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incontro con Simone Quilici, direttore del Parco archeologico del Colosseo,
a cura di Stefano Mammini

Nato nel 2017, il Parco archeologico del Colosseo (PArCo) è un istituto autonomo del Ministero della cultura a cui è affidata la gestione di ben 77 ettari del territorio della città di Roma, che comprendono sia aree e monumenti di diretta competenza statale (tra cui, oltre al Colosseo, la Domus Aurea, il Foro Romano e il Palatino), sia in consegna a Roma Capitale (Circo Massimo, Fori Imperiali), nonché un ricco patrimonio ecclesiastico, composto da otto chiese, quali, per esempio, la basilica dei Ss. Cosma e Damiano, S. Bonaventura e S. Anastasia al Palatino.

Dal 20 ottobre 2025, alla guida di quello che, indiscutibilmente, è uno degli istituti culturali più importanti del nostro Paese c’è Simone Quilici, architetto e paesaggista, nominato direttore del Parco archeologico del Colosseo a seguito di selezione pubblica internazionale. Specializzato in Architettura del Paesaggio presso l’Università di Roma “La Sapienza”, Quilici ha conseguito il Dottorato di ricerca in Progettazione urbana, territoriale e ambientale presso l’Università di Firenze, approfondendo il rapporto tra beni culturali e paesaggistici.

Prima di assumere la direzione del PArCo, è stato direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica e si è occupato a lungo del recupero di percorsi e itinerari culturali e storico-religiosi presso la Regione Lazio. Ha inoltre fatto parte di diversi gruppi di lavoro interistituzionali per la valorizzazione della via Francigena e della via Appia.

Ci siamo incontrati nel suo ufficio, da cui si gode di un affaccio degno di una veduta sette- ottocentesca (la finestra inquadra il Foro Romano, con il Campidoglio sullo sfondo), e l’intervista è stata l’occasione per registrare le prime impressioni del neodirettore, a sei mesi dalla nomina, e, soprattutto, l’indirizzo che intende dare al suo mandato.

Simone Quilici, direttore del Parco archeologico del Colosseo (© Parco archeologico del Colosseo).

Direttore, gli ultimi dati ufficiali disponibili, relativi al 2024, indicano in 14 milioni il numero degli ingressi al Parco archeologico del Colosseo, collocandolo, come accade ormai da anni, in cima alla lista dei luoghi della cultura più visitati d’Italia. Come ci si sente ad averne assunto la responsabilità?

È una grande responsabilità. E sono consapevole delle difficoltà legate all’importanza del sito e al fatto che si tratta un luogo iconico, famoso in tutto il mondo. Tutto quel che si dice e si decide nell’ambito del PArCo ha un peso considerevole. Non che sull’Appia non fosse così, ma sicuramente in quel caso non sei al centro del mondo. Occorre quindi avere prudenza, ma, allo stesso tempo, coraggio, senza il quale non si va molto lontano.

Detto questo, sono molte le differenze che corrono fra il Parco del Colosseo e la realtà con cui mi sono confrontato in precedenza, cioè con il Parco dell’Appia Antica. Anche se, dal punto di vista del lavoro che il direttore è chiamato a svolgere, ci sono anche molte similitudini e avere avuto questa precedente esperienza dell’Appia è stato senz’altro fondamentale. Per certi versi si è trattato di una progressione e la direzione del Parco dell’Appia ha costituito una tappa importante, imprescindibile, perché mi ha permesso di maturare un’esperienza in seno a un istituto di seconda fascia e preparare il terreno per il passaggio a un istituto di prima fascia, quale è il PArCo.

Arrivare qui senza avere avuto quella esperienza sarebbe stato quasi proibitivo, se non impossibile, e, al tempo stesso, c’è una continuità nel mio percorso, perché tanti temi sono simili: si tratta, in entrambi i casi, di parchi archeologici, che presentano un connubio fra gli aspetti storico-monumentali e archeologici e quelli paesaggistici. Un connubio senz’altro più evidente nel caso dell’Appia, ma che ha una notevole rilevanza anche nel caso del PArCo.

