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di Stefano Mammini

Nel 2024, poco più di 900.000 persone hanno varcato la soglia della Reggia di Caserta, collocandola all’ottavo posto – fra i musei e i monumenti con ingresso a pagamento – della graduatoria stilata dal Sistan, l’Ufficio di Statistica del Ministero della Cultura. Un risultato che si deve sia al valore del sito, sia agli interventi di rilancio promossi da Mauro Felicori (direttore dal 2015 al 2018) e continuati da Tiziana Maffei, che nel maggio 2019 si è insediata alla guida della Reggia, dichiarata istituto autonomo del Ministero della Cultura nel 2014.

La storia del sito ha inizio alla metà del Settecento, quando re Carlo di Borbone – lo stesso sovrano che nel 1738 aveva promosso i primi scavi dell’antica Ercolano e, dieci anni più tardi, fece altrettanto a Pompei – acquistò il feudo di Caserta e cominciò ad accarezzare l’idea di dare vita a una nuova capitale del regno, non lontano da Napoli. L’incarico di dare forma a quel sogno venne affidato all’architetto Luigi Vanvitelli e, nel 1752, fu posata la prima pietra della Reggia. Re Carlo non poteva sapere che i lavori si sarebbero protratti per poco meno di un secolo, fino al 1845, e, in ogni caso, nel 1759 rientrò in Spagna, lasciando i regni di Napoli e di Sicilia al figlio terzogenito, Ferdinando. Nemmeno l’artefice primo del grandioso cantiere, Vanvitelli, poté vederne la fine e, alla sua morte, nel 1773, gli subentrò il figlio Carlo.

Veduta aerea della Reggia di Caserta (cortesia Ufficio stampa Camera di Commercio di Caserta).

Nonostante queste e altre traversie, l’impresa proseguì e l’esito finale è una delle più vaste residenze reali del mondo, che, oltre all’edificio di abitazione e rappresentanza vero e proprio, dispone di un parco di oltre 120 ettari. I numeri della Reggia, solo per citarne alcuni, sono impressionanti: il Palazzo Reale, a pianta rettangolare, occupa una superficie di 47.000 metri quadrati e si articola in 5 piani, per un’altezza totale di poco inferiore ai 40 metri; al suo interno vi sono 1200 stanze e lungo le facciate si aprono 1742 finestre.

Favorito anche da un’accessibilità facile e sostenibile – poco più di 400 m separano la Reggia dalla stazione ferroviaria di Caserta -, il sito è dunque un attrattore consolidato, ma non è un gioiello isolato. Il territorio che lo circonda è infatti ricco di presenze altrettanto eccezionali, che, pur senza vantare i numeri “esagerati” della creazione vanvitelliana, costituiscono mete di sicuro interesse. E che, racchiuse nel raggio di pochi chilometri, si possono agevolmente distribuire in un itinerario volto alla scoperta di questo lembo della Campania.

L’utopia di Ferdinando

Poco fuori il centro di Caserta, alle pendici del colle omonimo, si trova il Belvedere di San Leucio, complesso monumentale associato alla Reggia nello status di Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Appena arrivati, si percepisce subito l’origine della sua denominazione: grazie alla posizione lievemente rilevata, il sito offre un magnifico colpo d’occhio non solo sulla piana sottostante ma permette di inquadrare anche il Golfo di Napoli e la sagoma, inconfondibile del Vesuvio. In origine, qui sorgeva un castello degli Acquaviva, principi di Caserta, ma la proprietà fu acquistata da Carlo di Borbone alla metà del Settecento.

Nei piani del re archeologo e poi di suo figlio Ferdinando IV, San Leucio venne all’inizio utilizzato come buen retiro e casino di caccia, ma, pochi anni più tardi, un tragico evento ne indirizzò il destino in tutt’altra direzione: nel 1778, a soli tre anni, morì di vaiolo Carlo Tito, erede di Ferdinando. Profondamente scosso dall’evento, il padre decise di creare a San Leucio dapprima un ospizio per i poveri e poi di dare vita a un opificio specializzato nella produzione di seta, che prese il nome di Real Colonia Serica. Nacque una fabbrica capace di realizzare tessuti di altissima qualità, esportati in tutta Europa, ma, soprattutto, Ferdinando elaborò un codice che ancora oggi viene ricordato come il tentativo di realizzare un esperimento sociale di stampo socialista.

Uno scorcio del Belvedere di San Leucio (Wikimedia Commons).

Il sovrano mise nero su bianco la sua utopia nel testo pubblicato nel 1789, con il titolo di Origine della popolazione di S. Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa. Basti pensare che Ferdinando disponeva, per esempio, che l’istruzione fosse per tutti obbligatoria, che la giornata lavorativa avesse una durata massima di 11 ore (mentre all’epoca si raggiungevano spesso fino a 16 ore di attività quotidiana), che uomini e donne dovevano godere della parità salariale, che l’età minima per contrarre matrimonio era fissata a 20 anni per gli uomini e 16 per le donne, o, ancora, l’abolizione della dote, a cui il re in persona avrebbe provveduto.

Come scrive Ferdinando in uno dei passaggi più spesso citati del suo codice: “Questa norma e queste leggi, da osservarsi dagli abitanti di San Leucio che da ora innanzi considerarsi debbono come una medesima famiglia, son quelle che io quì propongo e distendo più in forma d’istruzione di un padre ai suoi figli che comandi di un legislatore ai suoi sudditi”. Né le premure si limitarono all’allestimento della fabbrica, perché ancora oggi, affacciandosi dal belvedere, si vede il filare delle case fatte costruire da Ferdinando per gli operai della seteria, come in tempi più recenti fecero Alessandro Rossi a Schio per i dipendenti della Lanerossi o Adriano Olivetti a Ivrea.

Veduta panoramica dal Belvedere di San Leucio. In primo piano, in basso,
le case per gli operai della Real Colonia Serica (foto Stefano Mammini).

Di questa storia dà conto il Museo della Seta allestito all’interno del Belvedere, il cui allestimento propone nella parte iniziale un profilo di Ferdinando IV. È l’occasione per inquadrare storicamente il suo regno e per illustrare come il suo progetto per San Leucio fosse in origine ancor più ambizioso, poiché il sovrano aveva immaginato di fare della Colonia il cuore di una vera e propria città, che, manco a dirlo, si sarebbe dovuta chiamare Ferdinandopoli e che sarebbe stata governata secondo i principi delle leggi del suo codice.

Si passa quindi all’illustrazione dell’attività manifatturiera, con apparati didattici chiari ed esaurienti e un gran numero di reperti. Particolarmente spettacolare è la sezione di archeologia industriale: qui si possono infatti vedere le ricostruzioni di due grandi torcitoi cilindrici, macchinari che, come suggerisce il nome, servivano per la torcitura dei filamenti grezzi, al fine di ricavare i filati con cui procedere alla tessitura delle pezze di seta; e, poco oltre, nove telai a mano, originali, restaurati e funzionanti. Non mancano campioni delle stoffe realizzate a San Leucio, che permettono di apprezzare l’elevatissima qualità dei prodotti della Real Colonia.

Ricostruzione di un torcitoio nel Museo della Seta del Belvedere di San Leucio (foto Stefano Mammini).

Del complesso del Belvedere si possono visitare anche alcuni ambienti degli Appartamenti Reali, arredati con mobili d’epoca e tra i quali è compreso il cosiddetto Coretto, una sala dalla quale i sovrani potevano assistere alle liturgie celebrate nella sottostante chiesa di S. Ferdinando Re, tuttora aperta al culto. È infine in via di completamento l’intervento di restauro del Bagno Grande, o Bagno di Maria Carolina, una sala realizzata a imitazione delle vasche per abluzioni delle terme romane e impreziosita dalla decorazione dipinta a encausto nel 1793 da Jacob Philipp Hackert, che Ferdinando aveva nominato pittore di corte.

La seconda Roma

Autenticamente romano è invece l’Anfiteatro campano di Capua, l’odierna Santa Maria Capua Vetere, che può essere la tappa successiva dell’itinerario. I suoi resti, consistenti, sono ben visibili già da lontano e, una volta entrati nell’area archeologica, se ne coglie subito l’imponenza, tanto che, per dimensioni (167 x 137 m), è il secondo edificio del genere dopo il Colosseo di Roma, del quale, peraltro, segue il modello.

Che Capua disponesse di una struttura tanto grandiosa non deve stupire: la città era infatti la più vasta e importante della Campania felix (o ager Campanus), regione che si era meritata quell’appellativo per la fertilità delle terre, favorita dalla presenza del fiume Volturno e dalla natura vulcanica dei suoli, e poi perché divenne uno dei luoghi di villeggiatura prediletti dall’aristocrazia romana. Non a caso, Cicerone la definì altera Roma (“la seconda Roma“) in una delle sue orazioni e non è meno indicativo della sua rilevanza il fatto che la città – che si stima contasse circa 60.000 abitanti – fosse il terminale della via Appia, la regina viarum, prima che la strada venisse prolungata fino a Brindisi.

