di Elisabetta Mero
Passati i clamori delle aperture, recensioni e critiche alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia c’è da chiedersi cosa resta e cosa verrà presto dimenticato di questa speciale edizione, visitabile fino al 22 novembre 2026.
La Biennale Arte 2026 porta il titolo In Minor Keys, progetto ideato dalla curatrice camerunese Koyo Kouoh, e si sviluppa ai Giardini, all’Arsenale e in numerosi luoghi della città. Dopo la prematura scomparsa di Kouoh nel 2025, la Biennale ha scelto di realizzare la mostra seguendo il progetto da lei concepito, preservandone la visione curatoriale e il percorso di ricerca. Ispirato alle tonalità minori della musica, il titolo propone un cambio di prospettiva: non uno sguardo rivolto alla marginalità come condizione secondaria, ma alle molte forme di conoscenza, sensibilità e resistenza che spesso restano fuori dai grandi racconti dominanti.
La Biennale 2026 invita così il pubblico a rallentare, ad ascoltare e a osservare il presente attraverso prospettive differenti: memorie individuali e collettive, trasformazioni sociali, crisi ambientali, identità culturali e nuove forme di relazione tra esseri umani e mondo naturale. Di fatto si tratta di una comunicazione idealista e rivoluzionaria che, se compresa e messa in pratica in modo virtuoso dai governi e dai singoli individui, rinnoverebbe e attenuerebbe le differenze sociali.

(cortesia La Biennale di Venezia, foto Andrea Avezzù).
Il cuore della Biennale è la mostra internazionale In Minor Keys, concepita da Koyo Kouoh come una grande riflessione sulle possibilità dell’arte di raccontare il mondo contemporaneo attraverso linguaggi meno rumorosi e più profondi. Il progetto riunisce 110 partecipanti provenienti da diverse aree geografiche e generazioni, con particolare attenzione alle risonanze, alle affinità e alle possibili convergenze tra pratiche artistiche anche molto lontane.
Uno spazio per l’ascolto globale
La mostra costruisce un percorso fatto di immagini, installazioni, sculture, video e pratiche performative che affrontano temi come la memoria, il rapporto tra individuo e comunità, il peso della storia coloniale, le trasformazioni ecologiche e le conseguenze dei conflitti contemporanei. La scelta curatoriale parte dall’idea che l’arte non debba necessariamente urlare per essere incisiva. Le “tonalità minori” diventano quindi una metafora per quelle esperienze quotidiane, intime e collettive capaci di raccontare il presente con una forza diversa: attraverso la cura, il ricordo, la spiritualità e la capacità di immaginare nuovi modi di abitare il mondo. Più che una semplice esposizione, In Minor Keys si presenta come uno spazio di ascolto globale, nel quale voci diverse entrano in relazione senza essere ricondotte a un’unica narrazione.

(cortesia La Biennale di Venezia, foto Marco Zorzanello).
Tra i progetti nazionali figura il Padiglione Italia, ospitato all’Arsenale e affidato all’artista Chiara Camoni con il progetto Con te con tutto, curato da Cecilia Canziani e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il titolo stesso suggerisce una visione dell’arte fondata sulla relazione: non l’artista come figura isolata, ma una pratica aperta all’incontro, alla collaborazione e alla condivisione. Camoni costruisce un ambiente immersivo attraverso sculture, installazioni e opere realizzate con materiali naturali e oggetti recuperati, elementi che richiamano il ciclo della vita, il rapporto con la terra e la dimensione collettiva del fare artistico. Il progetto nasce da una pratica che intreccia manualità, ritualità e collaborazione, coinvolgendo altre persone nella costruzione delle opere e trasformando l’esposizione in un organismo in continua evoluzione. Il percorso del Padiglione Italia dialoga profondamente con il tema generale della Biennale: anche qui l’arte viene intesa come spazio di cura e relazione, capace di mettere in discussione il confine tra autore e comunità, tra natura e cultura, tra opera finita e processo creativo.