La folla dei turisti all’ingresso del Colosseo (foto Stefano Mammini).

È infatti importante ricordare che il PArCo non si compone del solo Colosseo, ma comprende anche Foro Romano, Palatino e Domus Aurea. Come già sull’Appia, ho l’incarico di gestire una porzione di città, con la differenza che quella del PArCo si trova nel pieno centro della città. Come già accennavo, qui ci troviamo al centro del mondo e tutto fa notizia, mentre sull’Appia dovevo cercare di attirare l’attenzione, di fare notizia.

E se l’Appia Antica non patisce i problemi causati dall’overtourism, qui si registrano invece vistosi squilibri, in particolare tra turisti e cittadini romani. Il Parco del Colosseo, infatti, è un luogo caratterizzato da una monofunzionalità, che è quella turistica: tutte le monofunzionalità sono negative, soprattutto nelle città, che devono essere luoghi vivi, nei quali devono convivere più funzioni. Il turismo va perciò contemplato con altre funzioni. Esiste inoltre uno squilibrio tra il Colosseo e il resto del parco archeologico: i numeri dell’anfiteatro schiacciano quelli del Foro Romano e del Palatino e soprattutto il secondo è il luogo su cui bisogna concentrare le energie e le risorse per riequilibrare i flussi anche all’interno del parco stesso. Parallelamente ritengo sia indispensabile creare alleanze con gli altri istituti, con le altre realtà della città di Roma: penso naturalmente al Museo Nazionale Romano, ma anche al Parco Archeologico dell’Appia Antica, che è il bacino di espansione naturale del Parco del Colosseo.

Un primo passo in questa direzione è l’iniziativa realizzata appunto in collaborazione con il Museo Nazionale Romano, grazie alla quale i possessori di un biglietto di ingresso per il MNR possono acquistare il biglietto Ridotto Amici PArCo al costo di 14,00 euro, mentre ai visitatori del Parco archeologico del Colosseo è garantita la possibilità di acquistare il biglietto Musei in Rete del MNR al costo di 10,00 euro.

Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.
Il Chiostro michelangiolesco con lo zoo di marmo (© Museo Nazionale Romano).

Nell’ambito di una gestione che è, evidentemente, impegnativa, c’è qualche progetto in corso o in via di attivazione che ti sembra importante segnalare?

Devo dire che, all’indomani dell’insediamento, mi sono ritrovato su una nave, forse meglio un “transatlantico”, già lanciata a una velocità di crociera sostenuta e l’importante è tenere bene il timone, così da mantenere questa velocità, questo ritmo. Fra le iniziative più importanti ci sono senz’altro i 10 interventi avviati nell’ambito del PNRR, cioè il Progetto Caput Mundi, che vede coinvolti il Comune di Roma, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, il PArCo, il Parco dell’Appia Antica, la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma.

Nove di questi interventi riguardano il Palatino e sono finalizzati ad aprire luoghi finora chiusi al pubblico. È stato così per la Schola praeconum (la sede della corporazione degli araldi, dei praecones, situata nella terrazza più bassa del versante meridionale del Palatino, n.d.r.) ed è adesso la volta della Casa dei Grifi. In questo caso, grazie ad apparati multimediali, si entra al piano terra dell’edificio e poi, attraverso una ripresa in diretta, si possono vedere i magnifici affreschi, con i motivi geometrici a cubi e le riquadrature in finto alabastro che caratterizzano questa casa di epoca repubblicana. E fra non molto, entro il prossimo mese di giugno, apriremo al pubblico altri sette siti sul Palatino.

Un particolare della decorazione pittorica della Schola Praeconum
(© Parco archeologico del Colosseo, foto Simona Murrone).
Casa dei Grifi. Lunetta in stucco con grifo (© Parco archeologico del Colosseo, foto Simona Murrone).

