di Stefano Mammini
Divenuto imperatore nel 117 d.C., Publio Elio Adriano dà il via, un anno più tardi, alla realizzazione, nelle immediate vicinanze dell’antica Tibur (l’odierna Tivoli), del grandioso complesso oggi noto come Villa Adriana. Su un’area di almeno 120 ettari prese forma un insieme di strutture che, di fatto, costituisce una vera e propria cittadella.
Inserita nel 1999 dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità, Villa Adriana è considerata una summa dell’arte romana del costruire: in essa, infatti, si susseguono soluzioni di altissimo livello qualitativo, che testimoniano della versatilità e della maestria alle quali erano pervenute sia gli architetti, sia le maestranze dell’epoca. La Villa fu ultimata nel 138 d.C. e Adriano stesso contribuì alla progettazione delle opere, a cui probabilmente partecipò anche, almeno nei primi due anni di lavori, Apollodoro di Damasco, l’architetto reso celebre dalla realizzazione del Foro di Traiano, a Roma.
Dopo l’età romana, le strutture superstiti della Villa sono state dapprima oggetto di sterri e spoliazioni e poi, in tempi più recenti, oggetto di studi e indagini sistematiche. Un’attenzione che – come viene sottolineato nelle pagine iniziali del volume firmato da Andrea Bruciati e Giuseppina Enrica Cinque – ha generato la convinzione che il complesso adrianeo e la sua storia possano ormai dirsi noti in ogni dettaglio. Così non è ed è questo uno dei punti di partenza della lunga e articolata trattazione, che si concentra sulle vicende di cui Villa Adriana fu teatro nel Rinascimento.
Dopo due brevi capitoli introduttivi – sull’importanza di Villa Adriana nella storia dell’arte oltre che nell’archeologia e sulle prime esplorazioni degli spazi allora definiti come “grotte” perché interrati – Bruciati e Cinque danno inizio al loro excursus, nel corso del quale offrono a chi legge una mole davvero considerevole di dati e notizie, integrata da ampie note e da una bibliografia vasta e aggiornata. Caratteristiche dalle quali si intuisce il taglio specialistico dell’opera, altrimenti accessibile a patto di possedere ottime conoscenze di storia antica e storia dell’arte.
Fra i temi portanti, spiccano le visite compiute a Tivoli – nel breve volgere di 10 anni (ma non viene escluso che l’arco di tempo sia stato ancora più breve – da alcuni dei maggiori protagonisti del Rinascimento italiano: Michelangelo (1496), Francesco di Giorgio Martini (1497 circa o 1501), Leonardo da Vinci (1501) e Raffaello (1507). Una circostanza che, da sola, testimonia in maniera eloquente l’interesse suscitato dalla Villa, dal suo apparato architettonico e decorativo e dalle molte opere d’arte che vi furono recuperate.

provenienti da Villa Adriana nei resti del cosiddetto Tempio di Apollo.
Fra queste ultime, spiccano, in particolare, le statue di Muse recuperate nel cosiddetto Tempio di Apollo (un edificio situato nell’area della Villa denominata Accademia): una scoperta che destò sensazione, al punto che, per esempio, Michelangelo, come viene ipotizzato sulla base di alcuni documenti d’archivio, potrebbe essersi recato a Tivoli, a cavallo, subito dopo essere giunto a Roma nel giugno del 1496.
E non è che uno dei molti episodi evocati nelle pagine che fanno di Villa Adriana una sorta di palinsesto nel quale vediamo operare i tre massimi ingegni del Rinascimento, ma anche figure meno note e, in un caso soprattutto, forse finalmente strappate alle incertezze e ai dubbi che ne hanno finora segnato la possibile vicenda biografica. Si tratta del pittore noto come Morto da Feltro, certamente presente a Villa Adriana e, anzi, primo divulgatore dei suoi tesori e, in particolare, delle sue “grottesche”.
Dell’artista esiste anche un presunto autoritratto, oggi conservato agli Uffizi di Firenze, di cui viene perfino suggerita la possibile attribuzione a Raffaello, sia per le caratteristiche del dipinto, sia perché la rilettura del nome di Morto da Feltro in Montefeltro lo proietterebbe nel medesimo ambito geografico e culturale del maestro urbinate.
Come un filone aurifero, Villa Adriana agli albori del Rinascimento regala insomma pepite preziose e inaspettate, che potrebbero senza dubbio essere presentate anche in una versione di taglio più adatto al pubblico dei non addetti ai lavori o, per esempio, essere trasformate nel tema di una mostra.
Sorprende, in un’opera di così grande respiro, provvista di un ricco corredo iconografico, l’assenza di una planimetria generale di Villa Adriana, con l’indicazione dei suoi settori principali (la pianta d’insieme ripetuta all’inizio della Parte I e della Parte II è muta e, riprodotta in negativo, diventa un elemento grafico, più che una documentazione). Anche in considerazione del fatto che, per esempio, il sito di rinvenimento delle Muse, l’Accademia, si trova al di fuori dell’area archeologica demaniale (oggi gestita dall’istituto autonomo del Ministero della Cultura denominato Villæ-Villa Adriana e Villa d’Este), in proprietà privata.

Andrea Bruciati,
Giuseppina Enrica Cinque
Villa Adriana agli albori
del Rinascimento.
Leonardo | Michelangelo | Raffaello
deiMerangoli Editrice, Roma
ISBN 978‐88‐98981‐59‐5
Info https://deimerangoli.it/


con due disegni preparatori di Leonardo da Vinci: a sinistra, Studio per Sant’Anna,
la Madonna e il Bambino con l’agnello (1500-1501; Venezia, Gallerie dell’Accademia);
a destra, il cosiddetto Cartone di Burlington House (1501-1505; Londra, National Gallery).


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