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di Stefano Mammini, con un’intervista a Daniela Lancioni

Il Palazzo Esposizioni di Roma propone, fino al 12 luglio 2026, Mario Schifano, mostra antologica che ripercorre l’intero percorso dell’artista, sviluppato nell’arco di quattro decenni, tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Novanta del XX secolo. Il progetto espositivo si deve a Daniela Lancioni, storica dell’arte e Curatrice senior dell’Azienda Speciale Palaexpo, incontrata alla vigilia dell’inaugurazione della mostra, nel pieno dell’accrochage. L’esito di quell’incontro è questa intervista, che precede il racconto di cosa si può vedere nelle sale di Palazzo Esposizioni.

Daniela Lancioni, nelle prime righe del contributo con cui si apre il catalogo della mostra, hai scritto che questo progetto espositivo “prima di ogni altro proposito, vorrebbe ambire a dare risonanza” alla passione di Mario Schifano per la pittura. In che modo avete tradotto questa ambizione?

Va detto che si tratta di un obiettivo raggiungibile senza eccessiva difficoltà, proprio perché la passione di Mario Schifano per la pittura è facilmente dimostrabile: è infatti sufficiente proporre i suoi quadri affinché risulti evidente. Al di là di questa constatazione, attraverso la mostra abbiamo cercato di sottolineare come quella di Schifano sia la storia di un grande pittore, ma anche di un artista che ha saputo rigenerare la pittura.

La sua è una pittura fatta con i quadri, è una pittura fatta col cinema, è una pittura fatta attraverso le fotografie. Schifano ha dipinto in tante maniere diverse: nelle sue mani la pittura si è trasformata in una materia che lui ha modellato in tanti modi differenti, spesso inaspettati. Con questa esposizione abbiamo quindi cercato di dimostrarlo; abbiamo voluto evidenziare come tutti i linguaggi che Schifano ha sperimentato – sempre inerenti alle arti visive – possiedano un valore pittorico.

Una delle sale della mostra dedicate alla produzione degli anni Sessanta. A sinistra, in primo piano,
Splendido e astratto con anima; sullo sfondo, da sinistra, Senza titolo (Beebe’s tree) e Incidente
(foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

Con questa mostra, Schifano torna a Palazzo Esposizioni a poco meno di quarant’anni dalla retrospettiva organizzata nel 1990, Divulgare. Si trattò di una delle tre mostre allestite in occasione della riapertura del palazzo, che avevano Roma come filo conduttore (le altre furono La Roma dei Tarquini e Pieter Paul Rubens): la scelta non fu approvata da chi riteneva che la scuola romana del tempo avrebbe potuto essere rappresentata anche da altri artisti e intervenne allora Alberto Moravia, dichiarando che “Schifano è il pittore più rappresentativo del periodo storico che stiamo attraversando”. A leggerle oggi, quelle parole possono essere ancora condivisibili?

Occorre ricordare che Alberto Moravia era un grandissimo amico di Mario Schifano, ma, soprattutto, non amo le classifiche e quindi non sarò io a stabilire chi possa essere stato il pittore più rappresentativo o il meno rappresentativo.
Di certo, Schifano è stato – ed è tuttora – una figura importante della più alta arte romana e non solo romana.

Per contestualizzare quella affermazione, possiamo ricordare che nel 1990 siamo a dieci anni dall’esordio della transavanguardia (corrente pittorica i cui esponenti principali furono presentati per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1980, n.d.r.), cioè dal cosiddetto ritorno alla pittura, che già all’epoca non rappresentava più una novità. Si era nel pieno di un periodo in cui i linguaggi cominciavano nuovamente a mescolarsi, in molte opere di quegli anni stava tornando anche una certa attitudine al concettuale. Il panorama artistico era animato da molte figure importanti, ma non c’erano novità particolari, tendenze apparse in quel momento.

Un panorama nel quale Mario Schifano assume sicuramente una dimensione che potremmo definire “ecumenica”. Nel senso che, probabilmente, era una figura capace di mettere d’accordo più anime: perché era un artista appartenente una generazione passata, che aveva attraversato tanti periodi, un artista che aveva dato contributi enormi, ed era un artista “popolare”, nel bene o nel male.