Grazie ai fondi del PNRR è stata inoltre avviata la nuova sistemazione del Lapis Niger (situato fra la Curia Iulia e l’arco di Settimio Severo, è il luogo in cui, secondo la tradizione, sarebbe stato ucciso Romolo e che, più verosimilmente, è invece un luogo di culto dedicato al dio Vulcano, n.d.r.). Il monumento è da tempo inglobato in un cantiere, nel quale si sta procedendo alla sostituzione della precedente sistemazione, in esecuzione di un progetto che prevede la possibilità di scendere all’interno della struttura, che è sotterranea. L’esito finale sarà un percorso in asse con l’arco di Settimio Severo e cambierà considerevolmente anche la percezione di questo settore del Foro Romano.

Quali sono, invece, i progetti sul fronte delle esposizioni temporanee?

Siamo impegnati a pieno regime nella realizzazione di una mostra su Troia, che sarà inaugurata a giugno. Il progetto è frutto di una collaborazione tra governo italiano e governo turco e vede coinvolti i più importanti musei di Turchia, tra cui il Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara. Alla realizzazione della mostra collaborano, naturalmente, anche il Museo di Troia e l’équipe che segue gli scavi del sito.

L’esposizione intende illustrare la stratificazione plurimillenaria di Troia, che, come hanno rivelato le indagini archeologiche, ebbe molteplici fasi di vita.
E, al tempo stesso, verrà raccontato il mito di Enea, che a Troia era nato e al quale Roma è particolarmente legata. La leggenda è forse meno popolare per i Turchi, che, tuttavia, sono consapevoli di quanto sia politicamente importante affermare che Roma, nel mito, è legata all’Anatolia, e hanno quindi molto a cuore questo aspetto. Del resto, la realizzazione della mostra si inserisce in un più vasto quadro di diplomazia culturale.

L’esposizione presenterà oltre 300 reperti, in prevalenza provenienti dalla Turchia, e, oltre che negli spazi del secondo ordine del Colosseo, il percorso di visita si snoderà nel Museo del Foro Romano, nelle Uccelliere Farnesiane e nel Ninfeo della Pioggia.

Le Uccelliere Farnesiane sul Palatino (© Parco archeologico del Colosseo).

In collaborazione con il VIVE-Vittoriano e Palazzo Venezia e con il Museo Nazionale Romano, stiamo inoltre lavorando anche a un’altra esposizione, che abbiamo intitolato Roma in moneta, ma che non è una mostra di numismatica. Le monete saranno infatti il pretesto per raccontare la storia di Roma. In particolare, il PArCo ospiterà la sezione dedicata al Medioevo, curata dal professor Sandro Carocci e altri autorevoli studiosi.

Attraverso le monete, racconteremo, nella parte che ci è stata assegnata e che sarà allestita nel Tempio di Romolo, la storia medievale di Roma, che è meno conosciuta della storia dell’antichità, ponendo l’attenzione su alcuni momenti rifondativi succedutisi nella città durante il Medioevo. Proveremo così a smentire la vulgata, assai diffusa fino a tempi molto recenti, secondo la quale Roma si stratificò in modo progressivo nel tempo. In realtà, non fu così e, proprio nel Medioevo, vi furono momenti in cui Roma venne ricostruita su se stessa, anche a quote superiori di alcuni metri, come provano le stratigrafie che verranno illustrate nell’allestimento.

Credo, del resto, che sia molto importante servirsi delle esposizioni per raccontare aspetti meno conosciuti. In particolare, le mostre organizzate dalle istituzioni pubbliche dovrebbero avere quasi l’obbligo di non intercettare soltanto i gusti più scontati, ma cercare anche di raccontare qualcosa di più originale, che sia anche frutto delle ricerche condotte negli ultimi anni.

Un’intervista che hai rilasciato a Repubblica pochi giorni prima di prendere servizio come direttore del PArCo ha riacceso il dibattito sulla sistemazione e la possibile utilizzazione dell’arena del Colosseo, che oggi si presenta parzialmente ricostruita. Quale futuro dobbiamo immaginare?

Va detto, innanzi tutto, che la parziale ricostruzione dell’arena, in legno, risale al 2000 e ha ormai bisogno d’essere rinnovata e sostituita, perché è arrivata alla fine del suo ciclo di vita. Il che rende comunque necessario un intervento.

Al momento, stiamo lavorando al progetto dell’arena elaborato dallo studio Labics, che, pur essendo stato dichiarato vincitore del concorso indetto dal Ministero della cultura, ha incontrato alcuni rallentamenti in fase esecutiva. Siamo adesso in una fase di riavvio, partendo dal presupposto che, in ogni caso, l’arena lignea attuale dev’essere sostituita. Con un approccio che sarà, comunque, prudente e progressivo.

Veduta dall’alto del Colosseo (© Parco archeologico del Colosseo).

Così come, a proposito delle polemiche sull’eventualità di organizzare nel Colosseo grandi spettacoli o concerti, vorrei ribadire che, pur essendo favorevole all’uso del monumento, ho sempre dato per scontato che non potrà certo essere sede di eventi di massa. La pedana in legno oggi esistente ha una portata massima di 500 persone: ampliandola, sarà possibile ottenere una capienza superiore (e si avrebbe anche il vantaggio di una migliore gestione dei flussi dei visitatori all’interno dell’anfiteatro). Tuttavia, ripeto, non parliamo di grandi eventi, ma di attività – che peraltro già si svolgono – come, per esempio, spettacoli di beneficenza o piccoli concerti.

L’idea è quella di ampliare, oltre all’arena stessa, anche le attività che vi si possono svolgere, nel senso che confermo quanto ho già avuto occasione di dire: il Colosseo non può essere solo un luogo di turismo – per di più mordi e fuggi -, ma deve essere un luogo riconsegnato ai Romani attraverso l’organizzazione di attività culturali aperte al pubblico. Ci sono già state iniziative del genere – penso, per esempio, agli spettacoli allestiti in occasione della Notte dei Musei -, ma tutto potrà essere organizzato in maniera più strutturata, anche grazie alla disponibilità di una pedana rinnovata e più capiente.

Immagino un Colosseo in cui si svolgano concerti di musica classica, jazz, letture di poesie, attività culturali di nicchia, anche se poi tante nicchie messe insieme potrebbero generare numeri interessanti e richiamare soprattutto i Romani. Sarebbero, evidentemente, attività culturali “tranquille” e non i grandi eventi.

Uno scorcio del Colosseo (foto Stefano Mammini).

La posizione che hai assunto in merito all’uso del Colosseo è stata da alcuni ricondotta al tuo essere un architetto chiamato a occuparsi di archeologia. Qual è la tua idea in proposito?

Per prima cosa, mi permetto di segnalare che non si tratta di una novità, perché ci sono già stati altri architetti che hanno assunto incarichi come quello che a me è stato assegnato. Sia in tempi recenti, ma anche tornando indietro nel tempo: a ben vedere, Giacomo Boni – al quale viene unanimemente assegnato il merito di aver offerto un contributo decisivo alla conoscenza del Foro Romano – aveva una formazione da architetto, ma, lavorando sul campo, ha saputo accreditarsi come archeologo.

Soprattutto, però, vorrei sottolineare che istituti come il PArCo sono ufficialmente chiamati “parchi archeologici”, ma potrebbero essere chiamati anche “parchi paesaggistici”, perché a tenere insieme tutti gli elementi che li compongono è il paesaggio. E un architetto paesaggista – come il sottoscritto – acquista, per sua formazione, un approccio che oggi definiamo olistico, cioè unitario, che tiene insieme molteplici punti di vista; una prassi che, nel mio caso, ho maturato anche sulla scia dell’esperienza di Vittoria Calzolari (1924-2017; paesaggista, architetta e urbanista romana, n.d.r.), che è stata la mia maestra e che coordinava il corso di perfezionamento per la scuola di specializzazione, in cui convergevano le conoscenze di archeologi, architetti, urbanisti, paesaggisti, geologi ed economisti, cioè le molte discipline che caratterizzano realtà come è anche il PArCo.

