Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

di Stefano Mammini

Allestita nel Palazzo Ducale di Venezia, nelle sale dell’Appartamento del Doge, la mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari si apre con una cartina dell’Italia in età preromana che mette subito in luce come le due civiltà controllassero un’ampia porzione della penisola e come le rispettive sfere d’influenza si toccassero, in corrispondenza dell’ultimo tratto del Po.

E secondo Chiara Squarcina – che della mostra è curatrice, insieme a Margherita Tirelli – a un fiume si può paragonare il percorso di visita dell’esposizione, risalendo dall’Italia centrale degli Etruschi al Settentrione dei Veneti. Un viaggio alla scoperta delle rispettive culture, viste in una prospettiva “acquatica”, fatta di acque che curano, salvifiche, e di acque alle quali si assegna una valenza sacra, formalizzata dal rito e dalla realizzazione dei luoghi di culto.

Cartina dell’Italia in epoca preromana, con i territori occupati dagli Etruschi
e dai Veneti (foto Stefano Mammini).

Se la cartina e i testi che la accompagnano sono fin dall’inizio espressione della cifra fortemente didattica attribuita al progetto espositivo, la magnifica testa in terracotta che ritrae Thesan/Leucotea è la prima delle molte illustri presenze che la mostra può vantare. Recuperata nel pozzo occidentale del Tempio A di Pyrgi (uno dei porti della città etrusca di Cerveteri, situato in corrispondenza dell’odierna frazione di Santa Severa, nel Comune di Santa Marinella, in provincia di Roma), la testa raffigura la divinità protettrice dei naviganti resa immortale dai versi di Omero, che nel libro V dell’Odissea la fa intervenire in soccorso di Ulisse, vittima di una tempesta scatenata dal dio Poseidone e dalla quale l’eroe riesce a salvarsi grazie al prodigioso velo che la dea gli ha donato.

Thesan/Leucotea era una delle divinità venerate nel tempio pyrgense e, come scrivono Laura M. Michetti e Alessandro Conti nel volume che accompagna la mostra (edito da Johan & Levi), la sua presenza nel porto “è dunque simbolo di accoglienza e integrazione nei confronti di chi giunge per mare, dopo aver affrontato i pericoli della navigazione, e trova un luogo dove ristorarsi e praticare i propri culti”. La terracotta che la ritrae è giunta a Venezia grazie al prestito accordato dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, uno dei numerosi istituti che hanno contribuito a dotare la mostra di oltre 700 reperti, in molti casi esposti al pubblico per la prima volta.

Testa femminile in terracotta raffigurante Thesan/Leucotea, dal pozzo ovest del Tempio a di Pyrgi.
350 a.C. circa. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (© 2026 Luca Chiandoni).

La rassegna entra quindi nel vivo, con il primo degli undici capitoli in cui si articola, dedicato al deposito votivo scoperto in località Banditella, nel territorio di Vulci, una delle più importanti città d’Etruria. E vale qui sottolineare una scelta che connota tutte le sezioni della mostra, cioè quella di inserire nei testi che illustrano le località di volta in volta citate una piccola cartina che ne mostra l’ubicazione. Un dettaglio solo all’apparenza secondario, perché quasi nessuno dei siti presi in considerazione coincide con centri abitati moderni e si tratta per lo più di insediamenti lontani da città importanti. Ben venga, dunque, la possibilità di visualizzarne facilmente la posizione anche per i non addetti ai lavori. Vulci è in questo senso un caso esemplare, dal momento che i resti della città etrusca e poi romana si trovano oggi in aperta campagna, fra i comuni di Canino e Montalto di Castro, in provincia di Viterbo.

Scoperto agli inizi degli anni Novanta del Novecento, il deposito votivo di Banditella si trovava all’esterno dell’area abitata, in corrispondenza di una sorgente che alimentava un piccolo stagno. Replicando una pratica attestata fin dalla preistoria, nell’acqua furono gettati piccoli vasi, oggetti di ornamento, manufatti in bronzo e altri metalli. Lo studio dei reperti ha permesso di collocare la frequentazione del luogo di culto fra il IX e l’VIII secolo a.C.: una data che, a oggi, ne fa il più antico contesto etrusco di questo tipo. Simboli del deposito, presenti in mostra, sono i vasi miniaturistici, vale a dire repliche in miniatura del vasellame di uso comune, e un cavallino in bronzo.

