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intervista a Denise Tamborrino, a cura di Stefano Mammini

Una ventina di chilometri a sud di Bologna si conservano i resti della città antica di Marzabotto, uno dei centri etruschi più importanti e meglio conosciuti, ma del quale, fino a tempi recenti, si ignorava il nome. Una lacuna colmata dalla scoperta di una iscrizione, frammentaria, graffita sul fondo esterno di un vaso in bucchero, che ha restituito il nome Kainua, traducibile con “la [città] nuova”.

Un epiteto spiegabile con il fatto che, quando fondarono Marzabotto, intorno al 500 a.C., gli Etruschi si insediarono su un abitato più antico, dando dunque vita a un nuovo centro urbano. Le prime tracce del sito furono individuate alla fine del Settecento, ma la svolta decisiva si ebbe nella seconda metà del secolo successivo, dopo che i terreni interessati dalla presenza di strutture riferibili alla città erano divenuti proprietà dei conti Aria.

Iniziava così la seconda vita di Kainua, caratterizzata dalla creazione di un primo nucleo museale, voluto da Pompeo Aria. Erede di quella raccolta è, oggi, il MNEMA-Museo Nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, che lo scorso 8 giugno ha riaperto le sue porte, in un allestimento interamente rinnovato. Nell’occasione, abbiamo chiesto a Denise Tamborrino, direttrice del MNEMA, di illustrare le novità più significative dell’allestimento e la filosofia che lo ha ispirato.

Un sito eccezionale

Denise Tamborrino, mi metto nei panni di una persona che arriva a Marzabotto, visita il sito per la prima volta, senza possedere conoscenze in materia: in che modo viene accolto dal MNEMA? Come gli viene presentata la storia dell’insediamento e del museo?

Ci troviamo di fronte a un sito eccezionale, che lo Stato gestisce ormai da quasi un secolo e che rappresenta l’unica città etrusca attualmente percorribile nel suo impianto urbanistico originario, perfettamente integrata nel contesto paesaggistico dell’Appennino bolognese.

Pur risalendo i primi rinvenimenti di fondazioni e reperti alla fine del XVIII secolo, le scoperte più significative si verificarono solo nei primi decenni dell’Ottocento, in occasione dei lavori di sistemazione del parco della villa privata dei conti Aria. Successivamente, nel 1933, un’efficace opera di mediazione condotta dall’allora Soprintendente Salvatore Aurigemma portò alla cessione dell’area e delle relative collezioni allo Stato da parte della proprietà, sancendo così il definitivo riconoscimento istituzionale del sito.

La vera peculiarità di Kainua risiede tuttavia nella sua collocazione: l’altopiano fu infatti abbandonato per secoli a favore di insediamenti posti leggermente più a nord, rimanendo destinato a un uso meramente agricolo fino a metà XIX secolo. Questa mancata sovrapposizione edilizia ne ha garantito la straordinaria conservazione, consentendoci oggi di percorrere le antiche vie tra le fondazioni degli edifici in un ambiente di grande valore naturalistico. In quest’ottica, l’interdipendenza tra Museo e Area archeologica e la profonda relazione tra città e paesaggio offrono una lettura contemporanea del nostro patrimonio, fungendo da ponte tra passato e presente e riaffermando il fondamentale ruolo sociale, culturale ed economico del sito per l’intera comunità.

Un giorno nell’antica Kainua

Il nuovo allestimento ha ridotto il numero dei reperti esposti a beneficio della loro migliore fruizione? Se sì, sono previste rotazioni? E possibili innesti di materiali restituiti dagli scavi tuttora in corso nel caso di ritrovamenti di particolare importanza?

Il nuovo allestimento ha sostanzialmente rivoluzionato il racconto museale: da una esposizione di tipo topografico (reperto-contesto) si è passati a una di tipo tematico. Questa modalità ha consentito di selezionare meglio i reperti esposti, potendo anche integrare l’esposizione con numerosi oggetti ritrovati che non erano ancora stati condivisi con il pubblico. Lo scopo è quello di immergere il visitatore nell’esperienza di una giornata nell’antica Kainua, entrando da una delle porte della città, attraversando le necropoli e poi verso le principali polarità urbane. In questo modo si sono messe in valore le pratiche, che assumono quindi una narrazione più organica e certamente più flessibile anche nel caso di nuove scoperte. Il racconto museale tematico, infatti, consente una maggiore versatilità e assorbimento di eventuali nuovi ritrovamenti senza così dover mettere in discussione l’intero impianto allestitivo. Questo è particolarmente importante qui a Kainua, poiché le campagne di scavo dell’Università di Bologna proseguono ininterrotte da quasi 40 anni e il museo vuole proporre un racconto sempre aggiornato in relazione all’avanzamento degli studi e ricerche sul campo.