Moon Babies (particolare). 2026 (foto Elisabetta Mero).
Tra i progetti più sorprendenti dell’edizione 2026 emerge il Padiglione Giappone, affidato all’artista Ei Arakawa-Nash con il progetto Grass Babies, Moon Babies, a cura di Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi. L’artista parte da un’esperienza profondamente personale: la nascita dei suoi figli gemelli e la riflessione sul rapporto tra genitorialità, responsabilità e futuro. Il padiglione si trasforma in un ambiente partecipativo nel quale i visitatori sono invitati a prendersi cura di bambole-neonato che pesano 6 kg ciascuna, diventando parte attiva dell’opera. Il gesto dell’accudimento diventa una riflessione universale sul bisogno di relazione e sulla costruzione di comunità. La dimensione performativa dell’installazione è accompagnata da elementi sonori e dalla presenza delle voci dei figli dell’artista, creando un ambiente sospeso tra gioco, memoria e rituale.
Echi di Medioevo
Un altro progetto centrale della Biennale 2026 è il Padiglione della Santa Sede, intitolato L’orecchio è l’occhio dell’anima. Il percorso prende ispirazione dalla figura di Ildegarda di Bingen, mistica, filosofa, compositrice e studiosa medievale vissuta nel XII secolo, per sviluppare una riflessione sul rapporto tra visione, ascolto e spiritualità. Curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, il progetto coinvolge artisti, musicisti e autori contemporanei, tra cui Alexander Kluge, Brian Eno, Carminho, Caterina Barbieri, Devonté Hynes, FKA twigs, Holly Herndon & Mat Dryhurst, Jim Jarmusch, Meredith Monk, Moor Mother, Otobong Nkanga, Patti Smith, Precious Okoyomon, Soundwalk Collective e Suzanne Ciani, chiamati a lavorare sul tema del suono, del silenzio e della percezione. In un’epoca dominata dall’eccesso di immagini e informazioni, il padiglione invita a riscoprire il valore della pausa e dell’attenzione.

(cortesia La Biennale di Venezia, foto Andrea Avezzù).

Tra le partecipazioni più interessanti della Biennale 2026 si inserisce, oltre a Uruguay, Corea e Germania, il Padiglione Etiopia, dedicato alla ricerca dell’artista Tegene Kunbi con il progetto Shapes of Silence, a cura di Abebaw Ayalew. La mostra affronta il silenzio come spazio della memoria e della trasformazione. Attraverso pittura, materia e stratificazioni visive, Kunbi esplora il rapporto tra storia personale e memoria collettiva, raccontando identità costruite attraverso esperienze di cambiamento e resistenza. La presenza dell’Etiopia, alla sua seconda partecipazione, conferma inoltre il ruolo sempre più centrale delle scene artistiche africane contemporanee nel panorama internazionale.
Particolarmente significativa è inoltre la partecipazione di El Salvador, che per la prima volta prende parte alla Biennale con un proprio padiglione. A Palazzo Mora, Cartographies of the Displaced, a cura di Alejandra Cabezas e con l’artista J. Oscar Molina, affronta il tema dello sradicamento attraverso la scultura. Le opere della serie Children of the World non documentano semplicemente il viaggio o la migrazione, ma materializzano ciò che rimane dopo la partenza: il peso della memoria, la perdita, l’adattamento e il rapporto tra corpo, spazio e tempo. Attraverso cemento e materiali industriali, Molina restituisce lo sradicamento come una condizione persistente, capace di depositarsi nei corpi e negli ambienti.


(foto Yero Adugna Eticha, © Yero Adugna Eticha, cortesia dell’artista).
Come spesso accade negli ultimi anni, anche la Biennale Arte 2026 è stata attraversata da un intenso dibattito politico legato alla presenza dei padiglioni nazionali. La partecipazione della Russia, con il progetto The tree is rooted in the sky, ha riaperto la discussione sul rapporto tra rappresentanza culturale e responsabilità politica. Il progetto coinvolge numerosi artisti, musicisti, ensemble e collettivi e si presenta ai Giardini come una partecipazione articolata attorno a differenti linguaggi della produzione contemporanea. Anche il Padiglione Israele, Rose of Nothingness, con l’artista Belu-Simion Fainaru e a cura di Avital Bar-Shay e Sorin Heller, è stato al centro di proteste e appelli da parte di gruppi della comunità artistica internazionale in relazione alla guerra a Gaza e alla crisi umanitaria nella regione. Queste controversie hanno riportato al centro una domanda ormai inevitabile per le grandi manifestazioni culturali: l’arte può essere separata dal contesto storico e politico in cui nasce? Oppure deve assumersi una responsabilità pubblica rispetto agli eventi del presente?
La Biennale, come luogo di confronto internazionale, continua così a essere non solo una piattaforma estetica, ma anche uno spazio nel quale emergono le tensioni del mondo contemporaneo.
Un grande museo diffuso
Uno degli aspetti più affascinanti della Biennale è la capacità di coinvolgere l’intera città. Durante i mesi dell’esposizione Venezia diventa un grande museo diffuso, con mostre ospitate in palazzi storici, fondazioni, gallerie e spazi indipendenti. Tra gli appuntamenti da segnalare figurano le mostre presso le grandi istituzioni veneziane: Amar Kanwar. Co-travellers e Michael Armitage. The promise of change a Palazzo Grassi e Lorna Simpson. Third Person e Paulo Nazareth. Algebra a Punta della Dogana; Helter Skelter a Fondazione Prada, presso Ca’ Corner della Regina.