Era un’artista popolare anche perché aveva avuto una produzione straordinaria, eccentrica. Ma anche perché era molto amato e aveva realizzato quadri bellissimi. E, avendo frequentato artisti di molte generazioni diverse, posso dire che su Mario Schifano c’è sempre stata una sorta di unanimità: i giovani della generazione di Gianni Dessì lo apprezzavano, i giovani della generazione della transavanguardia sono stati suoi amici e ammiratori. In un certo senso lo hanno riconosciuto non come un maestro – perché si tratta di un concetto in questo caso inapplicabile e va peraltro ricordato come Schifano non abbia avuto quasi nulla a che fare con la transavanguardia – ma comunque come una importante figura di riferimento. Per tutte queste ragioni, alla data del 1990, non riesco a immaginare un artista capace di riscuotere maggior consenso di Mario Schifano.

In primo piano, doni di Mario Schifano ad amici: una canoa e una sedia dipinte;
in secondo piano, da sinistra: Pittura, Pittura, Cemento ferro 6, Cartellone n° 50, Manifesto 1960
(foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

Su Mario Schifano si è purtroppo abbattuto lo stigma dell’artista “maledetto”: ritieni che le sue vicende personali abbiano pesato sul giudizio dato alla sua produzione artistica?

È una domanda alla quale non sono in grado di rispondere (e sarebbe comunque difficile farlo). Posso però dirti che, nell’organizzare questa mostra, abbiamo deliberatamente ignorato quell’aspetto. Esiste molta letteratura a riguardo – discreta letteratura, ma anche cattiva letteratura -, ma si tratta di vicende estranee all’approccio che abbiamo adottato nel nostro progetto espositivo.

Per di più, l’insistenza con cui spesso si parla di Schifano come di un personaggio che ha fatto dell’arte e della vita una cosa sola può, a mio avviso, ingenerare un equivoco, perché sono convinta che la vita di Mario Schifano fosse essenzialmente il suo lavoro. Detto ciò, era una persona umana: aveva i suoi affetti, le sue amicizie e non credo vi abbia mai rinunciato.

Ma faccio un esempio che può aiutare a chiarire questo mio pensiero.
Per la mostra su Mario Schifano ho lavorato alla redazione della sua biografia, così come avevo fatto, nel 2024, per la retrospettiva dedicata a Carla Accardi (1924-2014; pittrice che è stata fra gli esponenti di punta dell’astrattismo italiano, n.d.r.). Ebbene, un paragone sarebbe impossibile, perché Carla Accardi ha avuto una serie di vicissitudini legate alla sua professione che si prestano a essere raccontate in una biografia artistica: per esempio l’essersi aggregata giovanissima al gruppo Forma (attivo a Roma nell’ambito della ricerca astratta, prese nome dalla rivista omonima, di cui uscì un solo numero nel 1947, n.d.r.), l’esperienza femminista, che comunque si legò alla sua cultura e al suo approccio all’arte.

Di Mario Schifano, invece, conosciamo solo pochissimi episodi di questo tipo, l’impressione è che abbia trascorso la sua esistenza nei suoi studi, lavorando. Poi, come è noto, ha intrecciato rapporti con un gran numero di persone, scrittori, registi, altri artisti, da Goffredo Parise ad Alberto Moravia, da Marco Ferreri a Ettore Rosboch e a tantissimi altri.

Mario Schifano, Paesaggio TV, smalto e perspex su tela emulsionata. 1970. Collezione Luigi e Peppino
Agrati-Intesa Sanpaolo (foto Luca Carrà, Milano © MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano).

Fra i tanti esiti di questa dedizione totale al lavoro c’è, nel 1985, l’impresa della realizzazione della Chimera, compiuta in pubblico, a Firenze, nella notte del 16 maggio, in occasione dell’Anno degli Etruschi. I documenti e le cronache dell’epoca dicono che in piazza della Santissima Annunziata si radunarono 6000 persone, che assistettero in diretta alla creazione di un’opera monumentale. Al netto delle nostalgie, un happening come quello sarebbe ancora in grado, secondo te, di richiamare una simile folla?

