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di Stefano Mammini

Allestita ai Mercati di Traiano-Museo dei Fori Imperiali, 1350. Il Giubileo senza papa è una mostra riuscita. Fin dal titolo, giocato su una contraddizione in termini tanto apparente, quanto intrigante. Sembra infatti impossibile immaginare che un Giubileo possa essere celebrato in assenza del pontefice, eppure è proprio quel che avvenne nel 1350, in occasione del secondo anno santo della storia. Un evento dunque eccezionale, a partire dal quale è stato sviluppato un progetto espositivo ben articolato e che, al di là degli aspetti religiosi, ricostruisce il più ampio quadro culturale, sociale e politico della Roma del Trecento.

Tutto ebbe inizio nel 1342, all’indomani dell’elezione di Clemente VI (al secolo, Pierre Roger), il quinto dei papi che dimorarono ad Avignone nel corso di quella che è passata appunto alla storia come cattività avignonese, ovvero il trasferimento della sede papale nella città francese, che si protrasse dal 1309 al 1377. Nell’autunno del 1342 il Comune di Roma decise di inviare in Francia un’ambasceria, guidata da Stefanuccio Colonna e Francesco Orsini, con l’incarico di omaggiare il nuovo pontefice, offrendogli tutte le cariche civiche, e, soprattutto, per chiedergli di tornare a Roma e di anticipare la celebrazione del secondo Giubileo al 1350.

Misure ufficiali del Comune di Roma per l’olio, il vino e le granaglie, volte a prevenire le frodi
da parte degli operatori commerciali (foto Stefano Mammini)

Ricordiamo, infatti, che il promotore dell’anno santo, Bonifacio VIII, aveva stabilito che si sarebbe dovuto tenere ogni 100 anni. Poco dopo, ad Avignone giunse anche Cola di Rienzo, a capo di una delegazione della fazione popolare della città, con l’intento dare ulteriore peso alla richiesta presentata a Clemente VI. Il quale dichiarò che non avrebbe riportato la Curia a Roma, ma indisse ufficialmente il Giubileo con la bolla Unigenitus Dei Filius e stabilì che, da quel momento in poi, questo importante appuntamento si sarebbe dovuto svolgere ogni 50 anni. Grande fu la gioia nell’apprendere la notizia, tanto che i Romani decisero di realizzare una statua in onore di Clemente VI, opera che è in seguito andata perduta, ma di cui si è conservato il piedistallo, esposto in mostra.

Papa Clemente VI indisse ufficialmente il Giubileo con la bolla Unigenitus Dei Filius e stabilì che, da quel momento in poi, questo importante appuntamento si sarebbe dovuto svolgere ogni 50 anni

Il percorso di visita

Il percorso di visita si apre con Bonifacio VIII e con una rivelazione: vediamo infatti il papa in una copia dell’acquerello che riproduce una scena da sempre interpretata come la cerimonia di indizione del primo anno santo e il cui originale si conserva alla Biblioteca Ambrosiana. In realtà, si tratta più probabilmente della presa di possesso del Laterano da parte del neoeletto papa, poiché Bonifacio compare appunto affacciato alla Loggia delle Benedizioni del complesso lateranense e nella folla sottostante si riconoscono i rappresentanti del Comune, che partecipavano alla cerimonia. Va peraltro segnalato che l’originale dell’acquerello, realizzato da Maria Barosso, è al momento esposto nella mostra dedicata alla artista che si è inaugurata presso la Centrale Montemartini e della quale daremo presto conto.

