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di Stefano Mammini

Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, ospita una nuova, ricca, edizione della mostra Luoghi Sacri Condivisi: viaggio tra le religioni, visitabile fino al 19 gennaio 2026. Si tratta dell’ultimo capitolo, in ordine di tempo, di un progetto espositivo avviato nel 2015 dal MuCEM (Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée) di Marsiglia. E che già aveva fatto tappa nella capitale, fra il 2022 e il 2023, presso l’École française de Rome, in una versione fotografica. Quella che si può vedere adesso è invece una rassegna assai ampia, forte di un repertorio ricco ed eterogeneo di opere – oltre un centinaio -, che abbracciano un vastissimo orizzonte cronologico, dall’antichità all’età contemporanea.

Antropologo e direttore emerito di ricerca presso il CNRS francese, Dionigi Albera – insieme a Raphaël Bories e Manoël Pénicaud – ha curato la realizzazione di Luoghi Sacri Condivisi e spiega: “La storia della mostra è ormai piuttosto lunga e nasce da ricerche di tipo antropologico e storico sui fenomeni di condivisione, evocati dal titolo stesso. Che potrebbe a prima vista suonare come una contraddizione in termini, un ossimoro, perché generalmente si immagina che un luogo sacro sia legato a una sola religione e non possa quindi lasciare spazio alla condivisione.

E invece, attraverso la mostra, abbiamo voluto documentare i numerosi casi attestati storicamente e quelli ancora riscontrabili ai giorni nostri, nel Mediterraneo, che è l’orizzonte geografico del progetto. La condivisione, peraltro, potrebbe sembrare particolarmente difficile nel contesto delle religioni monoteistiche, conosciute per essere più esclusiviste, rispetto, per esempio, alle religioni orientali. Eppure anche nel contesto delle religioni monoteistiche, che hanno appunto la loro culla nella regione mediterranea, si registra un gran numero di casi di condivisione.

Le opere che abbiamo riunito a Villa Medici esprimono dunque l’idea di un sacro condiviso, di un intrecciarsi di tradizioni, di personaggi, di episodi, che compone un tessuto di consonanze e di dissonanze, permettendo di creare una sorta di armonia, che il visitatore poi può arricchire con la propria sensibilità. Perché l’idea di questa mostra è stata anche quella di parlare proprio alla sensibilità delle persone, alle emozioni“.

Particolare dell’allestimento della sezione Città sante (foto Stefano Mammini).

Il percorso espositivo è stato articolato in sette sezioni – Città sante, Il mare, Il giardino, La montagna, La grotta, Oggetti vagabondi, Architetture – pensate come altrettante tappe di un viaggio fra i paesaggi del Mediterraneo e scandite da opere d’arte e oggetti che documentano la circolazione di temi e di idee fra le varie fedi e le varie culture. Un intento in virtù del quale è stata privilegiata la giustapposizione dei diversi elementi, senza necessariamente ingabbiarli in sequenze cronologiche o ambiti geografici di provenienza. E la scelta si rivela come uno dei punti di forza di Luoghi Sacri Condivisi. facendo della visita un’esperienza originale e stimolante.

In ogni sala, il testo introduttivo è affiancato da riproduzioni fotografiche ritenute particolarmente significative rispetto al tema della mostra e che, al tempo stesso, non sarebbe stato possibile prelevare dalla loro sede di conservazione. Così, per esempio, per la sezione che apre il percorso, Città sante, è stata scelta una delle miniature che impreziosiscono il manoscritto della Nuova Cronica di Giovanni Villani, noto come Chigiano L.VIII.296
(1341-1348), oggi custodito presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.
La scena mostra l’incontro fra l’imperatore Federico II di Svevia e il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, avvenuto nel 1229, nel corso della sesta crociata, che ebbe per esito la stipula di una tregua della durata di dieci anni, in forza della quale Gerusalemme tornava ai cristiani, ma veniva garantito il libero accesso a tutti i luoghi santi della città, offrendo dunque un esempio eccellente di quella condivisione che, come detto, fa da filo conduttore del progetto espositivo odierno.

Proskynetarion o Tela del pellegrinaggio, olio su tela. Gerusalemme, fine del XVIII-prima metà del XIX sec. Marsiglia, MuCEM-Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée (foto Stefano Mammini).