Le grandi carte geografiche che ornano la Sala dello Scudo fanno quindi da spettacolare contorno (e contrasto) ai materiali provenienti dal già citato porto etrusco di Pyrgi. Il sito è oggetto, dal 1957, di scavi sistematici condotti dall’Università Sapienza di Roma: indagini che hanno dettagliato la storia di un insediamento di primaria importanza, non solo per essere il principale scalo marittimo di Cerveteri, ma anche per la forte connotazione religiosa. A oggi, infatti, sono stati individuati due grandi templi, denominati A e B e costituenti il cosiddetto Santuario monumentale, nonché un terzo luogo di culto, denominato Santuario meridionale. Scoperte a cui si aggiungono la localizzazione dei resti dell’abitato e l’esplorazione delle strutture del Quartiere pubblico-cerimoniale. Un palinsesto articolato, efficacemente illustrato dalla grande foto aerea del sito, inserita a corredo del testo che ne ripercorre la storia.

Attingendo alla mole dei reperti recuperati in oltre mezzo secolo di scavi, il sito di Pyrgi è raccontato da una gamma assai variegata di oggetti, che comprendono ancore, pesi da telaio, vasellame ed elementi architettonici. Fra questi ultimi, spiccano due busti in terracotta modellati in forma di Acheloo (una divinità fluviale che, lottando con Ercole, si trasformò in toro), provenienti dal sacello beta del Santuario meridionale e databili agli inizi del V secolo a.C.

Un particolare dell’allestimento della sezione dedicata a Pyrgi. In alto, a sinistra e a destra, due acroteri a busto di Acheloo, dall’edificio beta del Santuario Meridionale. Inizi del V secolo a.C. (© 2026 Luca Chiandoni).

Anche al di fuori della cerchia degli specialisti, il nome di Pyrgi evoca però, soprattutto, le tre lamine in oro rinvenute nel 1964 nel Tempio B. Databili alla fine del VI secolo a.C., due di esse recano un testo in etrusco e la terza un riassunto del medesimo testo in lingua fenicia. Non si tratta, quindi, di un documento perfettamente bilingue, come lo è la stele di Rosetta (alla quale vengono spesso e impropriamente accostate), ma di una testimonianza in ogni caso preziosa ai fini della conoscenza della lingua etrusca. Nel testo si legge inoltre che Thefarie Velianas, designato come il re di Caere (Cerveteri), dedica un “luogo sacro” alla dea Astarte, Uni per gli Etruschi, che gli scavi hanno appunto permesso di identificare con il Tempio B.

Le tre lamine sono oggi custodite nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e a Venezia ne sono esposte le repliche, provenienti dal Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della Sapienza Università di Roma. Che, per la stessa sezione, ha anche concesso il prestito dei modelli in scala dei Templi A e B del Santuario monumentale, grazie ai quali si può avere un’idea dello sviluppo in alzato di questi edifici e della posizione originaria degli elementi architettonici che li decoravano, come nel caso delle grandi antefisse in terracotta policroma che affiancano i due plastici.

Dalle rive di Pyrgi il “fiume” risale verso nord, nell’entroterra, e tocca Chiusi e Chianciano Terme. Località nelle quali è attestata la presenza di numerosi santuari legati alla presenza dell’acqua. Anche in questo caso, il repertorio dei materiali selezionati per la mostra è variegato e comprende reperti di notevole pregio. Compare di nuovo Thesan, la cui raffigurazione a tutto tondo corona un acroterio appartenente alla decorazione frontonale del santuario scoperto in località I Fucoli, a Chianciano. L’opera si data intorno alla metà del II secolo a.C. e, per evocarne la collocazione originaria, è esposta al culmine della riproduzione di un tipico timpano frontonale.