È molto difficile rispondere, perché oggi viviamo tempi completamente diversi. Credo comunque che l’happening di Firenze abbia avuto successo anche grazie alla presenza di Achille Bonito Oliva, che si cimentò nella radiocronaca della performance, proprio lui che aveva elaborato la teoria di una transavanguardia intesa come riappropriazione del lavoro nella solitudine dello studio. E che comunque partecipa a un’iniziativa che spettacolarizza il momento della creazione. Al tempo stesso, credo che quella serata abbia funzionato perché era Mario Schifano a esserne protagonista.

Anche se, va detto, non si trattò di un’esperienza isolata, perché, per esempio, un anno prima, dal 10 al 13 maggio 1984, Fabio Sargentini, alla galleria L’Attico, aveva organizzato Extemporanea, una mostra alla quale aveva invitato otto artisti – Maurizio Corona, Giancarlo Limoni, Enrico Luzzi, Silvio Merlino, Nunzio, Pizzi Cannella, Sergio Ragalzi e Marco Tirelli – chiamati a realizzare le loro opere alla presenza di spettatori e critici. E il quarto giorno, la giuria – composta da Achille Bonito Oliva, Palma Bucarelli, Roberto Lambarelli, Filiberto Menna e Vittorio Rubiu – dichiarò vincitore Pizzi Cannella. E posso dirti, per esserne stata testimone, che ci furono scommesse su chi avrebbe vinto, episodi di bagarinaggio…

Erano, insomma, tempi di grande euforia, di riappropriazione degli spazi urbani. Del resto, quelle performance si svolsero pochi anni dopo l’esordio dell’estate romana di Renato Nicolini. Si era diffuso il desiderio di vivere la città in un modo diverso. Oggi ci confrontiamo con altri problemi, abbiamo sensibilità diverse e forse andare a vedere la performance di un artista sembrerebbe fuori luogo. Anche perché insorgerebbe il dubbio che si tratti di una trovata promozionale.
Al tempo in cui venne proposta, una performance come la Chimera di Schifano era un gesto generoso nei confronti della città; replicarla oggi suonerebbe probabilmente come un’iniziativa strampalata o manovrata.

Anche per questo siamo felici di realizzare un progetto come quello della mostra dedicata a Mario Schifano in un museo. A Palazzo Esposizioni, che è oggi un luogo inclusivo, perché offre numerose iniziative, per tanti pubblici diversi, anche con criticità; abbiamo, inoltre, programmi pensati per i più piccoli; per tutta la durata della mostra, i film realizzati da Schifano saranno proiettati la domenica, gratuitamente. Proponiamo quindi un’altra modalità di riappropriazione, in un luogo che garantisce qualità e che si propone come presidio culturale per la città.

Al di là della qualità delle opere esposte, quali sono gli esiti del progetto espositivo che consideri più significativi?

Innanzi tutto, l’essere riusciti a coinvolgere nella stesura del catalogo – che si compone di dieci contributi – un gruppo di studiosi che hanno firmato lavori di grande spessore. Autori e autrici che già si erano interessati a Mario Schifano e che, in questa occasione, hanno approfondito alcuni aspetti particolarmente significativi. Penso, per esempio, all’intervento di Flavio Fergonzi, che ha proposto una riflessione sui titoli assegnati da Schifano ai lavori realizzati negli anni Sessanta. Ma permettimi di citare anche gli altri che con i loro contributi tracciano il percorso storico dell’intera biografia di Mario Schifano: Manuel Barrese, Fabio Belloni, Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa, Giorgio Di Domenico, Giorgia Gastaldon, Francesco Guzzetti, Chiara Perin. Soprattutto, è un catalogo che scaturisce da un confronto costante e il progetto espositivo, nel suo insieme, è frutto anche di questi scambi di idee.

