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di Stefano Mammini

Chiudendo le pagine introduttive, Chiara Pasqualetti Johnson scrive di essersi imposta di raccontare Marilyn Monroe “senza giudicarla”. E chiede a chi leggerà il volume di fare altrettanto: se sul comportamento di lettrici e lettori è impossibile avere riscontri, l’intento dell’autrice può dirsi senz’altro raggiunto. Il racconto della breve esistenza di Norma Jeane Mortenson – nata il 1° giugno del 1926, morì ad appena trentasei anni – è ampio, denso di notizie e aneddoti, ma condotto sempre con sobrietà. E anche quando si ricordano le scelte comportamentali più intime e private, non si ha mai la sensazione di voler ripercorrere la parabola dell’attrice guardando dal buco della serratura.

Un esito sul quale deve aver positivamente influito la scelta di Pasqualetti Johnson di costruire la biografia di Marilyn basandosi innanzi tutto su materiali di prima mano, vale a dire le interviste rilasciate dall’attrice, la sua autobiografia (pur scritta con l’aiuto dello sceneggiatore Ben Hecht) e pensieri e annotazioni fissati da Monroe su quaderni e taccuini. Un’abitudine, quest’ultima, più volte sottolineata e che, insieme alla passione per la lettura e per la poesia in particolare, rivela quanto riduttiva sia stata la considerazione di Marilyn Monroe come esclusivo oggetto del desiderio.

La prima parte si apre con i primi anni di vita di Norma Jeane e spazia fino alla vigilia della sua affermazione nel mondo dello spettacolo. Anni vissuti in situazioni altalenanti, mai veramente stabili dal punto di vista affettivo e nei quali non è difficile individuare le origini dei malesseri e delle infelicità destinate a correre sempre in parallelo con i successi e i riconoscimenti ottenuti nel corso della carriera.

Pagine del libro Marilyn. Dea. Diva. Donna (© 2024 White Star s.r.l.). A sinistra, Marilyn Monroe salta in uno dei ritratti della leggendaria serie Jumpology, scattata da Philippe Halsman negli anni Cinquanta (© Philippe Halsman/Magnum Photos). A destra, la celebre copertina di Life firmata da Halsman che consacrò la fama della giovane star, nel 1952 (© Bill Waterson/Alamy Stock Photo).

Nel 1947, dopo un’apparizione come comparsa in Scudda Hoo! Scudda Hay!, il nome di Marilyn Monroe – Marilyn le era stato suggerito dai produttori di Hollywood a cui lei aggiunse il cognome da nubile di sua madre – venne accreditato per la prima volta nel cast di Dangerous Years.

Non si trattò, tuttavia, di un esordio folgorante, perché per un paio d’anni Monroe fece fortuna soprattutto come modella. La svolta giunse quando la Twentieth Century Fox decise di metterla sotto contratto e le dette l’opportunità di recitare in Giungla d’asfalto (1950), diretto da John Houston. Nello stesso anno comparve, in un ruolo minore, in Eva contro Eva e poi, nel 1952, fu la baby sitter Nell in La tua bocca brucia.

Una pellicola, quest’ultima, che certamente non viene alla mente per prima se si pensa alla filmografia di Marilyn, ma che, più di altre, rivela la sua capacità di adottare anche il registro drammatico, affinata grazie alle lezioni ricevute da Natasha Lytess, che dirigeva i corsi di recitazione alla Columbia Pictures e che poi rimase accanto a Monroe per sei anni e 22 film. Anche se, al di là della tecnica attoriale, la credibilità del personaggio fu senz’altro accresciuta dal fatto che quel ruolo portò l’attrice a rivivere molte delle sue inquietudini, facendo di Nell una sorta di suo alter ego.

Marilyn Monroe nei panni di Nell in una sequenza del film La tua bocca brucia (1952)
diretto da Roy Baker (Wikimedia Commons).

