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di Stefano Mammini

Nel 1533 papa Clemente VII diede a Michelangelo l’incarico di rappresentare il Giudizio Universale sulla parete di fondo della Cappella Sistina. Cominciava così la storia di uno dei massimi capolavori dell’arte, la cui realizzazione ebbe inizio un anno più tardi – mentre, nel frattempo, al soglio pontificio era salito Paolo III Farnese – e si concluse nel 1541, nel giorno della vigilia di Ognissanti, quando l’affresco venne finalmente scoperto.

Nei mesi di febbraio e marzo del 2026, l’opera è stata sottoposta a un intervento di manutenzione straordinaria, mirato alla rimozione di una diffusa velatura biancastra, che offuscava la vivacità originaria dei colori scelti da Michelangelo ed è stata accuratamente rimossa per restituire al Giudizio l’aspetto voluto dal maestro. L’intervento ha ispirato a Marco Castracane l’idea di questo Theatrum Mundi, saggio con il quale suggerisce i possibili sottintesi simbolici e ideologici dell’affresco e, in particolare, i messaggi desumibili dalla resa dei personaggi che lo animano.

Prima di entrare nel vivo della questione, l’autore traccia una breve storia della raffigurazione del Giudizio Universale, la cui prima attestazione è, a oggi, uno dei mosaici che ornano la basilica ravennate di Sant’Apollinare Nuovo. Databile al VI secolo, la scena mostra Cristo che separa le pecore dai capri, con le prime a rappresentare i giusti e i secondi i dannati. Altre tappe importanti sono il mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto (1164), il Giudizio Universale affrescato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova (1305), il monumentale ciclo dipinto da Buonamico Buffalmacco nel Camposanto di Pisa (1341) e, soprattutto, il Giudizio realizzato da Luca Signorelli per la Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto.

Quest’ultimo era stato iniziato nel 1447 dal Beato Angelico, che lo lasciò però incompiuto, e fu ripreso da Signorelli nel 1449. L’opera fu portata a termine nel 1504 e viene considerata il precedente diretto del Giudizio michelangiolesco. Come scrive infatti Castracane, la rappresentazione orvietana “evolve dall’essenzialità simbolica bizantina fino alla drammaticità rinascimentale immediatamente precedente al capolavoro della Cappella Sistina”.

Un’amicizia preziosa

Dai modelli che possono aver ispirato Michelangelo o che gli erano comunque noti, si passa alla ricostruzione del contesto ideologico e spirituale nel quale l’artista si trovò a operare e, soprattutto, alla definizione delle correnti di pensiero che potrebbero averlo maggiormente influenzato. In particolare, Castracane sottolinea l’importanza delle idee sostenute dal movimento religioso degli Spirituali e, soprattutto, della frequentazione della marchesa di Pescara Vittoria Colonna, la quale “si rivelò una importante suggeritrice dei principi cristiani che l’artista doveva seguire nell’opera”.

Peraltro, in una composizione segnata dal prevalente anonimato dei personaggi che la affollano, la nobildonna sarebbe una delle poche eccezioni, se è con lei che va identificata la figura femminile che, all’estrema destra del registro centrale del Giudizio, bacia la croce a cui si appoggia un uomo che potrebbe essere un’altra immagine di Cristo. In tal caso la donna sarebbe Maria Maddalena, a cui Michelangelo avrebbe assegnato i tratti della sua devotissima amica.

Il legame fra l’artista e la marchesa è uno dei temi più ampiamente illustrati nelle pagine finali e costituisce senz’altro uno dei motivi di maggior interesse di un saggio che aiuta a posare uno sguardo originale su un capolavoro che non è tale solo per il valore estetico o la perfezione formale.

Marco Castracane
Theatrum Mundi
Gli Attori del Giudizio
Universale di Michelangelo
Arbor Sapientiae Editore, Roma
ISBN 979-12-81427-90-7
Info www.arborsapientiae.com

Ritratto a mezza figura di una donna seduta, disegno su carta di Michelangelo Buonarroti.
1525. Londra, British Museum. L’opera viene interpretata come ritratto della marchesa Vittoria Colonna
(© The Trustees of the British Museum).

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