E, come avevo accennato anche all’inizio, per me e per tutto il gruppo di lavoro che ha partecipato alla realizzazione della mostra è importante l’aver cercato di presentare come un corpus unico i tanti lavori di Mario Schifano, declinati con linguaggi diversi, ma tutti visivi.

Mario Schifano, Sorrisi scomparsi, tecnica mista su tela. 1991. Collezione Calabresi
(© MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano).

Chiuderei, così come avevo iniziato, prendendo spunto dal tuo contributo al catalogo, quando sottolinei come Schifano, nelle sue ultime opere, abbia espresso la sua “umana adesione ai drammi che scuotono il mondo” e come, in più di un caso, i suoi dipinti appaiano oggi come “amari presagi”. Notazioni che lasciano intuire il valore anche politico della produzione di Schifano e la sua capacità di vedere oltre il presente che stava vivendo. Una capacità che in qualche modo lo accomuna ad altre personalità della cultura delle generazioni passate: penso alla visionarietà di Marco Ferreri o a un film come Prova d’orchestra di Fellini, per non dire degli scritti e dell’ultima intervista di Pier Paolo Pasolini…

Sì, questo aspetto della personalità di Mario Schifano senz’altro colpisce. Per molti anni, per esempio, non ha quasi mai rilasciato interviste. Ha cominciato a farlo solo alla metà degli anni Ottanta, in un periodo che potremmo definire “euforico”. Ciononostante, si percepisce il suo desiderio di essere contemporaneo. Effettivamente Schifano ha dimostrato di possedere una sensibilità speciale per captare ciò che di rilevante accadeva attorno a lui; è stato capace di cogliere le emergenze, i fenomeni rispetto ai quali c’è una sensibilità più viva. Interventi che, col senno di poi, hanno il sapore delle premonizioni: nel senso del saper immaginare che su quello che oggi è più significativo si costruirà il domani, nel bene o nel male, prefigurando le criticità o gli elementi positivi. Una “preveggenza” che, del resto, è stata propria di molti artisti.

Al tempo stesso Schifano non ha mai lavorato per temi, ha sviluppato una pittura forse più mentale di quanto non si creda. Peraltro, lavorando in questi mesi su Schifano, ho maturato la sensazione lavorasse con la coscienza di avere di fronte una audience non stupida, ma intelligente. Ha creato immagini molto sofisticate e, soprattutto, nel registrare determinate cose, si è permesso di sospendere il giudizio, come chi sa di consegnare la propria creazione a qualcuno che poi reagirà elaborando un proprio pensiero. Quando, per esempio, assembla la serie delle fotografie della bomba atomica, si fa certamente latore di una denuncia, ma, al tempo stesso, propone immagini cariche di significato – sia visivo, sia etico, morale, storico… soprattutto storico – che consegna, io credo, a persone che è convinto sapranno interpretarle.

Sala 7, gli anni Novanta. Sullo sfondo, Senza titolo, olio e pennarello su 1344 fotografie
(foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

Quadri (e non solo) di un’esposizione

La rassegna dedicata a Mario Schifano occupa quasi per intero il pianterreno di Palazzo Esposizioni e il percorso di visita si snoda nelle sette sale che fanno da corona alla rotonda e nella rotonda stessa. Si tratta, come già ricordato, di una mostra antologica, per la quale sono stati riuniti oltre 100 grandi dipinti, 40 quadri di piccolo formato, fotografie e più di 100 Polaroid. Opere alle quali si aggiungono i cortometraggi reperibili e la trilogia dei film realizzati da Schifano. Questi ultimi – Satellite, Umano non umano e Trapianto consunzione e morte di Franco Brocani (Dedalo ’69), per tutta la durata della mostra, vengono proiettati nella Sala Cinema di Palazzo Esposizioni, secondo il calendario consultabile on line (www.palazzoesposizioniroma.it).