Esperienze e riflessioni personali

Mi ha colpito la vetrina nella quale vengono riproposti i principi dell’esporre postulati da Jacques Hainard e Marc-Olivier Gonseth per il Museo di Etnografia di Neuchâtel: può fare qualche esempio di come il nuovo allestimento li ha messi in pratica?

Il museo vuole porsi come spazio non giudicante, in cui il visitatore può interpretare quanto esposto anche alla luce delle proprie esperienze e riflessioni personali. Kainua offre numerosi spunti che rimandano alla contemporaneità e che saranno via via oggetto di attività specifiche a cura dei servizi educativi del museo. Nella vetrina-manifesto abbiamo voluto giustappore una serie di oggetti contemporanei a oggetti etruschi, tra cui dadi, spille, forcine. Abbiamo esposto una tenaglia da fabbro moderna per ricordarci che in alcuni casi i gesti che tuttora compiamo non sono poi così diversi da quelli di 2500 anni fa. L’esposizione di un oggetto come questo in relazione a quanto rinvenuto in epoca etrusca non può non farci porre delle domande in relazione alla pervasività della tecnologia nelle nostre vite e quanto sia effettivamente necessaria. In questo senso, il museo si vuole porre come luogo di confronto per stimolare domande e riflessioni nei nostri pubblici sulle questioni urgenti dell’oggi e attualizzando i contenuti esposti.

Libertà di fruizione

Ho rilevato il costante richiamo all’interdipendenza fra l’area archeologica e il museo: nella vostra idea di fruizione del sito, è tuttavia preferibile seguire un ordine fra i due poli o le due esperienze possono essere condotte a proprio piacimento?

Abbiamo voluto lasciare libero il visitatore di godere della bellezza del parco archeologico e del suo paesaggio oppure di immergersi subito nel racconto della città. Nel sottolineare l’interdipendenza tra museo e parco archeologico come elementi di un unico racconto, non si vuole imporre al visitatore un’unica modalità di fruizione, ma creare una esperienza confortevole anche in ragione delle condizioni metereologiche, che possono significativamente influire sulla qualità della visita dell’area.

Per questo abbiamo pensato a un racconto che nelle prime due sale fornisce gli strumenti indispensabili per comprendere la città, mentre nelle sale successive gli stessi argomenti vengono trattati in maniera più approfondita. In questo modo il visitatore può scegliere se partire direttamente dal parco, oppure farsi una prima idea con l’esplorazione delle prime due sale per poi ritornare e seguire gli approfondimenti, oppure partire direttamente dal museo e successivamente ritrovare le informazioni all’interno del paesaggio archeologico.

Museo Nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto
e Parco Archeologico di Kainua

Marzabotto (Bologna), via Porrettana Sud 13
Info https://museiitaliani.it/sites/mnemamarzabotto/it

Chi è Denise tamborrino

Direttrice museale con una consolidata esperienza internazionale e una comprovata capacità di definire e realizzare strategie innovative di valorizzazione per importanti istituzioni culturali, Denise Tamborrino è architetto e storica dell’architettura e dell’urbanistica. Attualmente, oltre che del Museo Nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e del Parco archeologico di Kainua di Marzabotto, è direttrice dei siti monumentali statali della Città Metropolitana di Bologna.
Dopo esperienze accademiche e di ricerca in Italia e all’estero, dal 2012 è Funzionario Architetto del Ministero della Cultura, per il quale si occupa di tutela, valorizzazione e progetti innovativi, promuovendo approcci sperimentali alla conservazione, fruizione e valorizzazione del patrimonio.
Ha curato mostre ed eventi di rilievo internazionale, tra cui il laboratorio sperimentale “La vita degli oggetti. Il suono della città” realizzato in co-progettazione con il Dipartimento dei Servizi Educativi e il Dipartimento di Arte Greca e Romana del Metropolitan Museum di New York e l’installazione “La strage degli innocenti” di Per Barclay presso l’ex Chiesa di San Barbaziano in occasione di Art City Bologna 2025.
Ha ottenuto riconoscimenti come la Menzione Speciale al Premio “Gianluca Spina” con il laboratorio “Archeominecraft. Costruisci una città come farebbe un etrusco” (2022), il finanziamento PAC con il progetto “Under the Same Sky” a opera di Eva Marisaldi (2023) ed è vincitrice della prima edizione del bando Italian Council con il progetto Zero (Weak fist) di Patrick Tuttofuoco (2017). Dal 2019 al 2022 è stata Vicepresidente del Comitato Tecnico Scientifico per l’Arte e l’Architettura Contemporanee del MiC e membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Dal 2025 è coordinatrice scientifica per patrimonio e cultura di DICOLAB-Cultura al Digitale Emilia-Romagna e Marche.


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