Di tutt’altro tenore furono le atmosfere che, nel 1953, avviarono la trasformazione di Marilyn Monroe da attrice di successo a diva. Il trampolino di lancio fu infatti Gli uomini preferiscono le bionde, tratto dal musical omonimo, al quale, nello stesso anno, fece seguito Come sposare un milionario. Pochi mesi più tardi seguì il western La magnifica preda, che chiuse una terzina memorabile.

Nel 1955 Monroe fu diretta da Billy Wilder nella commedia Quando la moglie è in vacanza, nella quale si condensano battute e scene trasformatesi in leggende: dalla rivelazione dell’intimo conservato in frigorifero alla passeggiata sopra gli aeratori della metropolitana di New York, con il conseguente sollevamento del vestito indossato dall’attrice. Quattro anni dopo, Wilder diresse nuovamente Monroe in A qualcuno piace caldo. Ancora una commedia, scritta magistralmente, con tempi perfetti, e l’entrata in scena di Zucchero/Sugar – che canta e suona l’ukulele nell’orchestra jazz femminile di Sweet Sue – è una sequenza che ha contribuito a fare la storia del cinema. Come ricorda Pasqualetti, nello stesso 1959, Marilyn Monroe ottenne uno dei pochissimi riconoscimenti della sua carriera, vedendosi assegnare il David di Donatello, che le fu consegnato a New York, da Anna Magnani.

Pagine del libro Marilyn. Dea. Diva. Donna (© Moviestore Collection Ltd/Alamy Stock Photo/
© 2024 White Star s.r.l.
).

Nel 1961 uscì sugli schermi Gli spostati, il film scritto da Arthur Miller, che per lei confezionò il ruolo drammatico di Roslyn. La lavorazione della pellicola fu particolarmente travagliata e contribuì a all’etichetta di film maledetto che Gli spostati si conquistò ben presto: poco dopo la fine delle riprese, morì d’infarto Clark Gable, poi si spense Marilyn e, nel 1966, anche Montgomery Clift fu stroncato da un infarto.
A un anno da quello che è l’ultimo film di cui Monroe abbia utlimato la lavorazione, furono battuti i primi ciak di Something’s Got to Give, con George Cukor alla regia. Ma, nella notte del 4 agosto 1962, una dose eccessiva di barbiturici pose fine all’esistenza di Norma Jeane e Something’s Got to Give rimase un’opera incompiuta.

Come viene ricordato nel libro, le modalità di quella morte hanno alimentato e continuano ad alimentare “una ridda di congetture che vanno dall’omicidio all’errore fatale di Marilyn nell’assumere una dose troppo elevata di barbiturici“. E quest’ultima, come sottolinea Pasqualetti, è “un’ipotesi non meno triste delle altre“. Che viene collegata alla necessità di impedire che potesse diventare di pubblico dominio il rapporto che l’attrice aveva intrecciato con l’allora presidente degli USA John Fitzgerald Kennedy.

L’ipotesi non è “meno triste” di altre perché segnerebbe la sconfitta del modello femminile che Marilyn Monroe aveva voluto proporre: pur avendo basato molti dei suoi successi sul vestire i panni di ragazze fatue e superficiali, fu in realtà assai più avanti dei tempi in cui visse. Sia nel vivere liberamente la propria sessualità, sia, per esempio, nel rivendicare una più equa parità di trattamento professionale, come quando decise di fondare una propria casa di produzione.

Tutto questo viene puntualmente e ampiamente raccontato nel libro, che si chiude sottolineando la fortuna del mito Monroe, rivisitato da artisti, stilisti, compositori, cantanti. E che non smette di affascinare.

Titolo: Marilyn. Dea. Diva. Donna
Autore: Chiara Pasqualetti Johnson
Anno di pubblicazione: 2025
ISBN: 978-88-540-6062-3
Sito editore: www.whitestar.it

La locandina del film Don’t Bother To Knock (La tua bocca brucia, 1952).

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