Il percorso di visita è organizzato cronologicamente, seguendo quella che Daniela Lancioni, nel presentare la mostra, ha definito una “consuetudine di Palazzo Esposizioni per le grandi mostre antologiche”. Dettata dalla convinzione che questa scelta “renda più partecipi i visitatori e le visitatrici, che a un determinato segmento temporale possono più facilmente accostare le loro conoscenze e così contestualizzare l’opera, a seconda delle loro sensibilità e memorie: da quelle culturali a quelle personali”.

Sala 1. Il “muro biografico” (foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

L’intera parete sinistra della prima sala è riservata al “muro biografico”: 18 metri di testi e fotografie che ripercorrono la vita di Mario Schifano, nato a Homs, in Libia, nel 1934, e morto a Roma, nel 1998. Molte sono le notizie e le informazioni, che, grazie a un QR Code, possono anche essere consultate liberamente e fare da contrappunto contestuale alle varie sezioni della mostra.

In questa prima sezione sono riunite opere realizzate da Schifano tra il 1956 e il 1960: quattro anni appena, ma nei quali già si colgono i segni del costante desiderio di sperimentare soluzioni nuove, diverse. E che, in questo caso, spaziano da tre piccoli paesaggi a uno dei primi grandi monocromi, Manifesto (1960), la cui data compare al centro della tela, stampigliata con le mascherine.
I dipinti di questa sala fanno inoltre da corona a tre oggetti dipinti e donati dall’artista ad altrettanti amici: una sedia, una canoa e un paravento. La cui presenza vuol essere una testimonianza concreta della generosità che fu sempre uno dei suoi tratti caratteriali distintivi.

Ancor più ristretto è l’arco cronologico nel quale si collocano le opere della seconda sezione, datate fra il 1960 e il 1963. Fra le quali, oltre ad altri grandi monocromi, spiccano le composizioni nate dalla rielaborazione di elementi del paesaggio urbano, come i segnali stradali o i marchi pubblicitari. Una prassi che è evidente in Grande particolare di propaganda (1962), nel quale appare inconfondibile una “a” di Coca-Cola, ma che potrebbe essere alla base anche di No (1960), che Flavio Fergonzi – nel suo contributo al catalogo della mostra – identifica con l’ultima sillaba di Cinzano, nome di un vermouth allora popolarissimo e onnipresente nei bar italiani.

Mario Schifano, Grande particolare di propaganda, smalto e grafite su carta applicata su tela. 1962.
Collezione privata (© MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano).

Alla produzione dei primi anni Sessanta è dedicata anche la sala successiva, nella quale sono esposte alcune delle opere che vennero presentate in occasione di una delle più famose personali di Schifano, Tutto, allestita nel 1963 alla Galleria Odyssia di Roma. Ricorre la tecnica dell’uso di dittici, o trittici, come supporto, che l’artista dipinge però come se si trattasse di una sola tela, sulla quale stende i colori senza soluzione di continuità. E ricorre anche l’inserimento di scritte, generalmente tracciate a matita.

Si colgono anche tracce del tipico “non finito” di Schifano, particolarmente evidente in Senza titolo (Beebe’s tree, 1963), e non è difficile rintracciare i riferimenti alla fotografia, destinata ad assumere, negli anni, un ruolo centrale nella produzione dell’artista. In Splendido e astratto con anima (1963), per esempio, la parte centrale della composizione è racchiusa in un rettangolo dagli angoli arrotondati, in tutto e per tutto simile a una diapositiva, come del resto fu rilevato già in occasione della prima esposizione dell’opera.

Le prime opere della quarta sala si muovono nel solco di quelle della sezione precedente, fino a Chiamato K Malewič (1965), la cui potenza è esaltata dalla splendida solitudine, nella parete di fondo. L’opera, un polittico composto da sette elementi, documenta l’introduzione del perspex e della vernice spray, che divengono una delle cifre stilistiche della produzione di questo periodo. Anche in questo caso, punto di partenza è un’immagine fotografica – individuata da Francesco Guzzetti in uno scatto del 1920 che ritrae appunto Malewič ed El Lissitzky – come per il trittico Futurismo rivisitato a colori (1965), una delle opere più celebri di Schifano, basata su una altrettanto famosa foto di gruppo dei maggiori esponenti del futurismo scattata a Parigi nel 1912.