Dallo stesso santuario provengono il frammento di un lampadario in bronzo, una grande ascia in ferro con due coltelli in bronzo ageminato sulla lama e due pesi, anch’essi in bronzo, detti gianiformi, poiché, come il dio eponimo, recano un doppio volto: in un caso quello di una figura femminile e, nell’altro, una testa di Menade e un giovane satiro.

Ancora da Chianciano, ma dal santuario in località Sillene, provengono il braccio panneggiato di una statua di Selene/Luna, dea titolare del luogo di culto, e un grazioso bronzetto di delfino. Entrambi fanno parte del medesimo gruppo scultoreo, che rappresentava Selene alla guida di un carro trainato da due cavalli e il delfino, scelto come una delle immagini guida della mostra, era uno degli elementi che ornavano il timone del veicolo.

Particolare di un’urna cineraria in terracotta modellata e dipinta. Il secolo a.C. (© 2026 Luca Chiandoni).

Tipica dell’area chiusina è poi un’urna cineraria in terracotta, databile al II secolo a.C., sul cui coperchio compare il tradizionale ritratto del defunto, disteso come un banchettante, con un piatto per offerte (la patera) in una mano, mentre sulla cassa si riconosce Scilla, la mostruosa creatura marina che aveva per metà il corpo di una donna e per l’altra metà le fattezze di un pesce. In questa versione la vediamo, provvista anche di grandi ali, mentre impugna due ancore, a sottolinearne la natura marina.

La sala successiva è dedicata al santuario del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni, un sito che, dal 2018, è stato teatro di una successione ininterrotta di ritrovamenti. L’esistenza di un antico luogo di culto in corrispondenza dell’impianto termale pubblico ancora oggi in uso era nota da tempo, ma solo in anni recenti hanno avuto inizio le indagini sistematiche, che hanno portato al recupero di una quantità eccezionale di ex voto e statue in bronzo, monete e perfino uova. Materiali che si sono presentati in uno stato di conservazione eccezionale, favorito dalla natura del deposito fangoso nel quale sono rimasti sigillati per oltre duemila anni.

Bronzi provenienti dal santuario del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni.
Da sinistra: braccio votivo femminile con armilla (fine del II secolo a.C.); piccolo busto maschile
(fine del I secolo a.C.); testa femminile (età tiberiana, inizi del I secolo d.C.) (© 2026 Luca Chiandoni).

Le scoperte di San Casciano hanno avuto grande risonanza e una significativa selezione delle opere in bronzo è stata esposta nella mostra Gli dèi ritornano, presentata per la prima volta a Roma, nel Palazzo del Quirinale nel 2023 e, da allora, riproposta a Napoli, Reggio Calabria, Berlino e Aquileia. Per Etruschi e Veneti sono stati invece scelti materiali inediti, alcuni dei quali sono all’interno di vetrine che hanno come sfondo le foto scattate al momento del loro ritrovamento. Immagini che, insieme a un video che mostra i primi interventi di restauro, vuole documentare la catena di operazioni che ha reso possibile il recupero e la conservazione di questi tesori.

Il santuario sancascianese venne intensamente frequentato anche in epoca romana, alla quale risale, per esempio, l’elegante scultura raffigurante la parte inferiore di un corpo femminile, dall’addome ai piedi, sulla quale corre un’iscrizione dedicatoria alle ninfe, nella quale si legge che il bronzo venne offerto come ex voto da una donna di nome Acilia Romana.

Porzione inferiore di corpo femminile con dedica alle ninfe, dal santuario del Bagno Grande
di San Casciano dei Bagni. Bronzo, inizi del I secolo d.C. (© 2026 Luca Chiandoni).

A Marzabotto, l’etrusca Kainua, il culto delle acque si praticava in un piccolo santuario situato poco fuori l’area abitata. Non se ne conosce la divinità titolare, ma è possibile che fra i personaggi ai quali si rendeva omaggio vi fosse Dedalo, come suggerirebbe il frammento di un’antefissa in terracotta nel quale si vede scolpita una figura maschile alata che sembra appunto identificabile con il mitico inventore. Un’ipotesi avallata anche dal fatto che nell’Etruria padana il personaggio godeva di particolare fortuna per le sue abilità nel campo dell’ingegneria idraulica.

