di Stefano Mammini
Al passaggio fra le sale 3 e 4 della mostra Tesori dei Faraoni – visitabile alle Scuderie del Quirinale, a Roma, fino al 3 maggio 2026 – è collocato uno schema cronologico che evidenzia la lunga durata, circa tremila anni, del regno alla cui guida si succedettero i protagonisti dell’esposizione. Prima che, all’indomani della vittoria di Ottaviano Augusto ad Azio (31 a.C.), le terre attraversate e rese fertili dal Nilo entrassero definitivamente nell’orbita di Roma (nella quale rimasero fino al IV secolo d.C.), su di esse dominarono ben trentuno dinastie e al trono salirono non meno di 150 personaggi (le incertezze tuttora esistenti su più di una figura rendono impossibile stabilire una cifra esatta).
Nella loro aridità, queste poche cifre lasciano intuire la complessità del nuovo progetto espositivo realizzato sul Colle, chiamato dunque a dare conto di una vicenda plurisecolare e culturalmente articolata. Ad animarlo sono 130 manufatti, distribuiti nelle otto sezioni della mostra: Egitto, terra dell’oro; La vita dopo la morte; Un re e il suo popolo; La vita quotidiana; La Città d’Oro; La religione; Il concetto di regalità; La Mensa Isiaca.
Cronologia dell’antico Egitto
3000-2686 a.C. circa – Periodo Protodinastico
Dinastie 0-II
2686-2160 a.C. – Antico Regno
Dinastie III-VIII
2160-2055 a.C. – Primo Periodo Intermedio
Dinastie IX-XI
2055-1650 a.C. – Medio Regno
Dinastie XI-XIV
1650-1550 a.C. – Secondo Periodo Intermedio
Dinastie XV-XVII
1550-1069 a.C. – Nuovo Regno
Dinastie XVIII-XX
1069-664 a.C. – Terzo Periodo Intermedio
Dinastie XXI-XXV
664-332 a.C. – Periodo Tardo
Dinastie XXVI-XXXI
332 a.C.-395 d.C. – Periodo Greco-romano
(cronologia basata su The Oxford History of Ancient Egypt, OUP, Oxford 2000)


dalla sua tomba a Dra Abu el-Naga, sulla riva occidentale del Nilo, Luxor. Fine della XVII-inizio della XVIII Dinastia, Regno di Ahmose I. Il Cairo, Museo Egizio (fotografia di Massimo Listri).
L’esordio del percorso è nel segno dell’oro: nella prima sala – dove la cronologia descritta in apertura avrebbe forse trovato una collocazione più logica – sono riuniti reperti di varia tipologia e datazione, fra i quali spicca una collana provvista di tre pendenti in forma di mosche. Gli studiosi non hanno, a oggi, saputo spiegarne il perché, ma hanno potuto accertare che gli insetti erano stati scelti come simbolo militare e quella collana era infatti la più alta onorificenza al valor militare.
Il prezioso manufatto appartiene peraltro a un corredo femminile, quello della regina Ahhotep II (1560-1530 a.C. circa), e la circostanza si si spiega forse con il ruolo svolto dalla sovrana nella guerra combattuta dall’Egitto contro gli Hyksos.

Dra Abu el-Naga, riva occidentale, Luxor. Fine XVII o inizio XXVIII dinastia, Nuovo Regno, regno di Ahmose.
Si tratta della più alta decorazione al valor militare (fotografia di Massimo Listri).
Le sale successive (2-5) affrontano un aspetto che da sempre spiega molto del fascino che la civiltà antico egiziana ha esercitato e continua a esercitare: l’insieme delle credenze relative alla vita ultraterrena e delle pratiche connesse alla sepoltura dei defunti. È bene sottolineare che quanto la mostra documenta si riferisce all’élite dominante, costituita appunto dai faraoni, dalle loro famiglie e dagli alti funzionari del regno e si deve perciò immaginare che la profusione di oro, gemme e altri materiali preziosi non fosse un fenomeno generalizzato. Trasversali potevano essere i culti tributati alle divinità, ma non certo la fabbricazione di un sarcofago in oro massiccio o di gioielli e la deposizione nelle tombe di quantità impressionanti di suppellettili e vasellame.
Esempio emblematico del trattamento riservato ai personaggi di rango sono i materiali provenienti dalla tomba di Yuya e Tuya, scoperta nel 1905 nella Valle dei Re, a Luxor, dall’egittologo britannico James Quibell, che dirigeva lo scavo per conto di Theodore Davis. I titolari del sepolcro (etichettato con la sigla KV46, dove K sta per Kings e V per Valley, secondo il criterio stabilito per la catalogazione dei monumenti funerari rinvenuti in questa area) ricoprirono cariche importanti, ma non per questo godettero del privilegio d’essere sepolti insieme ai faraoni: l’onore venne loro tributato in quanto genitori di Tiye, che fu moglie di Amenhotep III, faraone della XVIII dinastia.

Dalla tomba KV46 provengono il sarcofago antropoide di Tuya, in legno dorato; una serie di finti vasi, due per Yuya e due per Tuya, destinati a svolgere la loro funzione nell’aldilà, trasformandosi in vasi veri; nonché un esemplare di ushabti. Gli ushabti erano statuette chiamate a fare le veci della persona defunta nel momento in cui il dio Osiride gli (o le) chiedeva di lavorare nei campi di Iaru, cioè nell’aldilà. Ecco perché si possono leggere prescrizioni come quella di raccogliere il limo con cui fabbricare mattoni.
Delle complesse pratiche legate all’imbalsamazione e alla successiva sepoltura faceva parte l’eviscerazione degli individui defunti, i cui organi venivano poi riposti nei vasi canopi. Quello di Tuya esposto in mostra, in alabastro, conserva un’iscrizione in geroglifico dalla quale si apprende che il suo contenuto era stato posto sotto la duplice protezione della dea scorpione Serqet e di Qebehsenuef, uno dei quattro figli del dio Horo.

il letto ligneo di Tuya (foto Monkeys Video Lab).
Del corredo di Tuya fa parte anche un elegante letto in legno e fibre vegetali. Si tratta probabilmente di un letto rituale, poiché non fu mai effettivamente utilizzato e le gambe, in forma di zampe di leone, avevano verosimilmente una funzione apotropaica: erano cioè intese come presenze utili a scacciare elementi maligni. Alle sue estremità vi erano una sorta di schienale per i piedi e lo spazio in cui alloggiare il poggiatesta.
Di quest’ultimo accessorio si può vedere in mostra un esemplare appartenuto a un funzionario di nome Pepi e la sua rigidità non deve trarre in inganno. Anche grazie a confronti etnografici con manufatti analoghi tuttora diffusi presso popolazioni dell’Africa Centrale, i poggiatesta venivano effettivamente adoperati: per generare un diffuso benessere grazie al sollevamento del capo, per proteggersi dalle punture di scorpioni e altri insetti e per godere di una maggiore frescura.
Nelle vetrine successive, molti oggetti provengono da Tanis, località situata presso l’estremità orientale del delta del Nilo, nella quale, grazie agli scavi degli archeologi francesi Pierre Montet e Georges Goyon, venne alla luce una necropoli reale. Fra le altre, furono individuate le tombe, intatte, dei faraoni Psusennes I (XXI dinastia) e Osorkon II e Amenemope, entrambi appartenenti alla XXII dinastia. In termini cronologici, siamo quindi nel I millennio a.C.
Il pozzo delle meraviglie
L’ampia sezione dedicata alla vita oltre la morte si chiude con un’altra importante scoperta, di cui fu teatro la località di Bab el-Gasus. Qui, il 5 febbraio del 1881, altri due francesi, Eugène Grebaut e Georges Daressy, si imbatterono in un pozzo, profondo 10 m, dal quale originavano due corridoi: all’interno erano stati sepolti i grandi sacerdoti di Amon con le loro famiglie e quindi coloro che avevano governato l’Alto Egitto per circa 200 anni. Della eccezionale mole di materiali rinvenuti – e oggi dispersi in oltre 50 Paesi – fa parte il sarcofago di una donna di nome Ankhefenmut, uno dei 660 recuperati a Bab el-Gasus.
Rispetto a quelli esposti nelle prime sale, appare evidente la diversa colorazione, determinata dal fatto che l’oro è stato sostituito dall’orpimento, un pigmento a base di arsenico che conferisce una tonalità giallastra. Una soluzione che, in un’epoca di crisi come era quella della XXI dinastia (1069-945 a.C. circa), a cui il sarcofago risale, permetteva di ottenere risultati comunque soddisfacenti. Restano invece invariati i motivi decorativi – la dea Nut, lo scarabeo, il disco solare… – che, anzi, si fanno ancor più invadenti: in questa fase, infatti, si assiste al fenomeno che gli studiosi definiscono di architettonizzazione dei sarcofagi, che consiste nel riversare su di essi tutte le decorazioni che, nel passato, avrebbero occupato le pareti della tomba.

Si passa quindi al secondo piano e il percorso riprende dalla sala in cui i faraoni, nella sezione Un re e il suo popolo, lasciano spazio ai comprimari, comunque appartenenti alle classi più elevate della società. Uno di loro è Sennefer, che vediamo ritratto nel gruppo scultoreo in granodiorite che lo raffigura insieme alla sua famiglia, proveniente dal tempio di Karnak. Sennefer fu quello che potremmo definire un grand commis del regno di Amenhotep II, faraone della XVIII dinastia (1424-1398 a.C. circa): ricoprì infatti alte cariche, fra cui quelle di «Sindaco di Tebe» e «Sovrintendente ai giardini di Amon».
Ma la sua fama moderna deriva soprattutto dalla sua tomba, rinvenuta a Sheikh Abd el-Qurna, sulla riva occidentale del Nilo, a Luxor, e detta «delle Vigne». Il sepolcro è infatti impreziosito da un ciclo di pitture murali che hanno per tema la viticoltura, evocate dalle riproduzioni fofografiche che attorniano la statua di Sennefer. Al di là del valore estetico, la vivace rappresentazione dei tralci di vite carichi di grappoli è prova di come anche la produzione del vino fosse attestata presso gli Egiziani, che erano sì grandi consumatori di birra, ma non disdegnavano la bevanda ricavata dall’uva.


Nella stessa sezione una placchetta in cera testimonia un aspetto solo apparentemente minore della religione egiziana: si tratta di un esemplare di occhio udjat, un amuleto ritenuto capace di proteggere non soltanto i vivi, ma anche i morti. Ecco perché veniva fatto indossare alle mummie o collocato fra le bende di lino per preservarne gli organi. L’origine dell’udjat deriva dal mito di Osiride e Iside e, in particolare dalle malefatte del dio Seth, che, dopo avere assassinato suo fratello, Osiride, cercò di fare altrettanto con suo figlio Horo, il dio falco. In uno degli scontri Seth strappò l’occhio a Horo, che riuscì però a recuperarlo e, dopo varie vicissitudini, riconquistò il trono paterno e l’occhio salvato fu da allora chiamato udjat, che significa «guarito», «sano» o «integro». Come si legge nel pannello di approfondimento che accompagna la placchetta, ancora oggi molti egiziani, come altre popolazioni del mondo, portano amuleti a forma di occhio come forma di protezione.
L’affetto di una nipote
Alla coppia formata da Yuya e Tuya si torna poi con un altro importante prestito accordato dal Museo Egizio del Cairo: si tratta di una sedia appartenuta a una loro nipote, Sitamun, realizzata in legno e decorata con applicazioni in foglia d’oro. Il manufatto, che fu verosimilmente utilizzato dalla sua proprietaria, ha le gambe leonine, due teste coronate, e mostra due ancelle che fanno un’offerta a Sitamun, rappresentata al centro.
La presenza della sedia fra i beni del corredo funerario di Yuya e Tuya prova che si trattò di un dono fatto dalla nipote ai nonni al momento della loro morte, suggerendo l’intenso rapporto affettivo che doveva legarli.

Più avanti è stata riunita una ricca selezione dei reperti restituiti dalla cosiddetta Città d’Oro, individuata nel 2021 da Zahi Hawass, anch’essa sulla riva occidentale del Nilo, a Luxor, a nord del tempio di Medinet Habu. Si tratta di una scoperta di particolare importanza, poiché ha gettato nuova luce sull’epoca in cui Amenhotep IV rivoluzionò l’Egitto con l’introduzione del culto di Aton. Quella che è stata ribattezzata Citta d’Oro era infatti per gli Egiziani il «dominio dell’abbagliante Aton» e tale denominazione suggerisce che la riforma promossa da Amenhotep IV/Akhenaton fosse già stata immaginata da suo padre, Amenhotep III, che del sito fu il costruttore.
L’epilogo del percorso, nel quale viene affrontato il tema della regalità, propone una sequenza di opere di primissimo ordine. Una di esse è la maschera funeraria del faraone Amenemope, la cui tomba, nella necropoli reale di Tanis, venne scoperta nell’aprile del 1940. Realizzata in cartonnage rivestito d’oro, la maschera mostra un sovrano dal volto giovanile, che indossa il copricapo tipico, il nemes, e sulla cui fronte è incastonato un ureo, simbolo di regalità.
Alle spalle di Amenemope si può ammirare una delle espressioni più alte dell’arte egiziana: il gruppo scultoreo in scisto noto come Triade di Micerino. Al centro vediamo appunto Micerino (faraone della IV dinastia, 2454-2515 a.C. circa), ai lati del quale stanno la dea Hathor, simbolo di fertilità e di vita, e la personificazione del distretto di Tebe. La triade fu rinvenuta nel 1908, nel corso degli scavi condotti a Giza, nel complesso piramidale dello stesso Micerino, che, con quelli di Cheope e Chefren, costituisce una delle aree archeologiche più celebri dell’Egitto.


Un legame millenario
Infine, a suggellare un viaggio davvero affascinante, si può vedere – grazie al prestito concesso dal Museo Egizio di Torino – la spettacolare tavola bronzea nota come Mensa Isiaca. La Mensa fu realizzata con la tecnica della fusione a cera persa e finemente decorata con intarsi in rame, argento e niello. Lo stile delle decorazioni e le soluzioni adottate per la sua fabbricazione suggeriscono che sia stata prodotta nella prima età imperiale romana. A commssionarla potrebbe essere stata Livia in persona, moglie di Augusto, per destinarla al tempio della dea Iside nel Campo Marzio. La sua presenza alle Scuderie del Quirinale non fa quindi altro che rinnovare il forte legame che unì Roma all’Egitto già duemila anni fa.

(Fondazione Museo Egizio/foto Nicola Dell’Aquila )
Stabilire se Tesori dei Faraoni sia riuscita nell’intento di raccontare tremila anni di storia in 130 pezzi non è facile, poiché molto dipende dalla chiave di lettura che si sceglie di adottare e dall’essere o meno «utenti esperti» o persone che per la prima volta sperimentano un incontro ravvicinato con l’antico Egitto.
Il valore delle opere riunite per l’occasione e il fascino che esse esercitano sono innegabili, soprattutto grazie ai molti eccezionali prestiti accordati dal Museo Egizio del Cairo, ma, in casi come questo, va messo nel conto il rischio che proprio la straordinarietà dei materiali faccia ombra ai molti capitoli del racconto. Che, oltre a essere sviluppato attraverso i testi di inquadramento generale sui temi portanti dell’esposizione, si avvale di utili approfondimenti su classi di materiali particolari: come per esempio gli ushabti, l’occhio udjat, le stele funerarie, le teste «di riserva» o le statue «cubo».
Al tempo stesso, è opportuno ricordare che Tesori dei Faraoni è una mostra, alla quale non si può, né si deve chiedere il livello di approfondimento tipico di un museo e invece augurarsi che la sua visita possa diventare uno stimolo ad approfondire la conoscenza delle molte e importanti collezioni permanenti esistenti in Italia: non solo l’Egizio di Torino – che ha collaborato alla realizzazione dell’esposizione -, ma anche, per esempio, la sezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna o il Museo Gregoriano Egizio (istituto formalmente «straniero», essendo parte dei Musei Vaticani).
La mostra Tesori dei Faraoni, curata da Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, è prodotta da ALES-Arte Lavoro e Servizi del Ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto, con il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino.
Tesori dei Faraoni
Roma, Scuderie del Quirinale
fino al 3 maggio 2026
Info https://scuderiequirinale.it/



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