La Città Santa per eccellenza compare in più di una riproduzione, ma particolarmente spettacolare è un Proskynetarion, cioè una tela devozionale (o del pellegrinaggio), di produzione gerosolimitana, databile tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Concesso in prestito dal MuCEM, il manufatto è una sorta di atlante dei luoghi santi e di racconto per immagini al tempo stesso: si riconosce infatti la chiesa del Santo Sepolcro, intorno alla cui rappresentazione si dispongono immagini di Cristo in catene, così come della Resurrezione o della Deposizione.

Nella stessa sala, grazie a prestiti accordati dai Musei Vaticani e dal Museo Ebraico di Roma – che sono anch’essi partner della mostra – si possono ammirare altre due opere di particolare pregio. La prima è il planisfero noto come Mappamondo Borgiano (o Tavola di Velletri), appartenuto al cardinale Stefano Borgia. Realizzato intorno al 1430, in rame inciso, si basa sulla cartografia del tempo, che dunque precede l’epoca delle grandi scoperte geografiche, e ha la particolarità di apparire rovesciato rispetto ai criteri oggi in uso, con il sud nella parte alta e il nord in basso.

Planisfero del cardinale Stefano Borgia, noto come Mappamondo Borgiano (o Tavola di Velletri), rame inciso. 1430 circa. Città del Vaticano, Musei Vaticani (foto Daniele Molajoli).

È invece datato al 1764 il Me’il Fiano (Il tempio di Gerusalemme), un tessuto in gros-grain azzurro chiaro, ricamato con fili dorati, argentati e colorati. L’interesse dell’opera risiede nel criterio adottato per la raffigurazione del soggetto: il tempio di Gerusalemme venne infatti distrutto nel I secolo d.C. e mai più ricostruito e quindi l’immagine ricamata è puramente ideale, ma, data l’origine romana del manufatto, è chiaramente improntata al modello dei monumenti dell’Urbe (di cui, forse, è raffigurato anche il ghetto).
Una visione arricchita da richiami a elementi peculiari della religione ebraica, come la menorah o le tavole della Legge.

La sezione successiva, dedicata al mare, ha, fra gli elementi di maggior richiamo, la fronte del sarcofago detto “di Giona“, databile intorno al 300 d.C. Il rilievo racconta la storia del profeta che, dopo essersi rifiutato di eseguire l’ordine ricevuto da Dio di andare a predicare a Ninive, si imbarcò per raggiungere la parte opposta del Mediterraneo. Naturalmente, era però impossibile sfuggire alla volontà divina, che si manifestò scatenando una tempesta: i marinai della nave su cui Giona viaggiava ne intuirono l’origine e, per evitare il naufragio, gettarono il profeta in acqua.
Questi fu ingoiato da un mostro marino – più tardi identificato con una balena – che, dopo tre giorni, lo sputò su una spiaggia. A quel punto Giona si risolse ad accettare il comando divino e andò a predicare a Ninive. La sequenza è vivacemente riprodotta sul sarcofago, in varie scenette, arricchite da altre scene che rimandano ai temi della morte e della resurrezione, come l’uscita di Mosè dall’arca e la resurrezione di Lazzaro.

Particolare della fronte di un sarcofago con storie di Giona. Fine del III-inizio del IV sec. d.C.
Città del Vaticano, Musei Vaticani (foto © Governatorato dello S.C.V. Direzione dei Musei Vaticani,
tutti i diritti riservati
).

Merita d’essere anche ricordata la storia moderna dell’opera: scoperto nel Cinquecento durante i lavori per la riedificazione del Vaticano, il sarcofago fu poi acquistato dalla famiglia Medici, che lo fece trasferire proprio a Villa Medici, nei cui giardini fece bella mostra di sé per quasi due secoli. Nel Settecento fu portato in Vaticano ed è quindi confluito nella collezione del Museo Pio Cristiano. La mostra è perciò una sorta di ritorno a casa, che non sarà però temporaneo. In occasione di Luoghi Sacri Condivisi, è stato infatti realizzato un calco del sarcofago, che sostituisce l’originale nei quattro mesi di assenza dalla sua collocazione abituale e che, al termine dell’esposizione, verrà portato a Villa Medici, ricostruendo così, seppur grazie a una replica, la situazione originale.

Poco lontano, un altro naufragio sventato è protagonista di un dipinto di Gentile da Fabriano. Si tratta dello scomparto centrale della predella del Polittico Quaratesi, realizzato dal maestro marchigiano nel 1425 e i cui elementi sono oggi dispersi in più musei. L’episodio è quello del prodigioso intervento di san Nicola a beneficio di una nave in procinto di inabissarsi, uno dei miracoli più noti del vescovo di Myra, destinatario di un culto particolarmente sentito presso chi andava per mare. San Nicola è anche esempio di una devozione condivisa, come prova la sua popolarità, oltre che presso i cattolici, nel mondo greco ortodosso e in quello protestante.

Miracolo di San Nicola di Bari, elemento centrale della predella del Polittico Quaratesi, tempera su tavola di Gentile da Fabriano. 1425. Città del Vaticano, Musei Vaticani (foto © Governatorato dello S.C.V.
Direzione dei Musei Vaticani, tutti i diritti riservati
).

Altre opere di questa sezione alludono ai rischi della navigazione, comprese le croci realizzate dall’artigiano lampedusano Francesco Tuccio. Si tratta di manufatti semplici, umili, realizzati con legno ricavato da barche di migranti provenienti dalla Tunisia e dalla Libia. Movimenti – purtroppo segnati da immani tragedie – che hanno come meta privilegiata Lampedusa, rinnovando una tradizione vecchia di secoli. Sebbene disabitata, l’isola era infatti sede di un santuario molto frequentato dai naviganti e, ancora una volta, condiviso da cristiani e musulmani. Tanto da accogliere sia un luogo di culto dedicato alla Madonna di Lampedusa, sia la tomba di un santo musulmano.
Offrendosi come zona franca, nella quale vigeva la pace, anche in un mare teatro di guerre, scontri e imprese corsare.

Francesco Tuccio, Croci, legno di barche di migranti provenienti dalla Tunisia
e dalla Libia. Lampedusa, 2017 (foto Daniele Molajoli).

Dal mare si passa quindi al giardino, scelto in quanto luogo, ma anche per il suo valore simbolico, impregnato di connotazioni religiose: non a caso, il termine paradiso deriva dal vocabolo greco che indica un giardino o un parco e che, a sua volta, discende da pairidaēza, parola utilizzata in ambito iranico per designare un “recinto circolare“. Il giardino rimanda quindi a una dimensione di perfezione, di vita ideale, ed è stato spesso associato alla figura della Madonna, che ricorre non solo in ambito cristiano, ma anche nel mondo musulmano, come provano, per esempio, i molti brani del Corano di cui è protagonista Maria, in racconti simili a quelli che possiamo trovare nei Vangeli o nei testi apocrifi.

La mostra offre varie declinazioni di questo fenomeno, come nel caso di una Natività nel deserto che l’artista turco Ayşe Raziye Özalp ha realizzato a partire da un originale del 1595. Una rappresentazione nella quale Maria siede al riparo di una palma da dattero, poiché, secondo il Corano, la nascita del Bambino avvenne fuori Gerusalemme, all’aperto, e non dentro una grotta. In altre tradizioni, la stessa palma è protagonista di un miracolo, in quanto con i suoi datteri avrebbe rifocillato la Vergine dopo le fatiche del parto.
Non a caso, dunque, una palma lussureggiante, che “espelle” i suoi frutti perché giungano a Maria, troneggia al centro di una Fuga in Egitto (1370-1375) dipinta a tempera e oro su tavola da un artista convenzionalmente indicato come Maestro della Predella dell’Ashmolean Museum.

Annunciazione, Jibril, Hortus conclusus, olio e oro su tavola di Rayan Yasmineh (foto Daniele Molajoli).

Fedele al criterio della giustapposizione, è la vicinanza con il trittico Annunciazione, Jibril, Hortus conclusus che l’artista palestinese Rayan Yasmineh ha appositamente realizzato per questa edizione di Luoghi Sacri Condivisi. L’opera consiste in tre tavole, dipinte a olio e oro, nelle quali Yasmineh fonde tradizioni antiche – l’oro su tavola, l’eco rinascimentale della composizione… – con elementi della contemporaneità: Maria indossa un costume tradizionale palestinese che appartiene alla madre dell’artista; nei paesaggi inquadrati dalle finestre alle spalle della Madonna si riconoscono le torrette del muro che separa la Palestina da Israele; così come uno dei personaggi porta un mitra a tracolla, a evocazione delle tensioni che dilaniano quelle terre, ora più che mai.

Lo stesso Rayan Yasmineh è peraltro autore di Ur Salim (2022), un grande olio su tela scelto come immagine guida della mostra. Anche in questo caso, la composizione è giocata sull’amalgama di elementi cronologicamente e stilisticamente diversi e lontani, che vanno dai motivi tipici del vasellame palestinese dell’Ottocento e Novecento a citazioni dei grandi arazzi di Cluny, pienamente medievali.

Ur Salim (particolare), olio su tela di Rayan Yasmineh. 2022.

Dal giardino, il percorso raggiunge la montagna e un ruolo centrale è affidato al Sinai, il monte sul quale Mosè, chiamato dal roveto ardente, ricevette da Dio le Tavole della Legge. Dell’episodio sono in mostra varie interpretazioni, da un frammento del rilievo di un sarcofago a un disegno acquerellato di Marc Chagall, anche se i protagonisti principali sono il sito stesso e il monastero di S. Caterina, il cui primo nucleo sorse al tempo dell’imperatore Giustiniano. Anche qui si rinnova l’idea della condivisione, dal momento che il Sinai divenne poi luogo di culto e di pellegrinaggio non solo per i cristiani, ma anche per i musulmani.

Del monastero di S. Caterina si è molto parlato negli ultimi mesi, per via dei progetti di sfruttamento turistico del sito, che rischiano di compromettere un luogo che deve molto del suo fascino proprio all’essersi finora conservato in condizioni assai simili a quelle in cui lo videro i primi viaggiatori moderni.
Come il pittore Adrien Dauzats, autore del Convento di Santa Caterina sul Monte Sinai (1845) concesso in prestito dal Museo del Louvre. Dauzats aveva raggiunto il Sinai in compagnia di Alexandre Dumas, che raccontò in un libro la sua esperienza e scrisse di aver visitato sia la moschea, sia la la chiesa che erano comprese nel complesso, sottolineando la copiosa presenza di ex voto in entrambe.

Le foto di Gianni Berengo Gardin che documentano la festa di herdelesi presso il santuario di S. Rosalia sul Monte Pellegrino, a Palermo, esposte nella sezione La montagna (foto Daniele Molajoli).

Luogo di condivisione è anche il Monte Pellegrino, a Palermo, sul quale sorge il santuario della patrona della città, santa Rosalia. Il fenomeno è raccontato da una serie di splendide foto in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin. Gli scatti documentano momenti del pellegrinaggio che, annualmente, le comunità rom compiono per la festa di herdelesi. Creando situazioni inaspettate, in cui i riti si svolgono nel luogo più venerato del santuario, ovvero la grotta che, secondo la tradizione, Rosalia avrebbe abitato negli ultimi anni della sua esistenza, vivendo come un’eremita.

La grotta si fa protagonista della sezione successiva della mostra, la quinta, nella quale il dialogo fra religioni diverse viene affidato, in particolare, alla leggenda dei Sette Dormienti di Efeso, un gruppo di giovani cristiani che, per sfuggire alla persecuzione promossa dall’imperatore Decio, cercò rifugio, appunto in una grotta. Scoperti, i giovani vennero murati vivi, e, preparatisi a morire in grazia di Dio, caddero in un sonno profondissimo, dal quale si svegliarono, miracolosamente, due secoli più tardi, quando il cristianesimo poteva ormai essere liberamente professato.

Sura dei Sette Dormienti, inchiostro e acrilico su carta intelata su tarlatana, sette elementi
di Abdallah Akar. 2013 (foto Stefano Mammini).

La fiabesca vicenda è stata ripresa anche dal Corano ed è quindi un tema ricorrente nella tradizione musulmana, anche moderna. Ne è prova, fra le opere riunite in questa sala, la suggestiva installazione dell’artista franco-tunisino Abdallah Akar, Sura dei Sette Dormienti (2013), composta da sette grandi fogli di carta intelata, sui quali Akar ha riportato la calligrafia di questo passo del Corano.

Alle visioni classiche della grotta rimandano invece una Natività (1440 circa) di Giovanni di Paolo, un presepe settecentesco di produzione francese e uno scomparto di predella, Sant’Antonio abate e San Paolo eremita (1400-1410), dipinto a tempera su tavola da Lorenzo Monaco.

Immagini di monumenti religiosi scelti come esempi di luoghi condivisi
nella sezione dedicata all’architettura (foto Daniele Molajoli).

Il penultimo capitolo è dedicato all’architettura e propone una rassegna di alcuni casi celebri di monumenti religiosi che hanno visto cambiare la loro natura nel corso del tempo: da S. Sofia a Costantinopoli/Istanbul alla moschea degli Omayyadi di Damasco, dalla cattedrale di S. Sofia di Nicosia alla Grande moschea di Cordova. Ma c’è spazio anche per una storia forse poco nota, almeno in Italia, e che riguarda il progetto, rimasto solo sulla carta, di realizzare un santuario della pace universale nella Francia del Sud.

