Le analisi di laboratorio condotte su dodici denti di stambecco hanno scritto un nuovo e importante capitolo nella storia di Riparo Dalmeri, uno dei più importanti siti del Paleolitico finale in Europa. Il riparo, che prende nome del suo scopritore, Giampaolo Dalmeri, si trova a 1240 m di quota sull’Altopiano dei Sette Comuni ai margini settentrionali della piana della Marcèsina, nel Trentino meridionale.
Dalmeri ne rilevò la presenza nel 1990 e, da allora, l’insediamento è stato oggetto di indagini sistematiche, condotte per circa un ventennio, dapprima dal Museo Tridentino di Scienze Naturali e poi dal MUSE, il Museo delle Scienze di Trento, che del MTSN è l’erede. Gli scavi hanno restituito una mole preziosa di informazioni e, soprattutto, oltre 250 pietre dipinte con ocra rossa, con un repertorio che comprende immagini astratte, simboli e un gran numero di figure di animali. Fra questi, numerosi stambecchi, che erano la preda più intensamente cacciata dagli occupanti del riparo.

la preda più cacciata dagli occupanti del Riparo Dalmeri (© MUSE).
Le ricerche hanno infatti accertato che Riparo Dalmeri, nel delicato passaggio fra il Pleistocene e l’Olocene (fra i 13400 e gli 11500 anni da oggi), venne frequentato, stagionalmente – dalla fine di un inverno sino agli inizi dell’inverno successivo -, da gruppi di cacciatori-raccoglitori che si erano appunto specializzati nella caccia allo stambecco, tanto che i resti di questi animali compongono oltre l’80% di tutte le specie individuate fra i materiali recuperati dal deposito stratigrafico.
“Riparo Dalmeri – spiega Rossella Duches, archeologa del MUSE – rappresenta un sito chiave per comprendere le dinamiche della caccia allo stambecco nelle Alpi durante il Paleolitico superiore, grazie all’impressionante quantità di resti di questa specie rinvenuti nel sito e al loro eccezionale stato di conservazione”. Pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports, il nuovo studio combina per la prima volta datazioni al radiocarbonio, analisi isotopiche, paleoproteomica (il termine proteomica – da proteoma, fusione di proteina e genoma – designa l’identificazione e la caratterizzazione delle proteine sintetizzate in una cellula o in un tessuto di un organismo) e paleogenetica, offrendo uno spaccato unico e di assoluto rilievo sull’ecologia e la storia di questa specie simbolo delle Alpi.
“Grazie alla ricostruzione delle più antiche sequenze di DNA mai rinvenute per questa specie – aggiunge Francesco Fontani, del Bones Lab (Dipartimento di Beni Culturali, Università di Bologna) -, siamo in grado di dimostrare come gli stambecchi di Riparo Dalmeri rappresentino un ramo genetico oggi estinto, isolato nelle Alpi Nord-Orientali durante l’ultima glaciazione. Questo gruppo locale probabilmente non sopravvisse ai rapidi cambiamenti climatici e all’aumento della pressione umana che caratterizzarono la fine del Pleistocene”.

Il confronto con i genomi moderni di Capra ibex, nome scientifico dello stambecco, rivela che la popolazione che gravitava intorno a Riparo Dalmeri apparteneva a un ceppo mitocondriale distinto da quello degli stambecchi attuali, sfuggiti nell’ultimo secolo a un’estinzione di massa dovuta alla caccia estensiva e sopravvissuti solo grazie a una piccola popolazione rifugio del Gran Paradiso.
Le analisi isotopiche indicano come gli stambecchi di Riparo Dalmeri fossero animali prevalentemente stanziali, nonostante la costante presenza umana. Le variazioni nei valori di ossigeno registrate dal team di ricerca rivelano un aumento della stagionalità climatica durante l’ultima fase di frequentazione del sito, in corrispondenza del brusco raffreddamento che caratterizza il periodo del Dryas recente (circa 12900-11700 anni fa).
“Grazie all’integrazione di dati genetici, isotopici e proteomici – dice Elena Armaroli del MeGic Lab (Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche, Università di Modena e Reggio Emilia) -, abbiamo potuto fare inferenze sui cambiamenti climatici che si stavano verificando alle soglie dell’Olocene, e identificare differenze nella dieta e nell’uso dell’habitat tra maschi e femmine, mai osservate prima in resti così antichi. Questi risultati ci aiutano a capire come gli animali si adattavano – o non riuscivano più ad adattarsi – a un ambiente in rapido cambiamento”.

“Riparo Dalmeri – ribadisce Matteo Romandini, ricercatore dell’Università di Bologna – è un sito chiave per comprendere l’intreccio e la complessa coesistenza tra l’uomo e lo stambecco nelle Alpi. Il nostro lavoro dimostra come la combinazione di tecniche archeologiche e biomolecolari possa illuminare non solo il passato, ma anche le sfide di conservazione che oggi questa specie affronta di fronte al riscaldamento globale. Oltre a gettare nuova luce sulla coesistenza tra uomini e stambecchi nel Paleolitico, i nostri risultati possono offrire un modello utile per studiare l’impatto dei cambiamenti climatici e delle attività umane sulla biodiversità”.
Ed è questa, al di là dell’importanza per l’avanzamento degli studi di preistoria, la lezione più preziosa che si può ricavare da Riparo Dalmeri.
L’articolo che dà conto delle nuove ricerche è liberamente consultabile all’indirizzo: https://www.nature.com/articles/s41598-025-32389-w#MOESM2

(illustrazione Mauro Cutrona © MUSE).


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