Riproduzione dell’acquerello raffigurante papa Bonifacio VIII affacciato alla Loggia delle Benedizioni (foto Stefano Mammini)
Statua di San Michele Arcangelo, marmo bianco. 1348. Roma, Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, (© Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata)

I materiali scelti per le sezioni successive lasciano emergere la cifra del progetto espositivo, che, come accennato, documenta gli aspetti più significativi della vita pubblica e privata della Roma del Trecento. Una città che, peraltro, proprio negli anni intercorsi fra la bolla di Clemente VI e la celebrazione del Giubileo fu chiamata a confrontarsi con due grandi sciagure: la peste del 1348 e il terremoto che, nella notte fra il 9 e il 10 settembre, devastò l’Urbe. Entrambi furono comunque superati e i preparativi per l’accoglienza dei pellegrini poterono riprendere senza ulteriori inciampi. Allo svolgimento delle attività di ogni giorno e del commercio in particolare sono legati alcuni dei manufatti più interessanti fra quelli selezionati per l’occasione, fra cui tre misure ufficiali per il vino, l’olio e le granaglie, destinate a prevenire le frodi che potevano verificarsi in botteghe e mercati.

Si possono quindi vedere lastre funerarie che recano incisi i nomi delle persone defunte, fra cui un Angelus Sparverii che morì a Roma nel 1348, probabilmente vittima della peste; un grande affresco raffigurante la Trinità, proveniente dalla chiesa di S. Salvatore alle Tre Immagini, situata nel rione Monti e demolita per la realizzazione della odierna via Cavour; il calco dell’epigrafe che ricorda la fondazione dell’ospedale di S. Giacomo in Augusta.
L’iscrizione è stata scelta come testimonianza di uno degli aspetti che maggiormente caratterizzavano la Roma trecentesca, vale a dire la diffusa presenza delle strutture di ricovero, che si calcola fossero allora almeno una trentina.
E che, naturalmente, ebbero un ruolo decisivo nell’accoglienza della moltitudine di pellegrini che si riversarono in città per il Giubileo.

Tutti albergatori

L’afflusso dei fedeli fu certamente massiccio e dovette ingolosire non poco i residenti abituali. Al riguardo, è utile rileggere quanto scrisse Matteo Villani nella sua Cronica: «La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a numerare: ma per stima di coloro ch’ erano risedenti nella città, che il di di Natale, e de’ di solenni appresso, e nella quaresima fino alla pasqua della santa Resurrezione al continovo fossono in Roma romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia» e, poco oltre, una battuta che anticipa di sette secoli le odierne polemiche su affitti brevi e iperturismo: «I Romani tutti erano fatti albergatori»…

Se della statua voluta dai Romani ci è giunto il solo basamento, le fattezze di Clemente VI sono invece restituite dal calco del suo monumento funerario – un gisant, per usare il termine tecnico -, il cui originale si trova ad Avignone nell’abbazia della Chaise-Dieu. Nella stessa sala è esposto un pregevole modellino in legno del Palazzo dei Papi, che proprio nei dieci anni di pontificato di Clemente VI fu interessato da importanti interventi di ampliamento e ristrutturazione.

Il modellino in legno del Palazzo dei Papi di Avignone e il calco del monumento funebre
di papa Clemente VI (foto Stefano Mammini)

Fra i prestiti eccellenti di cui la mostra si è potuta avvalere c’è poi la statua dell’Arcangelo Michele, raffigurato nella classica iconografia che lo vede uccidere il drago, proveniente dall’Ospedale di San Giovanni in Laterano e inserita nel percorso a memoria delle molte invocazioni che a lui furono rivolte affinché liberasse Roma dalla peste del 1348.

Il tribuno e il poeta

Entrano quindi in scena due dei protagonisti principali degli eventi raccontati dalla mostra: Cola di Rienzo e Francesco Petrarca. Del primo, che, come già ricordato, si recò ad Avignone per perorare la causa del Giubileo, si è cercato di tracciare un profilo libero dai molti luoghi comuni che, nel tempo, si sono stratificati: il campione dei popolari ebbe infatti il merito di coagulare il malcontento di chi subiva gli abusi dei baroni, ma si lasciò probabilmente inebriare dal favore dei sostenitori, rendendo sempre meno lineare la sua azione. Tanto che, lo ricordiamo, finì i suoi giorni in maniera violenta, assassinato l’8 ottobre del 1354. La sua vicenda viene ripercorsa grazie a dipinti e disegni ottocenteschi, figli della stagione in cui fu più forte l’esaltazione retorica della sua vicenda.

