, muovendosi tra memorie evanescenti, il ricordo di una donna, la nostalgia, il desiderio, il rimpianto e la solitudine. Dopo aver perso tutti i compagni in un naufragio, l’eroe rimane solo in un mondo dove la terra, animata da forze arcane e meravigliose, parla un linguaggio magico e dove domina il suono della natura che amplifica i sensi.

Gesti ridotti al minimo

In questa riscrittura, tutto l’apparato epico è restituito attraverso una serie di componenti sensoriali fondamentali, una costruzione visiva e sonora che evoca ora disperazione, ora tranquillità, ora sensualità: il fruscio di una brezza leggera, il volo dei gabbiani, una parola sussurrata al vento, il suono delle onde. Anche i gesti sono ridotti al minimo: le battaglie, il sangue, il massacro dei nemici sono flashback che esistono ormai solo nella memoria di quest’uomo tormentato.

Vero e proprio esempio di cinema minimalista, Nostos è quasi completamenteprivo di dialoghi. Il linguaggio umano è reso da poche, incomprensibili parole ispirate a «suoni di antiche lingue mediterranee», una lingua inventata, anche se radicata nel greco antico e nelle lingue indoeuropee, creata «badando non tanto al significato preciso delle parole, per quanto stupendi siano i versi dell’Odissea omerica, ma al valore fonale e fonico che avevano certi verbi e certi sostantivi greci» – spiegherà lo stesso Piavoli in un’intervista.

Una violenza necessaria

Una intuizione diversa sostiene invece Il primo re di Matteo Rovere del 2019. Il film mette in scena il mito fondativo di Roma: è il 753 aev quando Romolo e Remo, due fratelli pastori, vengono travolti da un’improvvisa e violenta esondazione del Tevere. Catturati dagli Albani, riescono a fuggire insieme ad altri prigionieri latini e sabini conducendo con sé una vestale e il fuoco sacro.

Inizia così l’ascesa di una nuova tribù pronta a farsi spazio sul territorio con la forza: una violenza in qualche modo giustificabile, anzi necessaria, perché legata al sacrificio di Remo sulle cui ceneri il fratello giura di far sorgere una città grande e potente. Allo stesso tempo la natura selvaggia, specchio di una ferinità che è anche umana, riflette un universo numinoso, inquietante e tendenzialmente ostile in cui predominano la forza, i legami di sangue, il contrasto fratricida e la lotta impari dell’uomo contro il fato.

Per ricreare in maniera realistica questo scenario di arcaicità, il regista aveva in mente un’operazione coraggiosa: riprodurre il più fedelmente possibile il protolatino, ovvero il latino preletterario parlato nell’VIII secolo aev. Di questo remoto idioma sopravvivono scarse testimonianze dirette, per lo più formulae rituali e antiche leggi, perciò è difficilmente ricostruibile. Con l’obiettivo di vincere questa scommessa, Rovere ha coinvolto un team di linguisti, semiologi, archeologi e storici con il coordinamento scientifico di Luca Alfieri, professore associato di glottologia e linguistica presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma.

Nel segno del primitivismo

Nel panorama delle cosiddette artlang – lingue create a fini artistici per arricchire l’ambientazione di prodotti cinematografici o letterari, come il quenya di Tolkien o il dothraki di Game of Thrones – l’esperimento di Rovere ha rappresentato una novità: avere strutturato un idioma sì artificiale, ma concepito come antecedente a una lingua storica reale sulla quale si modella retrospettivamente. Il risultato di questa sfida metodologica senza precedenti restituisce l’effetto di una parlata verosimile e definita, seppur primordiale, in grado di produrre nello spettatore un effetto di straniamento che sposta l’attenzione sulla pura componente sensoriale del racconto.

Al pari dell’opera di Piavoli, anche la pellicola di Rovere è orientata in senso fortemente primitivistico, sullo sfondo di un paesaggio sonoro dove è centrale il suono della parola. Al netto di alcune incongruenze rilevate dagli specialisti, resta l’apprezzabile (ed estremo) tentativo di far rivivere la lingua latina arcaica nel suo contesto.

Per Rovere la ricerca linguistica, per Piavoli un limpido minimalismo, ora gli effetti spettacolari delle nuove tecnologie: sono linguaggi profondamente diversi e rivolti a categorie di pubblico altrettanto differenti, eppure, attraverso tutte queste visioni, il cinema continua a farsi interprete degli antichi miti, rendendoli capaci di parlare ancora con forza ai contemporanei.

*Anna Maria Baiamonte è storica delle religioni

Bibliografia

Ludovico Cantisani, Le ragioni del mito. Intervista a Franco Piavoli, in “Odg Magazine”, 4 febbraio 2022 (www.odgmagazine.com/le-ragioni-del-mito-intervista-a-franco-piavoli/).
Roberto M. Danese, Nostos. Il ritorno di Franco Piavoli. Il mito come intermediazione fra uomo e natura, in “Rivista di cultura classica e medioevale”, lvii, 2, luglio-dicembre 2015, pp. 409-30.(www.academia.edu/17639663/Nostos_Il_ritorno_di_Franco_Piavoli_Il_mito_come_intermediazione_fra_uomo_e_natura)
Giuseppe Pucci, Il primo re. Una discussione a più voci, in “Classico contemporaneo”, 5, 2019. (www.classicocontemporaneo.eu/index.php/archivio/numero-6/presenze-classiche-5/191-scena-5/441-il-primo-re-una-discussione-a-piu-voci)
Alice Sacco, Il protolatino de Il Primo Re. Analisi tipologica di una lingua inventata, tesi di laurea in linguistica generale, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2021-22 (www.academia.edu/91143330/Il_protolatino_de_Il_Primo_Re_Analisi_tipologica_di_una_lingua_inventata_REV)


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