di Stefano Mammini
La ricostruzione dei modi di vita delle antiche comunità umane e dell’ambiente in cui erano insediate è uno degli obiettivi primari della ricerca archeologica. E quando quest’ultima ha per oggetto le società preistoriche e dunque illetterate, l’operazione può risultare più impegnativa. Di qui la necessità di allargare lo spettro delle potenziali fonti di informazione, adottando un approccio multidisciplinare, che veda l’archeologia inserita in un più ampio ventaglio di scienze e discipline. Una delle espressioni più significative di questa impostazione metodologica è l’ecologia preistorica, oggetto del manuale che Umberto Tecchiati pubblica per i tipi di UTET.
Il volume è stato pensato innanzi tutto a beneficio degli studenti universitari, ma costituisce anche una utile fotografia dello stato dell’arte di quello che si potrebbe definire come uno spin off dell’archeologia vera e propria e ambisce a colmare il vuoto segnalato dall’autore nelle pagine introduttive, quando ricorda che “la manualistica universitaria specificamente dedicata all’Ecologia preistorica è assente in Italia”, aggiungendo come tale lacuna sia “bene avvertita in ambito universitario”.
La trattazione ha come ambito geografico la penisola italiana e i novemila anni compresi fra il X e il I millennio a.C. come orizzonte cronologico. Viene quindi presa in considerazione l’ultima epoca del Quaternario, l’Olocene, il cui inizio è convenzionalmente fissato intorno al 10.000 a.C. e nella quale tuttora viviamo. Un arco temporale nel quale si succedettero le ultime fasi del Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, l’età del Rame (o Eneolitico) e l’età del Bronzo.

e paesaggistico della Pianura Emiliana del Bronzo medioe e recente, XVI-XIII sec. a.C.
(Wikimedia Commons, disegno di Riccardo Merlo).
La prima parte del manuale è dedicata alla definizione dell’ecologia preistorica e ai suoi metodi. C’è dunque spazio per una ricognizione delle più significative riflessioni teoriche succedutesi soprattutto nel corso degli ultimi decenni e per la storia degli studi. Quest’ultimo approfondimento evidenzia molteplici elementi di interesse, soprattutto perché rivela come, per esempio, molti studiosi attivi fra l’Ottocento e i primi del Novecento abbiano, di fatto, messo in atto pratiche che oggi vengono ricondotte all’ecologia preistorica, senza che quest’ultima fosse stata ancora codificata. Si potrebbe dire, limitandosi all’Italia, che personaggi come Giuseppe Scarabelli (1820-1905) o Gaetano Chierici (1819-1886) siano stati pionieri “inconsapevoli” della disciplina.
Nel secondo capitolo, Tecchiati spiega quali procedure possano essere ricondotte all’ecologia preistorica. Si va da questioni concettuali – per esempio relative ai criteri di definizione di un sito archeologico, di un’area funeraria o di un sepolcreto – alle applicazioni pratiche che possono caratterizzare la ricerca sul campo. Entra così in scena l’aspetto forse più peculiare, costituito dalla ricchezza dei metodi attraverso i quali interrogare un contesto archeologico e i materiali in esso sigillati: il recupero dei reperti diviene infatti solo uno dei momenti di una catena di operazioni assai più articolata.
Una catena che si compone di numerosi anelli, come l’archeozoologia, l’archeobotanica o la palinologia, solo per citarne alcuni. E nella quale possono rientrare analisi mirate a evenienze particolari, come la presenza dei resti di determinati insetti. Una circostanza solo all’apparenza secondaria, poiché l’autore ricorda, per esempio, come già Luigi Pigorini (1842-1925; uno dei padri della paletnologia italiana) poté escludere che le terramare emiliane fossero state costruite sull’acqua, grazie all’individuazione, da parte dell’entomologo Camillo Rondani (1808-1879), di resti di mosche negli strati basali di alcuni di questi villaggi, databili fra il Bronzo medio e recente.

(da Franco Mezzena, L’area megalitica di Aosta, in Environnement, n. 4, 1997).
Nei capitoli 3 e 4 si passa quindi alle forme di occupazione del territorio, alla costruzione del paesaggio culturale, all’uso dell’ambiente e delle sue risorse: aspetti dei quali è facile intuire la rilevanza e che vengono illustrati attraverso un considerevole numero di casi di studio, frutto di indagini condotte nel territorio italiano nell’arco di oltre un secolo.
Uno degli effetti più vistosi della frequentazione umana è naturalmente l’impatto antropico sull’ambiente, al quale si possono ricondurre attività come gli interventi, spesso massicci, di disboscamento oppure la creazione di terrazzamenti. Ma anche opere idrauliche di grande portata, come nel caso delle terramare, oppure il tracciamento di strade. Né mancano casi in cui al paesaggio si conferiva una connotazione legata al culto, come ha provato, in maniera particolarmente spettacolare, l’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta, oggi musealizzata.
L’uso delle risorse naturali ha rivestito un ruolo essenziale nella definizione delle culture e di quei modi di vita a cui si accennava in apertura. Basti pensare ai riflessi della domesticazione delle piante e degli animali, le cui prime attestazioni in Italia a oggi note si collocano fra il VII e il VI millennio a.C.
Alla coltivazione dei cereali e all’allevamento di capre e pecore viene infatti attribuito l’avvento del Neolitico, epoca che, non a caso, viene tradizionalmente considerata rivoluzionaria nella storia della specie umana.
Di tutto questo Ecologia preistorica dà conto in maniera sistematica, fornendo un ricco repertorio di informazioni, corredato da una ampia bibliografia. Il volume assolve quindi al compito per il quale è stato concepito, anche se, dato il numero dei siti citati, sorprende l’assenza di un apparato cartografico nel quale indicarne la localizzazione.

Titolo Ecologia preistoria
Ambiente, società e cultura
nella preistoria d’Italia
Autore Umberto Tecchiati
ISBN 978-88-6008-898-7
Editore UTET
Info www.utetuniversita.it


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