Particolarmente elevata è la qualità dei bronzetti donati come ex voto nel santuario di Marzabotto, tra i quali ricorrono esemplari di kouros e di kore (giovani uomini e giovani donne), spesso ritratti con una patera, il già citato piatto tradizionalmente utilizzato in occasione di cerimonie e sacrifici.

Dopo Marzabotto, il percorso tocca altri due importanti centri dell’Etruria padana: Adria e Spina, siti nei quali non si hanno attestazioni di luoghi di culto legati all’acqua, con la quale entrambi hanno comunque un legame fortissimo, dettato sia dalla loro posizione geografica, sia dall’essere stati scali di primaria importanza lungo questo tratto dell’Adriatico. Un ruolo, quest’ultimo, che fece prosperare entrambe le città, la cui ricchezza è provata dai reperti rinvenuti negli scavi che le hanno interessate.

Nelle tombe delle necropoli di Spina sono stati per esempio rinvenuti in gran numero vasi figurati di importazione greca, che già all’epoca erano un bene di lusso. Oggi conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, sono rappresentati in mostra da un magnifico cratere attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Kleophon e sul quale compaiono scene che evocano i culti delfici. Molti corredi funebri degli Spineti annoverano anche monili in oro, come la coppia di orecchini alla cui terminazione è stata data la forma di una testa di Acheloo, la divinità fluviale già incontrata nella sezione dedicata a Pyrgi.
È sempre bene ricordare, ammirando simili tesori, che la possibilità di farsi seppellire insieme a oggetti di tale valore era una prerogativa esclusiva delle classi più agiate della società etrusca.

Testa in terracotta di divinità, da Adria. Fine del II-I secolo a.C.
Adria, Museo Archeologico Nazionale (© 2026 Luca Chiandoni).

Con la sala successiva, gli Etruschi escono di scena e lasciano la ribalta ai Veneti. Come nella sala d’apertura, il testo introduttivo è accompagnato da una cartina dell’area che essi occuparono, alla quale è affiancato il passo in cui il grande geografo Strabone parla della popolazione preromana. Con queste parole: “Alcuni raccontano invece degli onori resi a Diomede presso i Veneti: infatti si sacrifica a lui un cavallo bianco e vengono indicati sul luogo due boschi sacri uno ad Era Argiva, l’altro ad Artemide Etolica. Aggiungono poi, com’è naturale favoleggiando, che dentro quei boschi le fiere sono mansuete, le cerve si aggregano con i lupi e si lasciano avvicinare e toccare dagli uomini; le bestie inseguite dai cani, se si rifugiano là, non sono più inseguite” (Geografia, V, 1-9).

La descrizione è fiabesca, ma anche molto suggestiva e, soprattutto, introduce alcuni elementi che hanno trovato riscontri concreti grazie all’archeologia, in particolare per quanto riguarda l’importanza attribuita ai cavalli, come provano le numerose tombe di cavalli scoperte, per esempio, nei territori di Padova, Este e Altino. Testimonianze a cui si aggiungono quelle offerte dalle fonti letterarie, che ricordano l’eccellenza dei Veneti nell’allevamento dei cavalli da corsa.

Disco in bronzo con donna-dea clavigera, dai dintorni di Montebelluna.
IV secolo a.C. Treviso, Museo Santa Caterina (Musei civici di Treviso).

Complemento ideale dell’atmosfera evocata da Strabone è uno dei reperti più significativi della mostra: il disco in bronzo rinvenuto nei dintorni di Montebelluna sul quale compare una figura femminile (forse una dea) che incede con una chiave in mano, preceduta da un cane (o lupo), simbolo della terra, e seguita da un grifone, a simboleggiare invece la sfera celeste. Databile al IV secolo a.C., il disco fa parte di una serie che ne comprende una decina, nessuno dei quali, purtroppo, rinvenuto nel suo contesto d’origine. Il valore simbolico delle immagini che li decorano è però indubbio e potrebbe trattarsi di oscilla che, come scrive Loredana Capuis, “più che a veri e propri santuari sembrano piuttosto riferibili a piccoli sacelli agli incroci delle strade dove forse oscillavano beneauguranti”.

