di Stefano Mammini
In città come Roma, la parola guano è divenuta sinonimo di problema. Altrove non è mai stato così e, anzi, nei contesti rurali, dell’inconfondibile effetto collaterale della presenza di colombi e piccioni è stato presto intuito il potere fertilizzante, facendone perciò una ricchezza da conservare. Ne sono prova, fra le tante, le torri colombaie di Esfahan, in Iran, ora protagoniste della mostra fotografica «I Giganti gentili», allestita negli spazi del Museo Pietro Canonica a Villa Borghese, a Roma.
L’esposizione nasce dal progetto di ricerca «Borj-e Kabotar» (torri colombaie, in lingua persiana), una ricerca interdisciplinare, promossa dall’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e dal Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, che combina studi sul patrimonio culturale, tecnologie digitali e approcci antropologici per documentare le torri come parte integrante della storia e del paesaggio iraniano.

(foto di Gaetano Pezzella e Danilo Rosati © Progetto ISMEO Borj-e Kabotar)
Architettura vernacolare
Le strutture ancora esistenti nella provincia di Esfahan – circa 100 – risalgono al periodo safavide (XVI-XVII secolo) e il loro utilizzo si è protratto fino alla prima metà del Novecento. Con l’avvento dei fertilizzanti chimici, il guano è stato infatti soppiantato e solo poche torri svolgono ancora la loro funzione originaria. Realizzate con argilla cruda o mattoni cotti, sono costruzioni imponenti, di forma cilindrica o parallelepipeda, al cui interno erano ricavate le nicchie per i volatili.
Come viene spiegato nei testi che accompagnano le immagini, le torri sono considerate un’espressione dell’architettura vernacolare, cioè di una «prassi edilizia nata dall’esperienza condivisa di una comunità, basata sull’uso di materiali locali e tecniche tradizionali adattate al contesto circostante».
La mostra si articola in tre sezioni, la prima delle quali documenta la presenza delle torri nel paesaggio contemporaneo e dà quindi modo di vedere come, nel tempo, molte di esse abbiano finito con l’occupare spazi diversi da quelli originari. Finalizzate, come detto, alla raccolta del guano, le colombaie erano infatti innalzate in aree a vocazione agricola, che però sono state in più casi adattate a nuovi usi e spesso urbanizzate.
Ecco perché vediamo foto di torri che troneggiano al centro di giardini pubblici o a ridosso delle quali sono sorte abitazioni. A questo proposito, è importante segnalare come la loro presenza non sia vista come un ingombro dalle popolazioni locali, ma venga invece considerata un tassello importante del patrimonio, tanto che, negli ultimi anni, si sono moltiplicati i progetti di restauro finalizzati alla conservazione delle torri.

Continuità di vita
La seconda sezione restituisce invece l’idea della continuità di vita delle colombaie di Esfahan. Molte di esse continuano a costituire semplici punti di riferimento e orientamento, ma vi sono casi di riuso, per esempio come deposito di attrezzi e anche strutture che, restaurate, sono divenute mete turistiche. Emblematica, a riguardo, è la fotografia che mostra una torre provvista di porta, un intervento la cui modernità è resa evidente non soltanto dal tipo di manufatto, ma, soprattutto, dall’avere alterato una delle peculiarità principali delle torri colombaie: in origine, infatti, queste strutture non disponevano di aperture, poiché il prelievo del guano avveniva una volta l’anno. In quell’occasione si procedeva a creare una piccola apertura, che, terminata l’operazione, veniva richiusa, murandola, per scongiurare le possibili intrusioni dei predatori.

(foto di Gaetano Pezzella e Danilo Rosati © Progetto ISMEO Borj-e Kabotar)
È stato calcolato che ogni torre potesse fornire annualmente circa 2,5 tonnellate di guano, che veniva poi distribuito nelle aree coltivate e nei frutteti della regione. Eccezionale era la sua efficacia come fertilizzante, dal momento che poteva assicurare un incremento dei raccolti pari al 50 per cento.
Il viaggio visivo si fa particolarmente affascinante nella terza sezione della mostra, dedicata alle soluzioni architettoniche elaborate dai costruttori delle torri e ai motivi decorativi più frequentemente utilizzati. Nel caso delle vedute degli interni, i giochi di geometrie e di luce creati dalle nicchie sembrano evocare le composizioni di Maurits Escher, mentre le immagini degli esterni documentano l’abilità degli artigiani coinvolti nella realizzazione delle colombaie e la vivacità dei fregi dipinti. Nei quali si riconosce più volte la melagrana, simbolo di fertilità e abbondanza.