Particolarmente attuale è la proposta di Ocean Space, centro globale fondato e guidato da TBA21–Academy, ospitato nella chiesa di S. Lorenzo. Per il 2026 presenta Tide of Returns, mostra curata da Khadija von Zinnenburg Carroll e dedicata ai temi della restituzione e del ritorno dei beni culturali, attraverso il lavoro di Repatriates Collective. Il progetto mette in relazione pratiche indigene, memoria, acqua e processi di restituzione, attraverso installazioni, video, tessuti e sculture in conchiglia. Tra i lavori presentati figura Weaving Connections di Verena Melgarejo Weinandt, che intreccia tessuti, video e pratiche di cura. Il progetto prosegue inoltre con Nature Speaks: Listening for Rights of Nature in Venice and Europe, dedicato alla possibilità di riconoscere la natura come soggetto di diritto.
Tra i progetti da non perdere anche Canicula, la mostra della Fondazione In Between Art Film al Complesso dell’Ospedaletto. Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, è il terzo e ultimo capitolo della Trilogia delle incertezze, iniziata nel 2022 con Penumbra e proseguita nel 2024 con Nebula. La mostra riunisce otto nuove installazioni video site-specific commissionate e prodotte dalla Fondazione, con opere di Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe. Il progetto prosegue la ricerca della Fondazione sul rapporto tra immagine in movimento, spazio e condizione contemporanea, trasformando ancora una volta l’architettura dell’Ospedaletto in un dispositivo cinematografico.

un frame del video di Janis Rafa. 2026 (foto Elisabetta Mero).

Tra i privati si segnala inoltre LETTERA, della Collezione Giulia Colussi, progetto che mette in dialogo opere contemporanee di tre giovani artisti italiani (Elisa Bertaglia, Mario Uliassi e Andrea Fais) e ricerca collezionistica, confermando il ruolo fondamentale delle raccolte private nella costruzione della memoria dell’arte del presente.
Grande attenzione anche per la programmazione delle gallerie veneziane e internazionali. In occasione della Venice Glass Week 2026, Galerie Negropontes amplia Reflections on Brancusi con una nuova selezione di opere in vetro, presentate nella Palazzina Masieri di Carlo Scarpa. Il progetto introduce per la prima volta una nuova serie di sculture in vetro di Mircea Cantor (artista romeno del quale, fino al 27 settembre, si può anche visitare la mostra Costellazioni dell’Antico, allestita a Roma, nella sede di Palazzo Altemps del Museo Nazionale Romano), accanto alle opere di Perrin & Perrin, esplorando trasparenza, fragilità, luce e trasformazione. Il vetro diventa così un punto d’incontro tra scultura, architettura e luce, rinnovando il dialogo tra l’eredità di Brancusi e la ricerca contemporanea.
Si segnala infine Susan Cooper. Past Prospectives a cura di Jean Blanchaert da ARTESPAZIO TEMPO fino al 3 ottobre, al Ghetto, che ci ricorda con le sue opere le sinagoghe distrutte in Polonia nel 1939.
La Biennale Arte Venezia 2026 sembra costruire il proprio racconto attorno a un’idea precisa: il futuro non può essere compreso soltanto attraverso l’occhio del mercato dell’arte, ma anche attraverso quelle voci più discrete che raccontano trasformazioni profonde. Dal gesto di cura del Padiglione Giappone alla dimensione spirituale della Santa Sede, dalla memoria dell’Etiopia al confronto politico sui padiglioni nazionali, fino alle riflessioni sulla restituzione di Ocean Space, alla cultura dell’immagine in movimento della Fondazione In Between Art Film e alla prima partecipazione di El Salvador, Venezia conferma ancora una volta il proprio ruolo di luogo dove arte e società si incontrano. In una città sospesa tra passato e futuro, In Minor Keys ricorda che anche le tonalità più delicate possono produrre le risonanze più profonde.
61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
Venezia, Giardini, Arsenale e sedi varie
fino al 22 novembre 2026
Info https://www.labiennale.org




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