di Stefano Mammini
Una caverna buia, avvolta nel silenzio. Un silenzio rotto, di tanto in tanto, dal ruscellare di una sorgente, che, periodicamente, dava vita a un piccolo specchio d’acqua. E proprio quell’acqua, fin dalla preistoria, spinse le comunità umane a frequentare Grotta Battifratta, nell’odierno territorio del Comune di Poggio Nativo, in provincia di Rieti.
Siamo in Sabina, quindi, e Grotta Battifratta, esplorata per la prima volta negli anni Ottanta del Novecento, è stata indagata sistematicamente, dal 2021 al 2024 da una missione della Sapienza Università di Roma, nell’ambito di un progetto, Farfa Valley Project: caves, people and past environments, che l’ateneo ha inserito fra i suoi Grandi Scavi.

(foto Sapienza Università di Roma, Farfa Valley Project, Nadia Marconi).
Gli straordinari risultati delle nuove ricerche vengono ora presentati a Rieti, nel Museo Civico Archeologico, grazie alla mostra Acque nascoste: grotte e riti della sabina Preistorica, visitabile fino all’11 gennaio 2026. E, al di là della loro importanza scientifica, altrettanto significativa è la tempestività con cui i reperti possono essere visti anche dal pubblico dei non addetti ai lavori: non accade spesso, infatti, che i frutti di uno scavo archeologico siano resi fruibili quando il lavoro sul campo non si è ancora concluso.
Le quattro campagne di scavo condotte dal team della Sapienza hanno permesso di ricostruire la lunghissima storia di Grotta Battifratta, il cui esordio si colloca nel Paleolitico Medio, intorno ai 60.000 anni fa, quando fu utilizzata come luogo di sosta dall’Uomo di Neandertal.

Ufficio Stampa e Comunicazione del Comune di Rieti).
Prove della presenza dei neandertaliani sono vari tipi di strumenti in selce, insieme ai quali gli scavi hanno restituito una mole considerevole di resti ossei di fauna. Animali che venivano cacciati per poi consumarne le carni e sfruttarne le risorse secondarie: le corna, se presenti, e per esempio pellicce, cuoio o tendini, come suggeriscono i segni osservati al microscopio su gran parte delle ossa recuperate.
Lo sfruttamento degli animali è peraltro una costante nella storia di Grotta Battifratta, anche nelle epoche successive, a riprova di come il sito venisse regolarmente frequentato da comunità che, anche dopo l’avvento dell’agricoltura, praticavano la caccia.
Nella lunga sequenza rivelata dall’esplorazione del giacimento e dall’analisi del deposito accumulatosi al suo interno, uno dei momenti più importanti corrisponde con il Neolitico, che è appunto la fase in cui le comunità umane imparano a basare la propria sussistenza sull’agricoltura e sull’allevamento, facendosi protagoniste di un passaggio epocale, non a caso paragonato dagli studiosi a una rivoluzione. Anche nel corso del Neolitico il richiamo doveva essere quello costituito dalla presenza dell’acqua e va anche specificato che la frequentazione neolitica di Grotta Battifratta – databile fra il 5200 e il 4900 a.C: – non fu mai un’occupazione stabile.

(foto Renato Mazzaccara, Ufficio Stampa e Comunicazione del Comune di Rieti).

Ufficio Stampa e Comunicazione del Comune di Rieti).
A differenza di quanto si possa immaginare, gli uomini e le donne della preistoria non furono mai cavernicoli nel senso di eleggere ad abitazione le grotte, ma utilizzarono questi luoghi come accampamenti stagionali – per esempio per condurre battute di caccia attraverso le quali accumulare scorte di cibo e altre materie prime – oppure per seppellire i propri defunti o, ancora, a scopo rituale. Proprio come avvenne nel sito di Poggio Nativo.
A quest’ultimo riguardo, occorre evidenziare che se l’utilizzo funerario è inconfutabile – nella grotta sono stati trovati i resti di due individui -, è più difficile definire i contorni della sua funzione rituale. Che può solo essere immaginata, anche se gli indizi non mancano.
All’età neolitica risalgono infatti anche alcuni vasi – esposti in mostra – che presentano tracce della rottura intenzionale di alcune loro parti: è quella che gli archeologi chiamano defunzionalizzazione ed è ormai accettata l’idea che la sua attuazione doveva certamente avere implicazioni simboliche legate a una qualche forma di rito.
Soprattutto, si colloca nel Neolitico l’eccezionale reperto che viene esposto a Rieti per la prima volta: si tratta di una statuina antropomorfa, recuperata nel 2022. Modellata con argilla locale e cotta a bassa temperatura, presenta occhi e bocca appena accennati, ma grande attenzione alla caratterizzazione dei capelli, dei segni incisi sul volto e sul corpo, sottolineati dal colore rosso dell’ocra. Oggetti simili sono rarissimi nell’Italia centrale tirrenica – a oggi, l’esemplare di Grotta Battifratta può anzi essere considerato un unicum di questo tipo -, mentre lo stile rimanda a tradizioni delle regioni adriatiche e dei Balcani.

