di Elisabetta Mero*
Per comprendere davvero Gastone Novelli servono tempo, attenzione e, soprattutto, una mostra capace di entrare nel cuore della sua ricerca. L’esposizione Gastone Novelli (1925-1968), in corso alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro a Venezia fino al 1° marzo, riesce pienamente nell’intento, concentrandosi sul periodo più intenso e maturo della produzione dell’artista nato a Vienna. Curata da Elisabetta Barisoni e Paola Bonani, in collaborazione con l’Archivio Gastone Novelli di Roma, la mostra si sviluppa come un percorso cronologico “aperto” nelle otto luminose sale del secondo piano dello storico palazzo seicentesco affacciato su Canal Grande.
L’occasione dell’esposizione si inserisce nel solco delle grandi rassegne che Ca’ Pesaro ha dedicato ai maestri del secondo dopoguerra – da Cy Twombly ad Arshile Gorky, da Afro a Roberto Matta – ed è motivata anche dalla recente donazione alle collezioni civiche veneziane di due opere significative: Era glaciale (1958) e Allunga il passo amico mio (1967). Proprio questi due lavori delimitano l’arco temporale su cui si concentra la mostra, dal 1957 al 1968, anno della morte dell’artista, con particolare attenzione al suo rapporto con Venezia.

(cortesia Fondazione Musei Civici di Venezia, foto Irene Fanizza).
Elemento costante della ricerca di Novelli è la parola, intesa come segno, linguaggio e atto politico. Nelle opere informali della seconda metà degli anni Cinquanta, come la già citata Era glaciale, dal fondo materico emergono lettere e scritte graffiate che rimandano ai graffiti parigini fotografati da Brassaï. Durante i soggiorni a Parigi, Novelli entra in contatto con figure come Tristan Tzara, André Masson, Man Ray e Hans Arp. Per lui “un quadro è l’apparizione dell’apparenza”: dalla materia affiora così un linguaggio poetico e magico, in continuità con le ricerche di Paul Klee e Osvaldo Licini.
La sua biografia è attraversata da incontri significativi. Nel 1957, insieme ad Achille Perilli, fonda la rivista L’esperienza moderna, espressione di un’esigenza condivisa da molti artisti: superare l’istintualità dell’Informale per recuperare un rapporto rinnovato con il reale, una “nuova figurazione”.
La tela diventa allora uno spazio di raccolta e inventario di segni, parole e simboli ancestrali. Opere come Il re delle parole (1961), in prestito dal Museo del Novecento di Milano, si presentano come griglie capaci di contenere, come in un moderno portale, tutto ciò che interessa all’artista, dalla poesia al jazz, dall’alchimia alla linguistica, dalla scienza alla psicologia del profondo.
A differenza di Twombly, Novelli aspira a un linguaggio autonomo, che richiede tempi lenti di decifrazione e guarda anche alle forme simbolico-decorative di Gustav Klimt.

1965. Verona, Galleria dello Scudo (cortesia Fondazione Musei Civici di Venezia).
Pur densamente cariche di riferimenti intellettuali, le opere di Novelli funzionano anche sul piano puramente formale: equilibrio compositivo e uso del colore ne rendono evidente la forza visiva. Accostate nelle sale di Ca’ Pesaro, restituiscono una sorprendente coerenza d’insieme.
Il viaggio è un altro tema centrale della sua ricerca. Dal Brasile degli anni Cinquanta, qui solo citato, alla Grecia in cui l’artista si reca varie volte
tra il 1962 e il 1966, motivato e nutrito da alcuni testi di Jung e di Claude
Lévi-Strauss. In questa fase la parola scritta lascia spazio a conchiglie, figure umane e animali, componendo un alfabeto arcaico e visionario.
In Archeo (1962) Novelli realizza un vero inventario di simboli mediterranei.
La luce, l’equilibrio delle forme naturali lo portano a sciogliere le griglie in strutture più fluide. La montagna, simbolo di ascesa e di conoscenza, diventa soggetto ricorrente in dipinti e in opere scultoree, come Sonnenberg e Schönberg (1964).
Negli stessi anni emergono gli interessi per il corpo umano e per gli scritti di Paracelso, da cui nascono lavori come Abbigliamento del corpo (1962), Corpus humani anatomiae e Supplementum anatomicum del 1963.

(cortesia Fondazione Musei Civici di Venezia).
La sala dedicata alla XXXII Biennale di Venezia del 1964 ricostruisce l’allestimento voluto da Novelli: opere come il Sole che dirige il viaggio, Il fare della luna, Un orto per marina e Spazio logico creano una vera e propria cosmografia poetica, lontana dalla Pop Art americana. Come si legge in uno dei testi che accompagnano la mostra, “In una sorta di ideale risposta alla frenesia di una società che produce ‘linguaggi-merce’, Novelli ricerca e offre segni essenziali e durevoli, capaci di sfidare il tempo come “fossili” di un linguaggio primordiale e poetico”.
Eppure il confronto con la cultura pop lascia tracce evidenti nei lavori del 1965-66, nei quali parola e immagine si intrecciano a memoria storica e politica, come in Attenti al sergente Bond e Per una rivoluzione permanente (per Lev Trotzky).
Nel 1967 Gastone Novelli si trasferisce a Venezia, alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca, luogo di incontro di artisti e intellettuali. In questo periodo realizza Allunga il passo amico mio, grande orizzonte pittorico di oltre cinque metri di larghezza, oggi nelle collezioni civiche. Il titolo diventa un’esortazione etica e politica rivolta, forse, a tutta una generazione, che non deve fermarsi, continuare a procedere, esprimersi, lottare.


Venezia è anche lo scenario del gesto di protesta compiuto alla Biennale
del 1968, quando Novelli rovescia i quadri contro il muro scrivendo sul retro di una tela “LA BIENNALE È FASCISTA”. Queste opere, verticali e bianche, ricordano i da-tze-bao cinesi: la scrittura torna protagonista, come slogan e presa di posizione politica. I titoli – Guerra alla guerra, Un omaggio a Che, Caro Vietnam, L’oriente risplende di rosso, Lutte, échec, nouvelle lutte – testimoniano la partecipazione attiva dell’artista al dibattito culturale
del Sessantotto.
La parola arriva a diventare superflua nell’ultima opera in mostra, Cancello per sempre la parola (1968), in cui si delinea il percorso di un artista che ha tentato fino all’ultimo di opporre alla frammentazione del mondo una testimonianza integra, un segno non mercificabile intriso di memoria, resistenza e libertà.
*Elisabetta Mero è storica dell’arte
Gastone Novelli (1925-1968)
Venezia, Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna
dal 15 novembre 2025 al 1° marzo 2026
Info www.capesaro.visitmuve.it

(cortesia Fondazione Musei Civici di Venezia, foto Irene Fanizza).


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