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di Stefano Mammini

I primi giorni del mese si addicono alla Tomba François. Il 1° maggio 1857 venne scoperta dall’archeologo fiorentino Alessandro François nella necropoli etrusca di Ponte Rotto, a Vulci, e il 1° luglio 2026 le sue pitture – staccate nel 1863 – sono entrate a far parte in via definitiva delle raccolte del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Lo Stato italiano aveva manifestato l’interesse per la Tomba François già nei primi decenni del Novecento, ma solo negli ultimi dieci anni le trattative hanno imboccato la strada che ha portato, il 29 maggio 2026, alla firma dell’atto di acquisizione del ciclo dipinto, fino ad allora detenuto dagli eredi del principe Alessandro Torlonia, che al momento della scoperta possedeva la tenuta in cui la tomba era venuta alla luce.

Per chiunque creda nell’idea che il patrimonio culturale debba essere un bene condiviso, si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza, che pone fine a un’inaccessibilità protrattasi per oltre centocinquant’anni e interrotta solo in rare occasioni, l’ultima delle quali fu la mostra allestita nel 2004, prima ad Amburgo e poi a Vulci, per la quale furono riuniti tutti i 37 pannelli ricavati al momento del distacco, da Pellegrino Succi, “estrattista di pitture dei Sagri Palazzi Apostolici”.

Un sepolcro monumentale

Situata, come detto, nella necropoli di Ponte Rotto, la tomba ribattezzata con il nome del suo scopritore è un sepolcro monumentale, scavato nella roccia e al quale si accede per un lungo corridoio (dromos). Venne fatta realizzare dalla nobile famiglia dei Saties, nella seconda metà del IV secolo a.C., e comprendeva sette camere funerarie, disposte a raggiera intorno a un ambiente a T, le cui pareti accolsero il ciclo pittorico.

Lo stesso Alessandro François ha lasciato una testimonianza eloquente dello stupore suscitato dalle vivaci scene che apparvero ai suoi occhi, scrivendo che “tanta è la bellezza delle medesime pitture da far rammentare i bei tempi del Botticelli e del Perugino”. Suggestioni rinascimentali a parte, la Tomba François è unanimemente considerata una delle espressioni più felici dell’arte etrusca e, in assoluto, uno dei massimi capolavori dell’antichità.

L’allestimento

Per esporre le pitture, il Museo di Villa Giulia ha ristrutturato gli spazi occupati, al piano terra, dalle ultime sale dell’ala destra (38-40), creando una sezione ad hoc. Superato l’ingresso, si sosta in un’anticamera, nella quale viene proiettato un video immersivo che inquadra storicamente e culturalmente la Tomba François, ripercorre le fasi salienti della sua scoperta e, soprattutto, illustra i forti valori simbolici delle pitture e il loro richiamo alla storia, oltre che al mito. Infatti, se una delle pareti ospita la rappresentazione del sacrificio dei prigionieri troiani compiuto da Achille per consentire che l’ombra dell’amico Patroclo possa varcare la soglia dell’aldilà, le imprese degli eroi vulcenti – che occupano la parete opposta – evocano i conflitti che realmente opposero gli Etruschi di Vulci e di altre città alla crescente egemonia di Roma.

Una sequenza del video immersivo menziona anche i due cippi rinvenuti da Alessandro François nel corso dello scavo, ricavati entrambi da blocchi di nenfro, una roccia di origine vulcanica: quando vengono descritti, un fascio di luce li strappa alla semioscurità della sala. Sul primo, trovato all’inizio del dromos, corre un’iscrizione che menziona una donna di nome Ravnthu Seitithi. Il secondo, più elaborato, fu rinvenuto nell’atrio ed essendo lavorato solo su tre dei suoi quattro lati, era probabilmente addossato a una delle pareti. Presenta tre figure scolpite – probabilmente identificabili con Venere, Apollo e Artemide – e reca anch’esso un’iscrizione nella quale si cita una donna di nome Sethra Murai, il cui gentilizio ricorre in altri due casi nella tomba.

