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di Stefano Mammini

Antonio Bernardini nasce nel 1920 a Trinitapoli, da una famiglia di origini toscane trasferitasi in Puglia. Studia quindi all’Accademia di Belle Arti di Roma e, dopo avere conseguito il diploma in pittura, torna in Puglia e si stabilisce a Barletta. Qui ha inizio la sua parabola artistica e professionale, ora raccontata dalla mostra Antonio Bernardini: la scoperta di un artista, che, dopo essere stata presentata a Roma, presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, viene riproposta nella sua città d’adozione, fino al 27 febbraio 2026, negli spazi di Palazzo San Domenico.

Voluto dai familiari dell’artista, il progetto espositivo offre un saggio della produzione di Bernardini, scomparso prematuramente nel 1989 a causa di un banale incidente, e, parallelamente, racconta la sua esperienza di direttore del Museo Civico e Pinacoteca “Giuseppe De Nittis” di Barletta. Impegni vissuti con passione e dedizione totali su entrambi i fronti.

Senza Titolo, olio su tela di Antonio Bernardini. 1971 (cortesia Ufficio stampa mostra).

All’Antonio Bernardini pittore (e non solo: al momento della morte, la sua casa conteneva una vasta raccolta di tele, disegni, incisioni, bozzetti per sculture) si devono centinaia di opere: dai primi paesaggi degli anni Quaranta alla produzione matura degli anni Cinquanta e Settanta, caratterizzata da composizioni in cui le suggestioni realistiche della città e dei paesaggi pugliesi si intrecciano con i volti delle persone a lui care e con elementi di modernità – come la serie dedicata alle automobili – riletti in chiave onirica.

Il percorso si chiude negli anni Ottanta, quando Bernardini si apre al simbolismo e all’informale, senza mai abbandonare una solida base figurativa. A quest’ultima fase appartiene, fra gli altri, Alla spiaggia (1985) – un tema caro all’artista – in cui Bernardini gioca a evocare la sua presenza, attribuendo a una bicicletta inserita in secondo piano la forma dei suoi inconfondibili occhiali.

Alla Spiaggia, olio su tela di Antonio Bernardini. 1985 (cortesia Ufficio stampa mostra).

Nell’adempiere all’incarico di direttore del Museo di Barletta, che gli viene assegnato nel 1965, Bernardini si prodiga con energie forse ancora maggiori. Quando prende servizio, scopre di poter contare su due soli dipendenti, insieme ai quali deve assicurare la conservazione di un patrimonio ingente: oltre a custodire la ricca collezione delle opere del pittore Giuseppe De Nittis – che a Barletta era nato nel 1846 – il museo conserva infatti raccolte archeologiche, di armi antiche e manufatti di arti applicate, molte delle quali acquisite grazie alla donazione Cafiero.

Il neodirettore non si perde d’animo e reagisce ingaggiando una lotta, quasi donchisciottesca, contro il sostanziale disinteresse dell’amministrazione locale (della quale fa peraltro parte uno dei suoi fratelli) e, in parallelo, cercando di sensibilizzare la cittadinanza, anche attraverso la realizzazione, a ogni anno nuovo, di un manifesto augurale che vuole sottolineare la ricchezza del museo barlettano, la cui salvaguardia non può fare a meno del coinvolgimento della società civile. Lettere vibranti e non prive di raffinato sarcasmo o fotografie che documentano le precarie condizioni in cui versa il palazzo che accoglie il museo divengono un’altra delle produzioni più copiose di Bernardini.

Antonio Bernardini in una foto d’archivio (cortesia Ufficio stampa mostra).

Il quale, tuttavia, non si limita alle lamentele, ma cerca di porre fattivamente rimedio alla situazione. Nel solco, probabilmente inconsapevole, di uno degli insegnamenti dello storico dell’arte Federico Zeri, il quale ammoniva che il primo e fondamentale presupposto per la tutela di un qualsiasi patrimonio è la sua conoscenza, e dunque la sua catalogazione, Antonio Bernardini avvia la schedatura sistematica dei materiali che gli sono stati affidati.

Siamo in tempi ancora pienamente analogici e tutto avviene perciò con carta, penna e matita: ne scaturisce un inventario composto da 10.000 schede catalografiche, nelle quali la descrizione sistematica degli oggetti è corredata dalla loro puntuale riproduzione, al cui servizio Bernardini mette la sua mano d’artista. Nasce così un database ante litteram, che tuttora rappresenta un patrimonio di inestimabile valore per il Museo Civico di Barletta.

Di tutto questo danno conto sia la mostra, sia il documentario Antonio Bernardini: Io Amo Vivere, realizzato dalla filmmaker e pronipote dell’artista Paola Bernardini. 27 minuti nei quali il racconto della vita di “zio Tonino”, com’era chiamato in famiglia, è arricchito dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto e lo ha visto all’opera fra tele e pennelli, ma anche in prima linea nelle battaglie per la difesa e la valorizzazione del patrimonio.

Antonio Bernardini: la scoperta di un artista
Barletta, Palazzo San Domenico
dal 24 gennaio al 27 febbraio 2026
Info www.bernardini-arte.com

Extra, olio su tela di Antonio Bernardini. 1966 (cortesia Ufficio stampa mostra).
Torre, olio su tela di Antonio Bernardini. 1970 (cortesia Ufficio stampa mostra).

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