Rimandi che accomunano la statuina anche a molte delle ceramiche restituite dallo scavo, che comprendono vasi tipici di culture attestate nell’area abruzzese e nella regione padana e sono prova dell’esistenza di contatti e scambi ad ampio raggio. Come del resto conferma anche la presenza di frammenti di ossidiana originaria delle isole di Palmarola e Lipari, due dei giacimenti italiani nei quali è possibile trovare questo vetro vulcanico. Indizi dai quali emerge l’inserimento del sito sabino in una vasta rete di relazioni, non necessariamente dirette, ma comunque efficienti e consolidate.
Poi, per circa tremila anni, la grotta torna al suo silenzio e al suo isolamento. Fino a quando, intorno al 1750 a.C., non si registra una nuova fase di frequentazione, nel corso dell’età del Bronzo, favorita dal riattivarsi della sorgente. È ancora una volta l’acqua, dunque, a richiamare gruppi di pastori che probabilmente fanno di Battifratta un sito per accampamenti temporanei lungo le vie della transumanza.
A uno di questi passaggi va attribuito il focolare di cui sono stati rinvenuti i resti, mentre, rispetto al Neolitico, meno consistente è la quantita dei vasi recuperati. Questa nuova stagione si protrae fino al 1100 a.C., quando cessa di nuovo il flusso dell’acqua.

Un nuovo episodio ha luogo oltre duemila anni più tardi, in piena epoca storica: si data infatti al XVI secolo una brocchetta in maiolica smaltata, che conserva tre lettere di un nome femminile (forse Lippa o Litta). Infine, ma è storia di ieri, Grotta Battifratta fu impiegata come rifugio dalla popolazione di Poggio Nativo durante la seconda guerra mondiale.
Di tutto questo Acque nascoste dà conto in maniera chiara ed esauriente, grazie ai supporti esplicativi che affiancano i reperti e raccontano lo scavo, sottolineando l’importanza di avere coinvolto nelle ricerche specialisti di molte discipline diverse: geologia, georcheologia, archeozoologia, archeobotanica, solo per citarne alcune. Un impegno corale senza il quale non sarebbe stato possibile ricostruire la storia del sito con la ricchezza di dettagli che la mostra oggi trasmette.
Una menzione merita anche la realizzazione, grazie al sostegno della Fondazione Varrone, di repliche 3D in resina di alcuni reperti rinvenuti nel sito. Per arricchire l’esperienza, è stata sperimentata una soluzione tecnica che rende percepibili al tatto i motivi decorativi dipinti, normalmente non distinguibili al rilievo.
Le copie sono state prodotte a partire da scansioni laser e costituiscono un kit didattico versatile, facilmente trasportabile e utilizzabile anche al di fuori della mostra. Questo progetto, ispirato ai principi del Design for All, nasce per offrire un’esperienza sensoriale diretta e coinvolgente: pensata per bambini, persone non vedenti o con disabilità cognitive, ma anche per chiunque desideri avvicinarsi alla cultura materiale del passato in modo nuovo e inclusivo.

La mostra Acque nascoste: grotte e riti della Sabina preistorica è stata curata da Cecilia Conati Barbaro, professoressa di ecologia preistorica, e dalla dottoressa Nadia Marconi. È promossa, oltre che dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università Sapienza di Roma, dalla Soprintendenza, Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti e dal Museo Civico Archeologico di Rieti diretto dalla dottoressa Francesca Lezzi;
il progetto espositivo ha avuto i patrocini del Comune di Poggio Nativo e del Comune di Salisano.
Acque nascoste: grotte e riti della Sabina preistorica
Rieti, Museo Civico Archeologico
fino all’11 gennaio 2026
Info https://museo.comune.rieti.it/

(foto Sapienza Università di Roma, Farfa Valley Project).


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