Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

di Stefano Mammini

A dieci anni dalla riapertura, in una veste totalmente rinnovata, il Musée de l’Homme di Parigi propone la mostra Mummie (Momies), visitabile fino al 25 maggio 2026. Come ha scritto Aurélie Clemente-Ruiz, attuale direttrice della prestigiosa istituzione, “Le mummie sono vere e proprie capsule del tempo. Custodiscono informazioni preziose sulle società antiche: la loro dieta, le loro malattie, le loro pratiche funerarie, le loro migrazioni. Possono perciò essere considerate come archivi biologici dell’umanità, fragili e insostituibili, capaci di far luce su ciò che siamo stati e, forse, su ciò che stiamo diventando”.

È questo, dunque, uno dei presupposti del progetto espositivo, che si è tradotto in una rassegna articolata in quattro sezioni: Incontrare i defunti mummificati, Tecniche e riti, Un patrimonio museale, Lo studio dei defunti mummificati. Lungo il percorso di visita sono distribuiti nove corpi mummificati, scelti fra i 70 che fanno parte delle raccolte del museo e ai quali si aggiunge un cranio che documenta un metodo particolare di mummificazione praticato nell’arcipelago delle Isole Marchesi (Polinesia francese). Reperti accompagnati da materiali archeologici provenienti da corredi funebri, documenti d’archivio, materiali etnografici, nonché opere d’arte contemporanea ispirate al tema della mostra.

Un particolare dell’allestimento della mostra (© MNHN-J.-C. Domenech).

La pratica della mummificazione è attestata in molte aree del mondo e ha origini che risalgono alla preistoria. Nel caso della mostra, gli esemplari più antichi sono provengono dall’Egitto: si tratta della mummia di una neonata, morta fra i 6 e i 9 mesi di vita e vissuta in epoca ellenistico-tolemaica (323-30 a.C.), e di quella di un giovane di nome Petearmosnouphis, appartenente alla comunità greca della città di Kom Ombo, che visse fra il II e il I secolo a.C.

La neonata venne imbalsamata e avvolta in un tessuto di lino. Il corpo mummificato era coperto da una reticella di perle in faïence blu e il volto da maschera di metallo dorato. Sulla parte superiore del busto era stato collocato uno scarabeo alato, insetto che era considerato simbolo dell’eterno rinnovamento, poiché il suo colore dorato veniva associato alla carne degli dèi. Nel caso di Petearmosnouphis, il corpo fu avvolto in un cartonnage composto da strati sovrapposti di lino e di papiro e alla maschera funeraria, ornata da una parrucca, furono assegnati i tratti di un volto idealizzato.

Mummia di una neonata egiziana, morta fra i 6 e i 9 mesi di vita e vissuta in epoca ellenistico-tolemaica.
323-30 a.C. (© MNHN-J.-C. Domenech).

Rimanda invece all’universo precolombiano la mummia di un bambino Chancay, una cultura stanziata nella regione costiera centrale dell’odierno Perù. Al piccolo defunto, morto all’età di 5 anni, fu riservato – fra il 1100 e il 1450 – il complesso trattamento attestato presso le comunità Chancay: le spoglie sono avvolte in un fagotto, denominato fardo, composto da più strati di tessuto, circondati da bastoni ricoperti di cotone, che attestano l’elevato status sociale del defunto, sormontato da una falsa testa, coronata di piume. Le analisi non invasive condotte sul fardo hanno accertato che, in realtà, la testa del defunto è rivolta verso il basso e che il suo corpo fu eviscerato per consentirne la mummificazione. Intorno ai resti mortali furono deposte, come offerta, spighe di mais, e nelle mani del bambino vi erano anche vari oggetti. L’usanza di avvolgere in tessuti i resti umani era molto diffusa nelle regioni andine ed era altrettanto comune il periodico rinnovamento dei tessuti che componevano il fardo.