Inoltre, sfido chiunque a dire che i 77 ettari del Parco archeologico del Colosseo – 44 dei quali sono terreni demaniali gestiti direttamente dal parco – siano solo di interesse archeologico. Il PArCo coincide con una porzione significativa del centro della città e quindi la competenza urbanistica è forse la più importante. Senza con questo dimenticare quanto siano essenziali la competenza in fatto di paesaggio, quella archeologica insieme a quella architettonico-monumentale.

Giacomo Boni al tavolo di lavoro (© Archivio storico fotografico PArCo).

C’è ancora qualcosa che avresti piacere di segnalare?

Sì, una questione che mi sta particolarmente a cuore è l’importanza del rapporto tra il Parco archeologico del Colosseo e il contesto in cui è inserito, quindi con la città: un rapporto da coltivare anche attraverso l’organizzazione dei percorsi interni al sito, che devono agganciarsi in quelli esterni. In questo senso, il progetto del Centro Archeologico Monumentale di Roma (CArMe) del Comune di Roma è una grande occasione. In questo quadro, uno degli interventi previsti dal progetto Caput Mundi nel Parco del Colosseo prevede l’apertura di un ingresso all’area archeologica direttamente da via dei Cerchi, sul Circo Massimo. Verrà così a crearsi una connessione con “La Nuova Passeggiata Archeologica”, un percorso che gira intorno a quella che si chiamava una volta Area archeologica centrale, cioè il sistema composto da Foro Romano, Fori Imperiali e Palatino.

L’intervento nasce dalla volontà di valorizzare anche la vecchia Passeggiata Archeologica, che costituisce l’aggancio verso l’Appia Antica. L’odierna Passeggiata Archeologica coincide con lo stradone realizzato alla fine degli anni Trenta del Novecento come primo tratto della via Imperiale (oggi via delle Terme di Caracalla): una condizione che fa passare qualsiasi voglia di passeggiare in un luogo ameno dal Circo Massimo verso l’Appia e che invece la Passeggiata Archeologica realizzata negli anni Dieci consentiva.

Oggi c’è dunque una cesura da ricucire, anche attraverso il restauro della vecchia Passeggiata Archeologica, che ha avuto una vita infelice. Nel segno, peraltro, della continuità con il primo progetto di parco, che è quello del Jardin du Capitole, elaborato all’inizio dell’Ottocento, quando Roma doveva essere la capitale della cultura dell’impero napoleonico e quando i Francesi portarono qui una delle loro invenzioni più belle, che è il parco pubblico. A noi è pervenuta questa importante eredità e dobbiamo cercare di riportare l’organizzazione dei parchi archeologici a quella idea di fruizione pubblica, con un maggior numero di ingressi, una maggiore permeabilità.

Altrettanto essenziale è la promozione, pur nella consapevolezza delle specificità di un’area archeologica, che dev’essere delimitata, con ingressi presidiati, anche per motivi di sicurezza. Non si tratta di un giardino pubblico “normale”, ma questo non deve trattenerci dall’incentivare gli abbonamenti annuali, le membership card, che, al pari di un abbonamento ai mezzi pubblici, ti consentono l’ingresso illimitato all’interno del parco. Non soltanto per visitare i luoghi, ma anche per viverli, per attraversarli. Così da riappropriarsene come pezzi di città, del centro della città.
Non possiamo abbattere le recinzioni, ma, aumentando i varchi e promuovendo gli abbonamenti, un luogo come il Parco archeologico del Colosseo può tornare a essere fruito quotidianamente dai cittadini.

Parco archeologico del Colosseo
Info https://colosseo.it
Biglietteria ufficiale https://ticketing.colosseo.it

Veduta del Foro Romano. Al centro, il Tempio di Romolo (foto Stefano Mammini).

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