Si passa quindi a Montegrotto e, in particolare, al santuario individuato tra il Monte Castello e il Colle di San Pietro Montagnon. La sua presenza fu rivelata dalla scoperta, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, di migliaia di vasi e bronzetti, lì deposti perché, in origine, l’area era occupata da uno specchio d’acqua termale, fumante per l’elevata temperatura e ribollente per essere scaturita da polle che restavano subacquee. La frequentazione del lago sacro di San Pietro Montagnon ebbe inizio alla metà dell’VIII secolo a.C. e si protrasse fino al II secolo d.C. E per dare un’idea dell’abbondanza dei reperti e delle condizioni in cui sono stati rinvenuti, un settore della sala dedicata a Montegrotto è occupato da un accumulo di coppe, calici, tazze e tazzine – databili fra il VII e il IV secolo a.C. – scelti fra gli oltre 6000 deposti come offerte nel santuario.

Secondo le fonti, presso il santuario di Montegrotto operava un oracolo che, in età romana, sarebbe stato interrogato da Tiberio e avrebbe consigliato al futuro imperatore di gettare i suoi dadi d’oro nel lago per conoscere il suo destino. Alla pratica della divinazione rimanda peraltro il vicino disco in bronzo raffigurante una scena di sortilegio, proveniente da Auronzo di Cadore: a estrarre le sortes, in questo caso, è un giovane riccioluto, attorniato dagli strumenti del rito.

Disco in bronzo con scena di sortilegio, da Monte Calvario, Auronzo di Cadore.
Fine del II secolo a.C.-I secolo d.C. Auronzo di Cadore, Museo Civico Palazzo Corte Metto
(su concessione Mic, Soprintendenza ABAP province BL, PD, TV).

Nella sezione che segue, dedicata a Este, l’attenzione si concentra sul santuario di Pora-Reitia, che fu in uso tra il VII secolo a.C. e il III secolo d.C. e aveva sede in corrispondenza di un guado strategico sulla sponda dell’Adige. I materiali esposti documentano l’evoluzione del culto tributato alla dea: in una fase più antica, quando era collegato alla filatura e alla tessitura, le offerte consistevano spesso in rocchetti, fuseruole e pesi da telaio; col tempo, a Pora-Reitia si attribuiscono la tutela dei riti di passaggio e la capacità di favorire le guarigioni; infine, le viene assegnata una prerogativa particolare, cioè quella di sovrintendere alla scrittura.

Un’accezione, quest’ultima, documentata da una ricca selezione di stili scrittori in bronzo e da una lamina, anch’essa in bronzo, del tipo di quelle che riproducono gli esercizi con cui si imparava a scrivere sulle tavolette di cera. Sugli stili e sulla lamina corrono iscrizioni di dedica dalle quali si apprende che erano stati offerti come ex voto sia da uomini, sia da donne e nelle quali si legge il nome della dea, citata come Reitia.

Fra i materiali dal santuario atestino risulta particolarmente interessante, anche perché inedita, la proposta di ricostruzione della statua in terracotta di una divinità femminile velata, databile fra il II e il I secolo a.C. Se ne conservano soltanto un frammento della parte posteriore e due elementi (bulle) della collana che la adornava: tuttavia, sulla base di confronti con sculture coeve e tipologicamente affini, è stato possibile realizzarne, graficamente, l’immagine complessiva, che propone la dea seduta in trono e vestita di un abito riccamente panneggiato.

Dall’Adige, che lambì Este fino a quando la disastrosa rotta del 589 non ne modificò il corso, si passa al Piave e alla sua valle, nella quale, nei pressi di Calalzo di Cadore, sorse un importante luogo di culto, legato alla presenza di acque solforose, delle quali furono subito constatate le proprietà sfiammanti e cicatrizzanti. Il santuario, in località Lagole, divenne perciò meta prediletta dei militari e ha mantenuto questa peculiarità fino ai nostri giorni, tanto da essere stato visitato a scopo curativo anche dai soldati impegnati nella prima guerra mondiale. La divinità titolare è stata identificata con un dio chiamato Trumusiate o Tribusiate, che in età romana fu sostituito da Apollo.