Di poco più grande, si è stimato che avesse fra i 7 e gli 11 anni al momento della morte, fra il 1625 e il 1640, è la bambina di cui il Musée de l’Homme ha ricevuto in deposito la mummia dal Capitolo della chiesa di S. Tommaso, a Strasburgo. La sua identità resta a tutt’oggi ignota, ma più di un indizio permette di ricostruirne il profilo. L’abito di seta e pizzo in stile elisabettiano suggerisce che appartenesse a una famiglia benestante, forse persino aristocratica, probabilmente protestante. Potrebbe anche essere stata di origine straniera e conservata in questo modo in attesa del trasporto verso la sua sepoltura definitiva.

Il fardo, una sorta di fagotto composto da più strati di tessuto, che avvolge la mummia un bambino Chancay, morto all’età di 5 anni. 1100-1450 (© MNHN-J.-C. Domenech).

La sua mummificazione fu eseguita con grande cura e, oltre al prezioso abito, venne composta con un copricapo di fiori artificiali, gioielli, scarpe nuove e un mazzo di fiori naturali. L’analisi del DNA indica che aveva gli occhi azzurri, mentre una tomografia ha mostrato che le sue suture craniche erano già saldate, il che, vista la sua giovane età, è un fatto anomalo, segno di una patologia che probabilmente ne causò il decesso. Dopo la morte, l’addome della ragazza fu aperto, eviscerato e poi riempito con tessuti e fibre vegetali. La mummia venne quindi posta in una bara di legno, dotata di un coperchio di vetro nel XIX secolo.

Di provenienza francese è anche il sarcofago di un bambino mummificato scoperto nel 1756 da due contadini a Les Martres-d’Artière, un villaggio della regione del Puy-de-Dôme, situato 150 km a ovest di Lione. La mummia del ragazzo, che aveva tra i 9 e gli 11 anni al momento della morte, è stata sottoposta all’analisi del carbonio 14, che ha permesso di datarla all’epoca gallo-romana, nella prima metà del III secolo d.C. Gli esami di laboratorio hanno anche accertato che, nel suo caso, la mummificazione non aveva comportato l’asportazione degli organi interni e che l’eccezionale stato di conservazione fu assicurato dall’impiego di un balsamo resinoso aromatico con cui venne spalmato prima d’essere fasciato, oltre che dalla bara in piombo e dal sarcofago di arenaria utilizzati per la deposizione.

Cranio trofeo da Nuku-Hiva, Isole Marchesi. XVIII-XIX sec. (© MNHN-J.-C. Domenech).

E, sebbene non si tratti, come accennato, di una mummia vera e propria, uno dei reperti più spettacolari presenti in mostra è il cranio trofeo proveniente da Nuku-Hiva, l’isola più grande dell’arcipelago delle Marchesi. Appartiene a un individuo del quale non è stato possibile determinare il sesso, vissuto, verosimilmente, fra il XVIII e il XIX secolo. Il cranio è una testimonianza preziosa della pratica della mummificazione in uso nelle Isole Marchesi. I corpi venivano mummificati con metodi non invasivi, per essiccazione, lasciandoli asciugare al sole. Dopo mesi (o anni) trascorsi sulle piattaforme per l’essiccazione, provviste di tetti che le riparavano dalla pioggia, i corpi venivano sepolti. Dopo che la decomposizione si era compiuta, alcune ossa potevano essere recuperate, come nel caso del cranio, che fu riassemblato grazie a legature e ornato con i canini di un maiale. Simili reperti venivano quindi considerati come reliquie o potevano essere espressione del culto tributato agli antenati.

Merita d’essere segnalato il fatto che i curatori della mostra hanno riposto un’attenzione particolare alle implicazioni etiche di un’esposizione che vede protagonisti reperti che, di fatto, sono esseri umani. Si è perciò voluta evitare ogni forma di spettacolarizzazione e le vetrine che accolgono le mummie sono collocate in posizione isolata e sono state provviste di leggeri teli, pensati per favorire un approccio rispettoso, evitando qualsiasi effetto sorpresa.

Mummie
Parigi, Musée de l’Homme
fino al 25 maggio 2026
Info www.museedelhomme.fr

Un particolare dell’allestimento della mostra (© MNHN-J.-C. Domenech).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *