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di Stefano Mammini

La fortuna del Mediterraneo e dei miti che le sue onde hanno cullato è ben espressa dall’immagine scelta per la copertina di questo nuovo saggio di Francesco Prontera. Si tratta di uno dei tre pannelli in mosaico realizzati nel 1960 dalla muralista statunitense Hildreth Meière (1892-1961) per la sede della Prudential Insurance Company di Newark, nel New Jersey. La compagnia aveva come logo la Rocca di Gibilterra e Meière scelse perciò di citarla, inserendola nella più vasta rappresentazione di Ercole che oltrepassa lo stretto omonimo. Un’impresa variamente riportata dagli autori antichi e che è comunque all’origine della denominazione assegnata a quel braccio di mare, da allora in poi identificato, appunto, con le Colonne d’Ercole.

Tra il 1998 e il 1999 gli uffici della Prudential furono ristrutturati e i mosaici di Meière finirono in magazzino. Un provvidenziale intervento di restauro, avviato nel 2013, li ha salvati dalla distruzione e il pannello centrale è ora esposto nell’atrio del Newark Museum of Art, al quale è stato donato. Al di là delle traversie patite, è qui significativo il soggetto dell’opera: si tratta infatti di un omaggio a un tema in tutto e per tutto “mediterraneo”, che l’artista eseguì traendo ispirazione dagli antichi vasi greci figurati, dei quali rilesse lo stile in chiave Art Deco.

Altrettanto importanti, prima di avventurarsi nell’affascinante viaggio che il libro propone, sono le primissime righe dell’Introduzione, nelle quali Prontera offre a chi legge le coordinate essenziali. Chiarisce infatti che, sebbene l’intensità delle interazioni fra la geografia del Mediterraneo e la storia dei popoli che intorno a esso gravitano non abbia paragoni con altri spazi terrestri della medesima estensione, il suo libro non ripercorre le vicende storico-politico del grande mare, ma mira invece – come del resto recita il sottotitolo – a ricostruirne la “scoperta” e a descriverne le sue conseguenti rappresentazioni.

La trattazione si articola in tre macrosezioni, che hanno uno dei fili conduttori più importanti nel costante e puntuale richiamo alle fonti, che non sono soltanto letterarie, ma comprendono la cartografia, le testimonianze storiche e, soprattutto per la disamina dei periodi più recenti, i trattati scientifici. Si tratta, del resto, di uno degli approcci che sempre caratterizzano le ricerche dell’autore, attento a fornire solide basi sulle quali poggiare le sue ricostruzioni.

La prima parte, Il mare di Omero e la sua espansione, è densa di suggestioni e, proprio per questo, rende particolarmente difficile dare conto del suo contenuto in poche righe. Una difficoltà che, peraltro, non viene meno anche nei capitoli successivi. Dovendo scegliere, si può, per esempio, sottolineare il costante fact checking a cui Prontera sottopone i passi dell’Odissea e dell’Iliade che contengono descrizioni di luoghi, riferimenti, ma anche di situazioni particolari, come la descrizione di un paesaggio o di una rotta che Omero avrebbe potuto mettere in versi solo se si fosse basato sulle conoscenze geografiche e nautiche effettivamente disponibili.

Oppure quella che viene definita Mobilità dei toponimi, ricollegata alla diaspora dei toponimi “prima sulle coste dell’Asia Minore poi verso l’Occidente e più tardi nel Mar Nero”: un fenomeno peculiare, che si traduce nella ripetizione, fuori dalla madrepatria, di nomi di città o regioni.

Nella terza parte della prima macrosezione, Amplificazioni letterarie
(II-I sec. a.C.), la componente mitica cede progressivamente il passo a contributi che puntano a definire il Mediterraneo in maniera più puntuale e su basi geografiche verificate. Avanzamenti che si registrano in coincidenza con eventi storici di portata epocale, come l’irrompere sulla scena di Alessandro Magno. Nell’arco di tempo qui preso in esame sono attivi, fra gli altri, Strabone ed Eratostene, ed entrambi hanno un peso decisivo nel progressivo sviluppo della geografia mediterranea.

Queste e altre questioni animano la seconda parte del volume, Il Mediterraneo nella geografia antica (IV sec. a.C-II d.C.), con il quale si compie un parziale flashback, che fa da innesco per una “traversata” di oltre cinque secoli. Ancora una volta, Francesco Prontera offre un repertorio di dati e di notizie che non è facile sintetizzare. Alternando l’analisi di aspetti prettamente tecnici, quali i criteri adottati per gli allineamenti o il calcolo delle latitudini, a digressioni come quella dedicata alla possibile esistenza di vere e proprie Carte mentali, la cui elaborazione, come si intuisce, non deriva unicamente da dati geografici oggettivi, ma anche da peculiari visioni delle terre – e dei mari! – da cui si è circondati.

Articolata anch’essa in tre sottocapitoli, la terza e ultima sezione, Dalla storia al clima e ritorno, è la più originale e sorprendente, poiché, dopo un esordio con cui si torna a Strabone e un esame della produzione cartografica medievale, si compie un salto in avanti, fino all’Ottocento. E però si coglie subito il senso dell’operazione: se i Greci dell’età antica avevano proposto una visione del Mediterraneo egeocentrica e comunque basata sulla propria visione del mondo allora conosciuto, altrettanto si verifica con le grandi potenze coloniali del XIX secolo, che sullo stesso mare proiettano i “caratteri della Nazione”.

Ma, come scrive poco prima Francesco Prontera “Se mettiamo da parte l’impero romano, il Mediterraneo non appartiene a nessun popolo o nazione in maniera esclusiva”. Parole che suonano quanto mai attuali e che, unitamente alle altrettanto attuali considerazioni sul clima e i suoi mutamenti, fanno di questo saggio un testo che va ben oltre lo studio della geografia antica.

Francesco Prontera
Al di qua delle Colonne d’Ercole
Scoperta e rappresentazioni

del Mediterraneo
Biblioteca di «Geographia Antiqua», 7,
Leo S. Olschki Editore, Firenze
ISBN 978-88-222-6946-1
Info www.olschki.it

Il Mar Mediterraneo nella carta del geografo arabo Edrisi, attivo nella prima metà del XII secolo.

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