Nel 1341, nove anni prima del secondo Giubileo, Francesco Petrarca era stato incoronato poeta con una solenne cerimonia in Campidoglio

Petrarca, che Cola incontrò durante il soggiorno ad Avignone, ebbe dal canto suo un rapporto importante con Roma – nel 1341, fu teatro, in Campidoglio, della sua incoronazione poetica – e uno dei suoi soggiorni nella città si svolse al tempo del secondo Giubileo, del quale il poeta fu dunque testimone diretto. L’importante riconoscimento tributatogli nel 1341 è rievocato da un’altra opera di grande importanza: si tratta dell’Incoronazione di Francesco Petrarca in Campidoglio dipinta nel 1844 da Andrea Pierini. La presenza della tela è doppiamente significativa: oltre al nesso con uno dei temi portanti della mostra, l’opera è il frutto di un ritrovamento inaspettato. Si pensava infatti che il quadro, regolarmente schedato, fosse disperso ed è stato invece recuperato in uno degli uffici del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che, oltre a disporne il restauro, ne ha accordato il prestito.

Incoronazione di Francesco Petrarca in Campidoglio, olio su tela di Andrea Pierini. 1844
(© Ministero dell’Economia e delle Finanze)

Ai protagonisti primi dell’anno santo, i pellegrini, è dedicata la sezione conclusiva del percorso, nella quale spiccano due sculture di ambito francese: la prima – proveniente dal Musée Lorrain di Nancy – viene tradizionalmente letta come la rappresentazione del ritorno di un crociato dalla Terra Santa, ma la presenza di elementi come il bastone e la bisaccia suggeriscono che il personaggio raffigurato possa appunto essere un pellegrino; la seconda – concessa in prestito dal Musée des Beaux-Arts di Digione – è una piccola statua raffigurante santa Veronica, inserita come espressione di uno dei culti più sentiti, quello della Veronica, la «santa icona», che si conservava in Vaticano.

La sezione della mostra dedicata ai pellegrini, con, in primo piano, il gruppo tradizionalmente interpretato
come la raffigurazione del ritorno di un crociato dalla Terra Santa, ma che potrebbe invece
rappresentare un pellegrino (foto Stefano Mammini)

Non so se è vera, ma ci credo

Non meno sentito era il culto per la Sindone, il sudario che avrebbe accolto il corpo del Salvatore dopo la morte, sulla cui autenticità, tuttavia, non mancavano già allora dubbi e perplessità: ne è prova un codice quattrocentesco nel quale il venerato sudarium viene sì menzionato, ma non si omette di specificare che la sua origine non è del tutto certa.

Il codice nel quale la Sindone viene citata come sudarium
(foto Stefano Mammini)

1350. Il Giubileo senza papa racconta dunque molte storie, tutte di notevole interesse, rese ancor più pregnanti dalla scelta di collocare la mostra negli spazi dei Mercati di Traiano: nel Medioevo, il complesso era stato infatti inglobato nel Castello delle Milizie, di proprietà della famiglia Caetani – alla quale apparteneva Bonifacio VIII -, che venne a trovarsi al centro di uno dei principali percorsi battuti dai pellegrini che attraversavano Roma per lucrare l’indulgenza.

La mostra 1350. Il Giubileo senza papa è curata da Claudio Parisi Presicce, Nicoletta Bernacchio, Massimiliano Munzi e Simone Pastor, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

1350. Il Giubileo senza papa
Roma, Mercati di Traiano-Museo dei Fori Imperiali
fino al 1° febbraio 2026
Info tel. 06 06 08 (attivo tutti i giorni, 9,30-19,00)
www.mercatiditraiano.it; www.museiincomuneroma.it; www.zetema.it

Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai Romani, disegno acquerellato su carta di Pelagio Palagi. 1829. Roma, Galleria Carlo Virgilio & C. (© Galleria Carlo Virgilio)

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