Elmo in ferro, da Domegge di Cadore, località Vallesella. Metà del IV-III secolo a.C.
Pieve di Cadore, MARC-Museo Archeologico Cadorino “Enrico De Lorro” (© 2026 Luca Chiandoni).

Tipici del culto praticato nel santuario di Lagole sono gli ex voto in forma di lamine in bronzo sbalzato, inserite in un più vasto repertorio di manufatti, che qui comprende, non a caso, anche le armi. La connotazione bellica si ritrova anche in un elmo in ferro, rinvenuto a Vallesella di Domegge di Cadore, ma dello stesso tipo di quello indossato da uno dei bronzetti di Lagole. A suggerire che fosse l’esito di una produzione locale, da collocare appunto nella valle del Piave.

Il viaggio nell’universo religioso dei Veneti si conclude con il santuario di Altino, situato in prossimità dello sbocco di un canale navigabile nella laguna di Venezia (oggi nel territorio del comune di Quarto d’Altino). Come a Pyrgi, il sito fu uno scalo importante e il suo santuario assunse una dimensione internazionale, accogliendo non solo naviganti etruschi, ma anche greci e magno-greci.
Ecco perché, per esempio, fra i bronzetti votivi provenienti dal Museo di Torcello – recentemente entrato a far parte della rete museale della Fondazione Musei Civici di Venezia – ed esposti in mostra sono stati riconosciuti esemplari di produzione etrusca oltre che di produzione veneta.

Bronzetti che ritraggono personaggi anonimi, dai tratti schematici e stilizzati, a differenza di uno dei reperti più importanti fra quelli restituiti dal santuario altinate: la statuetta, databile al V secolo a.C., che raffigura l’eroe troiano Paride, inginocchiato, in atto in incordare l’arco. Come scrive Margherita Tirelli, “L’offerta alla divinità altinate dell’immagine di uno dei maggiori protagonisti del mito omerico, del tutto priva di confronti nel panorama veneto, risulta in questo contesto di straordinaria rilevanza, in quanto, oltre a documentare la conoscenza in loco dell’epopea omerica perlomeno a partire dal V secolo a.C., sembra voler esplicitamente alludere alla genealogia troiana di cui i Veneti amavano gloriarsi”.

Bronzetto di Paride arciere, dal santuario di Altino. Produzione etrusca, V secolo a.C.
Altino, Museo Archeologico Nazionale (© 2026 Luca Chiandoni).

Il percorso di visita riserva un finale sorprendente e affascinante: nella Sala degli Scudieri è allestita l’installazione We are bodies of water, realizzata ad hoc dalla Fondazione Bonotto. Il tema dell’acqua viene così declinato in una dimensione pienamente contemporanea, proponendo un grande arazzo nel quale compaiono specie di flora e fauna presenti naturalmente nella laguna veneta – riprodotte in maniera scientificamente attendibile grazie alla collaborazione del Museo di Storia Naturale di Venezia – realizzato con filati di materie plastiche riciclate dai rifiuti industriali e filati di fibra ottica. Immerso nel buio, l’arazzo – che misura 6,5 x 1,9 m – fa da “schermo” alla proiezione della scritta “We are bodies of water”, accompagnata da contributi sonori.

Come ha spiegato Chiara Squarcina, la scelta di concludere il racconto della mostra con We are bodies of water è nata dal desiderio di suggerire come l’acqua, oltre a essere portatrice di una storia millenaria, nella quale si inseriscono le vicende degli Etruschi e dei Veneti, sia un elemento nel quale chiunque può ancora oggi riconoscersi.

Curata da Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, la mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari è organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, e realizzata in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati di Milano, che ospiterà un secondo momento espositivo nell’autunno del 2026 (14 ottobre-10 gennaio 2027)

Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari
Venezia, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge
fino al 29 settembre 2026
Info https://palazzoducale.visitmuve.it/

Coppe su stelo, calici, tazze e tazzine esposti in modo da evocare le condizioni in cui furono rinvenuti nel santuario di San Pietro Montagnon. VII-IV secolo a.C. (© 2026 Luca Chiandoni).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *