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di Stefano Mammini

La pittura su pietra ha attraversato la storia dell’arte come una meteora: si è trattato, infatti, di un episodio compreso fra i primi decenni del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo. Tuttavia, la durata del fenomeno non ne sminuisce la rilevanza, come è apparso evidente anche grazie alla recente mostra allestita a Bergamo, presso l’Accademia Carrara (10 ottobre 2025-6 gennaio 2026), che è stata accompagnata dalla pubblicazione del volume omonimo: Arte e Natura. Pittura su pietra tra Cinque e Seicento.

La cura della pubblicazione è di Patrizia Cavazzini, che, insieme a Maria Luisa Pacelli, ha anche coordinato il progetto espositivo, e che qui firma il saggio introduttivo. Pagine che si aprono nel segno di Sebastiano del Piombo, pittore veneziano che amava sperimentare e al quale viene attribuita la scoperta della tecnica che consentiva di utilizzare la pietra come supporto pittorico. Un’“invenzione” della quale l’artista volle mantenere segreta la formula, prima che altri riuscissero a ottenere risultati analoghi.

Santa Caterina da Siena, olio su alabastro egiziano su un lato di un altarolo a due facce di Antonio Tempesta (sull’altro lato, Santa Caterina di Alessandria). 1600-1605. Collezione privata, cortesia Jacopo Peruzzi.

Segreti a parte, la pittura su pietra godette di notevole fortuna, se pensiamo che, come scrive Cavazzini, a Roma “per tutto il Cinquecento e fino all’inizio del Seicento vennero dipinte enormi pale d’altare lapidee”. Presto, tuttavia, queste composizioni manifestarono problemi di carattere tecnico, consistenti innanzi tutto nel più rapido deterioramento dei colori impiegati, ma anche nella fragilità delle lastre, in particolare nel caso di quelle in lavagna (o ardesia).

Problemi che assunsero quasi i contorni di un paradosso: l’utilizzo della pietra come supporto era stato infatti suggerito anche dal valore simbolico che le veniva attribuito e dall’essere considerata potenzialmente eterna e perciò particolarmente adatta a ospitare raffigurazioni di soggetto religioso, nelle quali il concetto di eternità costituiva uno dei temi portanti. In ogni caso, questa tecnica peculiare non cadde in disuso repentinamente, come del resto prova il ricco patrimonio di cui si dà conto nel volume e del quale la mostra di Bergamo ha offerto un campione più che significativo.

Annunciazione, olio su ametista di Carlo Saraceni. 1605-1610.
Milano, collezione G&R Etro (foto Manusardi Fotografi, Milano).

Centri primari della produzione di pitture su pietra furono Roma, Firenze e l’area veneta (con Verona a fare da capofila): un panorama puntualmente descritto dagli altri contribuiti confluiti nel volume, a firma di Pier Ludovico Puddu ed Enrico Maria Guzzo. Ai quali si aggiunge il saggio di Mattia Bruni sull’utilizzo come supporto degli alabastri, verso i quali si indirizzarono le preferenze di molti artisti, sia per il costo della materia prima – reso abbordabile dall’essere molto spesso pietre di spoglio -, sia per le possibilità di combinare gli effetti naturali dell’alabastro con quanto si sceglieva di rappresentare.

Una moda, quest’ultima, che apre la strada a una ulteriore tappa nella storia dell’uso della pietra in pittura: quando tramonta la moda di farne il supporto delle composizioni, i vari tipi di materia prima fino a quel momento adoperati non vengono del tutto accantonati, ma continuano a essere largamente utilizzati, per esempio, per creare cornici, intarsi o commessi.

Alla ricognizione del fenomeno fa seguito il Catalogo delle opere esposte all’Accademia Carrara, ciascuna delle quali è descritta nelle ampie schede, corredate da eccellenti riproduzioni fotografiche. Il già citato Sebastiano del Piombo è presente con un Ritratto di Clemente VII (1531 circa), dipinto a olio su lavagna, al quale è associata una lettera che l’artista scrisse in proposito a Michelangelo Buonarroti e che testimonia dell’interesse che il pontefice in persona aveva manifestato per la tecnica della pittura su pietra.

La rassegna comprende nomi prestigiosi, quali Daniele da Volterra, Jacopo e Francesco Bassano, Paolo Veronese, Palma il Giovane, Mario de’ Fiori, ma anche autori forse meno noti e che però padroneggiarono con maestria l’uso delle lastre lapidee come supporto delle loro creazioni, come Stefano Della Bella, Antonio Tempesta o l’Orbetto (al secolo, Alessandro Turchi).

Negazione di Pietro, olio su lavagna di Salvator Rosa. 1655 circa. Collezione privata (cortesia dell’Editore).

Da segnalare anche uno splendido Ritratto di una giovane aristocratica (1600-1610 circa) di Lavinia Fontana, realizzato a olio su lapislazzuli montato su lavagna. L’opera della pittora venne in seguito impreziosita, intorno al 1630, da una cornice in ebano, montata su un telaio di noce, nella quale sono incastonati diaspro radicellato rosso, diaspro lineato giallo e verde e lapislazzuli. Una cornice che fu per l’occasione “riciclata”: sul retro del telaio si conservano infatti alcune annotazioni che hanno permesso di stabilire come in origine fosse stata destinata a un dipinto di Andrea Sacchi.

Chiudono il volume un’ampia e aggiornata Bibliografia e l’Indice dei nomi. La presenza del secondo merita d’essere segnalata poiché si tratta di un apparato non più scontato e che conferma la cura editoriale che Officina Libraria ripone nella realizzazione dei suoi titoli.

Arte e Natura
Pittura su pietra tra Cinque e Seicento

a cura di Patrizia Cavazzini
Officina Libraria, Roma
ISBN 978-88-3367-360-8
Info www.officinalibraria.net

Marsia scorticato da Apollo, olio su pietra paesina di Stefano Della Bella. 1650-1660 circa.
Collezione privata, cortesia BVK Fine Arts, Milano (foto Manusardi Fotografi, Milano).

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