Mario Schifano, Futurismo rivisitato a colori, spray e perspex su tela. 1965. Collezione privata
(© MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano).

Nella stessa sala, una teca a doppio spiovente accoglie i 17 disegni della serie Words & Drawings of Frank O’Hara Mario Schifano (1964). La serie, che in origine si componeva forse di 20 fogli, è uno degli esiti del soggiorno newyorkese di Schifano, alla fine del 1963, durante il quale conobbe il poeta Frank O’Hara (1926-1966), che fu uno dei maggiori esponenti della cosiddetta New York School, nonché curatore del Museum of modern art di New York.

I disegni mostrano una totale sintonia con i dipinti di grande formato che li circondano e, al tempo stesso, sono una delle molte prove di quella che, nell’intervista, Daniela Lancioni ha definito la “sensibilità speciale [di Schifano] per captare ciò che di rilevante accadeva attorno a lui”: una sensibilità evidente, per esempio, nel foglio che richiama l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, compiuto poco prima che l’artista giungesse a New York, con il nome Dallas trasformato in acronimo della sequenza Death, Avarice, Lust, Laziness, Ambivalence, Stupidity (morte, avarizia, lussuria, pigrizia, ambivalenza, stupidità) che rimanda alla Cupidity (cupidigia) finale.

Con la quinta sezione si entra negli anni Settanta, portatori di ulteriori sperimentazioni, come l’uso delle tele emulsionate e l’elaborazione di immagini televisive. La mostra propone una serie di Paesaggi TV (1970), le quattro tele che compongono Ore 22.15-Maestro italiano del Novecento (1971) – basate su immagini tratte da un documentario dedicato a Giorgio de Chirico – e il grande trittico Inventario (1973-1974). Opere che, a vederle oggi, oltre a conservare intatta la loro efficacia comunicativa sembrano una sorta di prova generale del Blob televisivo. Non a caso, un decennio più tardi, uno degli ideatori del programma, Enrico Ghezzi, si rivolse a Schifano per chiedergli di ideare una sigla per La magnifica ossessione, la maratona televisiva andata in onda per la prima volta nel 1985, per celebrare i novant’anni del cinema. Un incontro dal quale nacque un solido rapporto d’amicizia, fatto di un confronto costante, che lo stesso Ghezzi ha ricordato nell’intervista raccolta e inserita da Luca Ronchi nel volume Mario Schifano. Una biografia (Johan & Levi, 2012).

Sala 5, gli anni Settanta. In primo piano, le teche/cassettiere con una selezione di Polaroid;
in secondo piano, da sinistra, Era atomica ‘A’, Ora esatta, Paesaggi TV e Ore 22.15-Maestro italiano del Novecento (foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

Quattro teche/cassettiere offrono qui un campione della sterminata produzione di Polaroid scattate da Mario Schifano. Fotografie che spaziano da soggetti privati, intimi, alla documentazione del proprio lavoro e alla registrazione quasi compulsiva di tutto ciò che accade nel mondo. Una rassegna “enciclopedica”, in cui si alternano ritratti, scorci dello studio, personaggi famosi, ritagli di giornale – tra cui, per esempio, la prima pagina di un quotidiano con la foto di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse – e, immancabili, immagini tratte dalle trasmissioni televisive.

A sei grandi opere è quindi assegnato il compito di documentare la produzione degli anni Ottanta. Ancora una volta, Mario Schifano innova e sorprende: se Orto botanico (1982) appare in linea con opere precedenti, in particolare per il ricorso al non finito, le altre tele – Il suono del flauto e boschetto (1984), Il parto numeroso della moglie del collezionista (1984), Incidente (1985), Osservatorio (1985) e Terminale (1985) – sono dipinte, a smalto e acrilico, su tutta la loro superficie, a tinte vivaci, in una densità e quantità che ricordano le composizioni di Karel Appel.

