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di Elisabetta Mero*

Il Grand Tour non smette di affascinarci perché, di fatto, è all’origine del moderno turismo in Italia, e non solo di quello d’élite. Il mito della visita ai monumenti storici di Firenze, Roma, Napoli e dintorni, così come di Venezia, non si è mai arrestato; anzi, da attività esclusiva per nobili e ricchi nel Settecento, nei secoli successivi si è progressivamente trasformato in un’esperienza sempre più accessibile, fino ad arrivare oggi al controverso turismo di massa.

Numerosi sono gli studi e i testi dedicati all’argomento, e in questo filone si inserisce il progetto espositivo Meraviglie del Grand Tour, inaugurato al Museo Poldi Pezzoli di Milano nell’ambito del programma delle Olimpiadi Culturali di Milano-Cortina 2026. Aperta al pubblico fino al 4 maggio 2026, l’esposizione si articola intorno al prestigioso prestito di un’opera del Metropolitan Museum of Art di New York: Roma antica (1757) di Giovanni Paolo Panini (1691-1765), vero e proprio manifesto del Grand Tour.

L’opera raffigura un interno aristocratico immaginario con una fitta quadreria di dipinti di monumenti, realizzati dallo stesso Panini – celebre per le sue vedute, richiestissime dalle corti di tutta Europa -, affiancati da sculture e gessi di opere antiche. Sono inoltre ritratti il committente dell’opera, il conte Stainville, ambasciatore di Francia a Roma in quegli anni, e lo stesso Panini nelle vesti di artista. Si tratta di uno dei più celebri esempi di “metapittura”, ovvero di quadro nel quadro, realizzato in pendant con Roma moderna, anch’esso conservato nella collezione del MET.

Roma antica, olio su tela di Giovanni Paolo Panini. 1757. New York, The Metropolitan Museum of Art
(© The Metropolitan Museum of Art, Gwynne Andrews Fund, 1952).

L’opera dialoga con dipinti, sculture e arti decorative del museo che raccontano esperienze, curiosità e scoperte che definivano il viaggio in Italia come momento imprescindibile di educazione alla bellezza e all’antico: un incontro diretto con la storia, con la maestria degli artisti e con la ricchezza di un patrimonio straordinario.

Tutti vogliono il Pantheon

Il percorso espositivo prosegue nelle sale del museo, convivendo con l’allestimento della collezione permanente, e comprende alcune preziose opere del Poldi Pezzoli finora inedite o mai esposte. Nella sala del Settecento incontriamo Interno del Pantheon (1743) dello stesso Panini, acquisito dal museo nel 2024 grazie alla donazione della mecenate Giovanna Zanuso Sacchetti: un’opportunità di grande rilievo per Milano, poiché nessuna collezione pubblica cittadina possedeva opere dell’artista.

Il dipinto descrive l’interno del celebre monumento romano, trasformato in chiesa, con grande precisione nelle parti architettoniche e nei personaggi presenti: turisti estasiati e fedeli in preghiera. Interno del Pantheon è un soggetto che Panini replicò più volte su richiesta della sua clientela internazionale, sedotta dall’abilità con cui riesce a restituire la grandiosità del tempio classico. La versione del Poldi Pezzoli appartenne a James Dawkins, giovane e ricchissimo viaggiatore anglo-giamaicano appassionato cultore delle antichità, che lo acquistò durante il suo viaggio a Roma.

Interno del Pantheon a Roma, olio su tela di Giovanni Paolo Panini. 1743. Milano, Museo Poldi Pezzoli (cortesia Ufficio stampa Museo Poldi Pezzoli).
Una sequenza del cortometraggio Tutti gli DÈI
di Ferzan Özpetek (© Fondaco Italia).
Il regista Ferzan Özpetek
(cortesia Ufficio stampa Museo Poldi Pezzoli).

L’opera si confronta con il cortometraggio Tutti gli DÈI di Ferzan Özpetek, che per la sua realizzazione si è potuto avvalere del partenariato di Fondaco Italia. Invitato per l’occasione, il regista, dopo aver visitato il museo milanese, ha colto la visione di Giacomo Poldi Pezzoli di una raccolta viva, capace di continuare a valorizzare nel tempo le opere della collezione.