Tra mito e storia

Al termine della proiezione, si può quindi accedere alla sala che riproduce la planimetria dell’ambiente a T della tomba e basta il primo colpo d’occhio per condividere l’emozione e lo stupore provati da Alessandro François. La qualità delle pitture, che si datano fra il 340 e il 320 a.C., è evidente, né è difficile cogliere la sapiente regia di quello che snoda come un vero e proprio racconto per immagini, giocato sull’alternanza e la disposizione simmetrica di scene quasi eteree e momenti di crudo realismo.

I due nuclei più famosi sono quelli disposti sulle pareti lunghe dell’ambiente. Su un lato, corre la rappresentazione del sacrificio rituale dei prigionieri troiani compiuto da Achille, nel quale sono anche inserite le immagini dei demoni infernali etruschi Vanth e Charun: la prima provvista di grandi ali multicolori e il secondo armato del martello con il quale, secondo la tradizione, spalancava le porte dell’aldilà. Sulla parete opposta sono invece rappresentate le lotte degli eroi vulcenti, guidati da Aulo Vibenna, e tra i quali compare Macstarna, il personaggio che, più tardi, fu identificato con Servio Tullio, il sesto re di Roma.

Fra le immagini sui lati brevi e gli spazi adiacenti le porte di accesso alle camere funerarie vi è il ritratto di Vel Saties, il proprietario della tomba: indossa una toga purpurea (toga picta) e assiste al rito compiuto dal giovane Arnza, accovacciato ai suoi piedi. Quest’ultimo, vestito di bianco, sta per liberare un uccello: dal volo dell’animale verranno tratti gli auspici, secondo una pratica divinatoria tipica degli Etruschi. Sul lato opposto, si fronteggiano altri due personaggi che rimandano al mondo greco: Fenice, a cui Peleo affidò l’educazione di Achille, e Nestore, il re di Pilo ricordato per la sua saggezza.

La ricca teoria di scene e ritratti è ulteriormente impreziosita dal fregio animalistico che corre lungo l’intero sviluppo del ciclo ed è il più lungo dell’antichità a oggi noto. Fra un meandro prospettico e una successione di colombe e rosette, si vedono animali reali – come pantere, leoni, lupi o cavalli – e fantastici, fra cui chimere e grifoni.

Un’integrazione preziosa

L’esposizione permanente delle pitture è integrata dalla mostra temporanea Il ritorno degli eroi, pensata per completare la ricostruzione della storia moderna della Tomba François. All’indomani della morte del suo scopritore, gli oggetti del corredo furono divisi tra il principe Alessandro Torlonia e gli eredi dell’archeologo, rappresentati da Adolphe Noël Des Vergers, suo socio, che poi li acquisì nella propria collezione privata. Nel giro di pochi anni, però, la raccolta fu oggetto di vendite e aste, cosicché i reperti della tomba risultano oggi dispersi.

Grazie ai prestiti ottenuti, la mostra ha il merito di avere ricomposto, seppur parzialmente, il corredo originario. Fino al 31 dicembre 2026 si possono dunque vedere il nucleo di gioielli finito al Museo del Louvre, un’anfora attica del Pittore di Syleus detenuta dai Musei Reali di Bruxelles, parte dei 107 reperti acquistati in asta dal Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, nonché vasi e gioielli che, dopo essere stati acquistati dall’orafo e mercante Alessandro Castellani, furono da questi ceduti al British Museum.

In mostra sono anche esposte importanti testimonianze delle attività di documentazione condotte all’indomani della scoperta della Tomba François. Dal Museo Gregoriano Etrusco proviene una delle copie al vero delle pitture realizzate da Carlo Ruspi (1798-1863): opere di particolare valore perché eseguite prima del distacco del ciclo pittorico. A Villa Giulia, in particolare, è presente la riproduzione della scena del sacrificio dei prigionieri troiani. L’Istituto Archeologico Germanico ha invece prestato un lotto di documenti che comprende i disegni eseguiti da Nicola Ortis (1828-1897) tra il 12 maggio e il 1° giugno 1857: nove tavole a matita che riproducono le pitture in scala 1:10.

Tomba François e mostra Il ritorno degli eroi
Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Info www.museoetru.it


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