La settima sala accoglie opere realizzate da Schifano tra il 1990 e il 1992, per cinque delle quali – Orizzontale, Palestina, Ghiacciato, Meteomalato e Tracce di minacce – la presenza odierna è un ritorno: si tratta infatti di composizioni che avevano fatto parte della mostra Divulgare del 1990. Le cinque opere sono accomunate anche dalla tecnica di esecuzione: per realizzarle, l’artista sperimentò una nuova soluzione, basata sulla stampa su fogli di PVC di immagini precedentemente elaborate al computer.

Di grande effetto è poi Senza titolo, l’assemblaggio di 1344 fotografie, suddivise in quattro pannelli, per il quale non si ha una datazione precisa, ma che è comunque collocabile tra la fine degli anni Ottanta i primi anni Novanta. Anche se qui il quadro forse più impressionante è Sorrisi scomparsi (1991), in cui la teoria delle sagome in primo piano assiste alla marcia di un esercito verso una destinazione non rivelata. Nella parte alta corre il titolo dell’opera, in lingua araba, e l’insieme di questi elementi, alla luce della data di realizzazione autorizza a credere – come scrive ancora Lancioni nel catalogo – che Schifano abbia voluto alludere alla prima Guerra del Golfo.

Rotonda. Il padiglione in cui è ricostruita la sala da pranzo di casa Agnelli
(foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

Completa il percorso il padiglione allestito nella Rotonda di Palazzo Esposizioni. La struttura offre una delle emozioni più forti di una mostra che, nel suo insieme, non lascia indifferenti: al suo interno è infatti ricostruita la sala da pranzo della residenza romana degli Agnelli per la quale, nel 1968, Mario Schifano era stato invitato a realizzare una sua composizione. L’artista accettò, ma, provocatoriamente, si presentò ai suoi committenti con una rappresentazione che celebrava la Cina maoista, Festa cinese.

Oggi conservata nel Museo del Novecento, a Milano, l’opera fu ritenuta inadatta al contesto e Schifano, senza scomporsi, provvide a eseguire i dipinti che oggi vediamo. L’insieme è una sorta di catalogo di alcuni dei temi cari all’artista – come le palme o le stelle – caratterizzato da una lunga scritta – una scelta anche in questo caso ricorrente – che è stata identificata con un brano dei Canti di Maldoror del Conte di Lautréamont, pseudonimo di Isidore Ducasse, poeta francese morto in circostanze misteriose a soli 24 anni, nel 1870.

All’esterno del padiglione, lungo la parete destra e quella di fondo sono riunite fotografie in bianco e nero scattate da Schifano negli USA, come per esempio quelle al Pentagono o presso le basi della NASA di Houston e Cape Kennedy, nonché la serie Los Alamos, composta da immagini tratte dal film dedicato alle ricerche per la bomba ‘A’.

Rotonda. Le postazioni per la visione e l’ascolto dei materiali audiovisivi (foto Stefano Mammini).

Sulla parete sinistra, con una soluzione che si può ben definire “schifanesca”, vengono infine proiettati, a ciclo continuo e in contemporanea, cortometraggi, documentari, interviste, estratti di programmi televisivi. Fra i quali è compreso il filmato che documenta l’esecuzione della Chimera a Firenze, in piazza della Santissima Annunziata, il 16 maggio 1985: immagini che trasmettono intatte la dedizione e l’energia con cui Mario Schifano si dedicava al fare arte.

Oltre che per i contributi già in precedenza ricordati, il catalogo, pubblicato da Electa, che accompagna la mostra merita un’ulteriore menzione per l’originalità del progetto grafico – soprattutto per la distribuzione dei testi – e per la qualità, impeccabile, delle riproduzioni delle opere esposte.

La mostra Mario Schifano è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia, main partner Eni e con il supporto della Fondazione Silvano Toti.

Mario Schifano
Roma, Palazzo Esposizioni
fino al 12 luglio 2026
Info www.palazzoesposizioniroma.it

Sala 2, anni Sessanta. Da sinistra, No, Tempo moderno, Elemento per grande paesaggio, Grande particolare di propaganda, Particolare di esterno (Coca-Cola) (foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo).

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