(foto di Gaetano Pezzella e Danilo Rosati © Progetto ISMEO Borj-e Kabotar)
A integrazione delle fotografie, sono esposti anche due modelli, in scala 1:50, che mostrano, in sezione, la torre di Mohammad Frutan a Falavatjan e quella di Abdul Rasul Amini, nel villaggio di Vlashan, entrambe situate nei dintorni di Esfahan. E si tratta di un supporto prezioso, poiché, nonostante le ridotte dimensioni, i modelli offrono la possibilità di vedere da vicino anche gli interni delle colombaie e di apprezzare il sapiente sfruttamento degli spazi, al fine di ottenere il maggior numero possibile di nicchie.

nei dintorni di Esfahan (foto Stefano Mammini)
Missione in Oriente
«I Giganti gentili» ha inoltre offerto l’occasione di valorizzare due importanti opere del Museo Canonica: si tratta di due oli su tela realizzati da Alberto Pasini (1826-1899), uno dei principali interpreti italiani della pittura orientalista. Tra il 1855 e il 1856, effettuò uno dei suoi numerosi viaggi in Oriente, al seguito della missione diplomatica francese guidata dall’ambasciatore Prosper Bourée. Un’esperienza che gli permise di accumulare una mole ingente di schizzi su carta, molti dei quali, al rientro in Italia, divennero quadri veri e propri, come nel caso di quelli ora esposti, firmati e datati 1857.
Uno di essi, in particolare, si lega strettamente al tema della mostra, poiché rappresenta un drappello di cavalieri persiani al galoppo verso alcune poderose torri, che, a un’attenta osservazione, si rivelano essere colombaie, come prova il particolare degli uccelli che volteggiano numerosi intorno alla loro sommità. Il quadro, che quasi certamente fu esposto nello stesso 1857 alla Promotrice di Belle Arti di Torino con il titolo Colombai per raccogliere il guano nelle pianure di Kunickak e cavalcata persiana, venne molto apprezzato ed è descritto con parole di grande ammirazione nel Giornale delle Arti e delle Industrie del 3 giugno di quello stesso anno. La seconda tela, Un Caffè nelle pianure del sud della Persia, mostra invece un momento di riposo di uomini e cavalli presso un’ombreggiata area di ristoro.

Non si hanno notizie certe sull’acquisizione dei dipinti da parte di Pietro Canonica: potrebbero infatti essere stati acquistati dall’artista sul mercato antiquario o potrebbero essergli pervenuti nel 1902, quando lo scultore realizzò il monumento funerario dedicato a Pasini per il Cimitero Monumentale di Torino. Sono, in ogni caso, la riprova dell’interesse di Canonica per la cultura mediorientale, di cui sono testimonianza molti altri oggetti oggi custoditi in quella casa che, all’indomani della sua morte (1959), è divenuta il museo che ne porta il nome. Un museo di cui torneremo presto a parlare.
La mostra «I Giganti gentili» è a cura di Danilo Rosati, co-direttore della Missione di ricerca ISMEO nella regione di Esfahan (Iran), Ilaria Elisea Scerrato, responsabile della documentazione antropologica nel quadro della Missione, e Livio Pittui, coordinatore del progetto espositivo. È promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e organizzata da ISMEO-Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
I Giganti gentili
Architettura e antropologia delle torri colombaie
della provincia di Esfahan
Roma, Museo Pietro Canonica a Villa Borghese
fino all’11 gennaio 2026
Info www.museocanonica.it, www.museiincomuneroma.it; www.ismeo.eu


(foto di Gaetano Pezzella e Danilo Rosati © Progetto ISMEO Borj-e Kabotar)


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