Accanto a Interno del Pantheon, grazie al comodato d’uso a lungo termine dalla famiglia Peloso, sono esposte anche due opere inedite di Gaspar van Wittel (1652-1736), padre del vedutismo e altro fondamentale riferimento del Grand Tour per il racconto dei luoghi immortalati. Nate in pendant, Veduta panoramica di Roma da Villa Medici e Veduta panoramica di Roma dalla Trinità dei Monti erano ricercati souvenir dei viaggiatori del Grand Tour.

Ventagli come cartoline

È presente anche un capriccio di Canaletto, mentre risultano assenti le incisioni di veduta, antenate delle moderne cartoline; queste trovano però una suggestiva declinazione nei ventagli dipinti a gouache e in piccolo formato all’interno delle guide di viaggio esposte in un’altra sala della mostra. I ventagli furono donati al museo nel 2005 per legato testamentario del collezionista Carlo Borgomaneri: raffinati souvenir per le dame in viaggio, decorati con vedute di paesaggi, monumenti o rovine dell’antica Roma, di Napoli e dei templi di Paestum, tappe imprescindibili per visitatori ed artisti.

Piccole vedute portatili, veri e propri souvenir, così come i gioielli in micromosaico. Una tecnica, quest’ultima, che si sviluppò a Roma nella seconda metà del Settecento, utilizzata per decorare oggetti e gioielli destinati ai viaggiatori. Accanto ai souvenir artistici, il percorso mette in luce la nascita delle prime guide di viaggio moderne, che sostituirono diari e corrispondenze personali con pubblicazioni strutturate, ricche di mappe e indicazioni pratiche, come Les délices de l’Italie di Alexandre Rogissart e la Guida per il viaggio d’Italia in posta.

Il tour si conclude con il tema delle copie dell’antico, tra i beni più richiesti dai grand tourists: riproduzioni della statuaria classica in diversi materiali e formati, tra cui l’eccezionale replica in scala del Laocoonte, capolavoro dell’antichità conservato ai Musei Vaticani, realizzata dalla manifattura Doccia, fondata da Carlo Ginori nel 1737, per rispondere alle esigenze del collezionismo internazionale.

Laocoonte, da Baccio Bandinelli, porcellana calcata e modellata. Manifattura Ginori (Doccia, Firenze),
1749 circa. Milano, Museo Poldi Pezzoli (cortesia Ufficio stampa Museo Poldi Pezzoli).

Poche ma significative opere si inseriscono dunque nel tessuto storicista del meraviglioso museo, modello di riferimento nella creazione di case-museo internazionali, come The Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. Il Poldi Pezzoli fu allestito tra il 1853 e il 1879 dall’artista Giuseppe Bertini, affiancato da altri collaboratori. Costruita con costanza tra il 1850 e il 1879, la raccolta vanta capolavori di eccezionale qualità dei più noti maestri del Rinascimento – Botticelli, Mantegna, Cosmè Tura, Carlo Crivelli, Giovanni Bellini, Piero del Pollaiolo – accanto a opere più tarde di Canaletto e Guardi e a dipinti medievali dai fondi in oro di Vitale degli Equi e Pietro Lorenzetti.

Per i milanesi – penso a mia nonna Mariuccia, con cui da bambina visitavo spesso il museo – il Poldi Pezzoli ha sempre svolto un ruolo di servizio alla comunità. In quanto casa-museo, si è distinto da altre istituzioni per il suo senso di condivisione e di accoglienza aristocratica verso il pubblico.
È fondamentale che il museo, pur adattandosi ai tempi, non dimentichi mai le volontà del fondatore: restare “ad uso e beneficio pubblico”, come un invito senza tempo rivolto alla comunità locale e internazionale.
In quest’ottica le attività collaterali e le conversazioni in programma a corredo della mostra sono occasioni preziose per la fruizione.

*Elisabetta Mero è storica dell’arte

Meraviglie del Grand Tour
Milano, Museo Poldi Pezzoli
fino al 4 maggio 2026
Info museopoldipezzoli.it

Ventaglio raffigurante il Pantheon di Roma, acquerello e tempera su pergamena con profilo dorato,
stecche in avorio traforato e stecche di guardia in avorio intagliato. 1780-1790. Milano, Museo Poldi Pezzoli,
Legato testamentario Carlo Borgomaneri, 2005 (cortesia Ufficio stampa Museo Poldi Pezzoli).

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