L’Anfiteatro campano di Capua (foto Stefano Mammini).

Le strutture dell’anfiteatro oggi visibili furono innalzate fra il I secolo d.C. e l’età dell’imperatore Adriano (117-135 d.C.), al cui successore, Antonino Pio, si deve l’inaugurazione ufficiale dell’impianto. Che rimpiazzò il precedente anfiteatro di epoca repubblicana, celebre per avere accolto la scuola gladiatoria da cui, nel 73 a.C., fuggì Spartaco – costretto, in quanto schiavo, a esibirsi nell’arena -, con alcuni compagni, dando inizio alla rivolta servile che, per oltre un anno, impegnò Roma in una vera e propria guerra.

L’Anfiteatro Campano doveva svilupparsi con ogni probabilità su quattro piani ed essere riccamente decorato da marmi, stucchi e statue. La ricchezza dell’apparato decorativo è oggi testimoniata da pochi elementi superstiti, mentre è tuttora pienamente leggibile la classica forma ellittica dell’arena e sono molto ben conservate e praticabili le strutture sotterranee. È così possibile scoprire come funzionasse l’allestimento degli spettacoli e immaginare le operazioni che consentivano l’avvicendamento sull’arena dei loro protagonisti: si possono infatti distinguere, per esempio, gli alloggiamenti per i montacarichi o le gallerie di servizio utilizzate dalle molte figure che garantivano lo svolgimento di una delle attrazioni più popolari dell’età romana.

Una veduta degli ambienti sotterranei dell’Anfiteatro campano di Capua (cortesia Ufficio stampa della Camera di Commercio di Caserta).
Un’altra veduta degli ambienti sotterranei dell’Anfiteatro (cortesia Ufficio stampa della Camera di Commercio di Caserta).

In età medievale l’anfiteatro fu dapprima trasformato in fortezza e poi utilizzato come cava di materiali da costruzione. Nel 1822 venne finalmente dichiarato Monumento Nazionale, premessa alla sua apertura al pubblico, che giunse nel 1913. Da allora il sito è regolarmente visitabile e, dal 2003, all’interno dell’area archeologica è stato allestito anche il Museo dei Gladiatori, nel quale sono esposti elementi architettonici e scultorei che facevano parte della decorazione dell’anfiteatro, insieme a repliche delle armi e degli accessori utilizzati per i combattimenti. In una delle tre sale è stata anche ricostruita una sezione delle gradinate, integrata con parti originali delle balaustre e degli altri apprestamenti che le definivano.

Rilievo raffigurante Meleagro e Atalanta impegnati nella caccia al cinghiale di Calidone. II sec. d.C.
Santa Maria Capua Vetere, Anfiteatro campano, Museo dei Gladiatori (foto Stefano Mammini).

Il dio che uccide il toro

La sosta a Santa Maria Capua Vetere non deve però esaurirsi con la visita dell’Anfiteatro. A poche centinaia di metri, la città custodisce infatti un’altra eccezionale testimonianza della sua storia antica: il Mitreo, struttura sotterranea nella quale, come il nome suggerisce il nome, si praticava il culto di Mitra, divinità di origine indo-iranica, che ebbe vasta diffusione nel mondo romano.

Nel Mitreo di Capua, scoperto fortuitamente nel 1922, sono tuttora ben leggibili tutte le caratteristiche tipiche di questo genere di santuari: innanzi tutto, la natura ipogea del sito, che intendeva evocare la grotta natale del dio, e, nella sala principale, i banconi destinati ai fedeli, disposti lungo i lati lunghi, e la rappresentazione del momento culminante del mitraismo, cioè l’uccisione del toro sacro da parte di Mitra.

L’uccisione del toro da parte del dio Mitra dipinta nella parete di fondo
della sala di culto del Mitreo di Capua (foto Stefano Mammini).

A rendere il sito particolarmente suggestivo è l’uso della pittura: non solo per la scena della tauroctonia, ma per l’intero apparato ornamentale. Si riconoscono le figure degli assistenti di Mitra, Cautes e Cautopates, così come le personificazioni del Sole, della Luna, di Oceano e della Terra. Il tutto ambientato sotto l’elegante cielo stellato che riveste la volta e che, in origine, doveva essere reso ancor più realistico dall’uso di gemme in pasta vitrea.

Restauri condotti nel corso degli ultimi anni hanno peraltro permesso di accertare che fra i pigmenti impiegati per la realizzazione delle pitture murali vi fu il prezioso blu egizio, una tinta artificiale di cui, dalla fine del I secolo a.C., la Campania divenne un importante centro di produzione. È quello che Plinio il Vecchio chiamò caeruleum e che nel Mitreo di Capua fu utilizzato sia per la campitura del cielo, sia per le diverse figure che animano le scene.
Il Mitreo è vicino all’Anfiteatro non solo geograficamente: recenti studi hanno infatti suggerito che a Capua il mitraismo fosse particolarmente diffuso tra i gladiatori e, del resto, un’immagine di Mitra è stata riconosciuta fra i busti che ornavano le chiavi d’arco dell’arena.

Il capolavoro di Desiderio

Dai colori del Mitreo di Capua si può quindi passare a quelli, sgargianti, degli affreschi che fanno della basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, una delle espressioni più alte dell’arte medievale. La basilica sorge ai piedi del Monte Tifata, nello stesso sito di un più antico tempio pagano, e la sua prima fondazione risale al X secolo, al tempo del principato longobardo. L’edificio che oggi si può ammirare è però l’esito della ricostruzione promossa da Desiderio, abate di Montecassino, che la avviò nel 1073.

L’iscrizione che ricorda l’abate Desiderio sul portale della basilica benedettina
di Sant’Angelo in Formis (foto Stefano Mammini).

L’ingresso è preceduto da un portico monumentale, per il quale furono utilizzati elementi di reimpiego, e sul portale marmoreo che dà accesso alla chiesa è inserita un’iscrizione che ricorda l’opera compiuta da Desiderio, sormontata da un affresco raffigurante l’Arcangelo Michele, a cui la basilica è intitolata. L’interno è articolato in tre navate, che culminano in altrettante absidi e separate da colonne di spoglio, alcune delle quali, con ogni probabilità, provengono dal tempio sui cui resti la chiesa fu innalzata.

In controfacciata, sulle pareti laterali e nelle absidi, la basilica conserva uno dei più vasti e meglio conservati cicli pittorici dell’Italia meridionale. Risalenti all’epoca di Desiderio, gli affreschi si devono a maestranze locali, che fecero propri i modelli dell’arte bizantina e che, in più casi, adottarono anche soluzioni mutuate dallo stile delle miniature realizzate nello scriptorium di Montecassino.

La navata centrale della basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis (foto Stefano Mammini).

Le pareti della navata centrale presentano, distribuite su tre registri, scene del Nuovo Testamento, mentre a episodi del Vecchio Testamento sono riservati i due registri che corrono lungo le pareti delle navate laterali. Nel catino dell’abside centrale troneggia un maestoso Cristo benedicente, attorniato dai simboli dei quattro evangelisti, sotto i quali, sulla sinistra, compare anche il ritratto dell’abate Desiderio, nell’atto di offrire il modello della chiesa a san Benedetto. Sul lato opposto, in controfacciata, si dispiega un grandioso Giudizio Universale, articolato in più registri e di cui spicca la vivace rappresentazione dell’inferno, con i dannati nelle grinfie dei demoni, riconoscibili dall’incarnato rosso scuro.

Il ciclo pittorico di Sant’Angelo in Formis è un esempio, magnifico, di Biblia pauperum (“Bibbia per i poveri”), definizione coniata per opere che, nel Medioevo, affidavano il compito di catechizzare i credenti alle immagini, così da rimediare all’impossibilità di utilizzare la parola scritta per via della scarsa alfabetizzazione. Gli affreschi avevano quindi una valenza didattica, ma servivano anche da monito, dando forme vivaci e impressionanti – come nel caso del Giudizio Universale – alla sorte riservata ai peccatori.

A comporre l’anello ideale aperto con San Leucio, anche Sant’Angelo in Formis offre un belvedere d’eccezione: dal sagrato della basilica si gode di un panorama che abbraccia la piana del Volturno, spazia da Capua fino ai monti che degradano verso il mare e, nelle giornate più limpide, permette di riconoscere anche il profilo dell’isola d’Ischia.

Affresco raffigurante Cristo in trono benedicente attorniato dai simboli dei quattro evangelisti. Basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, catino absidale. XI sec. (foto Stefano Mammini).

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