Il monumento sarebbe dovuto sorgere nei pressi di Marsiglia, sulla montagna della Sainte-Baume, dove c’è una grotta in cui Maria Maddalena avrebbe vissuto sino alla fine della sua vita. L’idea fu accolta con entusiasmo da molti grandi artisti e in mostra si possono vedere la copertina della brochure promozionale del progetto, disegnata da Fernand Léger, e un disegno di Le Corbusier che mostra la struttura della basilica, pensata per svilupparsi sotterraneamente, percorrendo l’intero massiccio, per aprirsi in direzione del mare. I tempi, però non erano maturi, e, nel 1949, complici le critiche delle gerarchie ecclesiastiche francesi, l’ambizioso progetto fu accantonato.

Ben altra sorte ha avuto la Casa di Abramo, inaugurata nel 2023 ad Abu Dhabi, un complesso che riunisce una sinagoga, una chiesa e una moschea e potrebbe forse avere la House of One di Berlino. Anche in questo caso, raccontato in mostra da un video, l’obiettivo è quello di dare vita a un luogo in cui la compresenza delle tre grandi religioni monoteistiche non sia solo simbolica, ma possa tradursi in uno spazio di interazione tra le comunità di fedeli. Il progetto di House of One ha preso il via nel 2011, ma sta procedendo a rilento.

Epilogo del percorso sono quelli che i curatori della mostra hanno battezzato “Oggetti vagabondi”, a sottintenderne la circolazione. Esempio illustre è quello dell’immagine guida di questo capitolo: la Bibbia di San Luigi, una delle cui pagine è riprodotta nella foto a grande formato che accompagna l’introduzione alla sezione. Il manoscritto fu realizzato in Francia, nel XIII secolo, alla corte del re Luigi IX, detto il Santo ed effettivamente canonizzato nel 1297.
In origine, si trattava di una Bibbia esclusivamente illustrata e le prime didascalie, in latino, furono aggiunte nel XIV secolo, quando il manoscritto giunse in Italia. Nel Seicento fu donato allo shah di Persia e furono allora aggiunte le didascalie in persiano. Infine, nel Settecento, la Bibbia fu acquistata da un mercante ebreo e si arricchì di ulteriori glosse.
Gran parte del manoscritto è oggi custodita dal Morgan Library & Museum di New York, mentre altri fogli sono custoditi presso la Biblioteca nazionale di Francia, a Parigi.

Ex voto, amuleti, reliquiari e altri manufatti riuniti nella sezione Oggetti vagabondi (foto Stefano Mammini).

Poco oltre, due grandi vetrine riuniscono un repertorio assai variegato di oggetti: amuleti, ex voto, reliquiari, riferibili alle tre religioni monoteistiche e che però, in più d’un caso, non hanno vissuto solo una rifunzionalizzazione, ma anche una “conversione”. Come nel caso, per esempio, di un cofanetto originario dell’Egitto fatimide che, giunto in Europa, fu riutilizzato come reliquiario. I vari manufatti sono stati volutamente mescolati all’interno delle vetrine, in quanto espressioni di una religiosità trasversale.
Quella religiosità trasversale che innerva l’intero progetto espositivo e che credo costituisca l’elemento di maggior interesse di una mostra originale e ricca. Resa particolarmente godibile dalla varietà dei materiali presentati, tutti di notevole pregio, e da un allestimento elegante ed efficace al tempo stesso.

La mostra Luoghi Sacri Condivisi: viaggio tra le religioni è stata ideata e prodotta dall’Accademia di Francia a Roma-Villa Medici, il MuCEM e l’Ambasciata di Francia a Roma presso la Santa Sede, con il consiglio scientifico dei Musei Vaticani e del Museo Ebraico di Roma. L’esposizione ha visto il supporto e la collaborazione dell’École française de Rome.

Luoghi Sacri Condivisi: viaggio tra le religioni
Roma, Villa Medici, Accademia di Francia
fino al 19 gennaio 2026
Info https://villamedici.it/it/programme/luoghi-sacri-condivisi/

I Sette Dormienti di Efeso, pittura e foglia d’oro su tavola di Osama Msleh.
Damasco, inizio del XXI sec. Marsiglia, Collezione privata.
He Who Created the Heavens and Earth in Six Days, pigmenti naturali, conchiglia, oro e matita su carta, 6 pezzi di Dana Awartani. 2013. Abu Dhabi, Zayed National Museum Collection (© 2013, Dana Awartani).

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