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di Elisabetta Mero*

Milano ha oggi l’occasione di rileggere la propria identità spirituale e civile attraverso il progetto Ambrosius, dedicato alla valorizzazione del Tesoro di Sant’Ambrogio presso la basilica intitolata al santo vescovo. Aperto al pubblico dal 7 dicembre 2025, giorno in cui si celebra l’anniversario dell’investitura episcopale del patrono, il nuovo percorso museale si presenta profondamente rinnovato nelle forme e nei contenuti, restituendo alla città uno dei suoi nuclei simbolici più potenti.

Ambrosius non è soltanto il nome di un allestimento, ma una dichiarazione di intenti: il progetto ruota attorno alla figura del santo e alla rilettura delle opere che, più che semplici oggetti, appaiono come emanazioni del suo operato e della sua visione. Come osserva Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano, la «ricchissima stratificazione architettonica, artistica e archeologica del complesso trova finalmente una disposizione capace di raccogliere e rendere leggibili le testimonianze materiali di una storia di fede che affonda le sue radici nella presenza delle reliquie del Santo Patrono». È negli spazi stessi della basilica che, come ricorda monsignor Carlo Faccendini, abate di S. Ambrogio, la fede «si è fatta e si fa evidente con particolare intensità».

Un particolare dell’allestimento del Capitolino (foto Marco Ottico).

Il nuovo itinerario espositivo si apre dal transetto laterale destro della Basilica e si sviluppa in tre ambiti principali: l’Aula Ambrosii – antica sacrestia dei monaci, oggi accessibile per la prima volta al pubblico –, il sacello di San Vittore in Ciel d’Oro e il Capitolino, già sede del Tesoro. Il sacello è l’unica testimonianza superstite delle cellae memoriae sorte accanto alle sepolture dei martiri, dove è custodito il celebre ritratto musivo di Ambrogio con la dalmatica, la più antica raffigurazione del santo (seconda metà del V secolo) che è anche l’immagine manifesto di questa riapertura al pubblico.

A queste aree si affiancano i nuovi spazi destinati alla biglietteria, al bookshop e alle attività didattiche, con accesso da piazza Sant’Ambrogio, che coinvolgono anche l’Oratorio della Passione, spazio in precedenza utilizzato come sede di mostre temporanee. Ai piedi del campanile, vicino all’ingresso alla navata destra, è stato collocato il modello ligneo della basilica in scala 1:30, realizzato dal designer, artista ed ebanista Giuseppe Amato in dialogo con il comitato scientifico di Ambrosius.

Giuseppe Amato, modello ligneo in scala 1:30 della basilica di S. Ambrogio (foto Attilio Feder).

Dopo gli interventi attuati nell’Ottocento, nel 1949 e nel 2001, l’attuale allestimento rappresenta la quarta revisione dello spazio espositivo del Tesoro. La sfida affrontata dagli architetti e dai curatori è stata quella di far dialogare il valore devozionale delle opere con il loro rilievo artistico, nel pieno rispetto delle architetture che le custodiscono.

L’ampliamento ottenuto grazie all’allestimento dell’Aula Ambrosii ha consentito di dare spazio a oggetti strettamente legati alla memoria del santo, vere e proprie reliquie ambrosiane come i resti lignei del letto di sant’Ambrogio, la scodella racchiusa in una preziosa oreficeria della fine del XV secolo e la cosiddetta seta di Bahram Gur. Alcune antiche testimonianze tessili – come le dalmatiche attribuite al santo – restano invece escluse dall’esposizione per ragioni conservative.

La scodella di sant’Ambrogio (foto Mauro Ranzani).
Particolare della stoffa dell’altre d’oro (seta di Bahram Gur), seta,
sciamito a tre trame per passata. Costantinopoli, IX sec. (foto Elisabetta Mero).

La seta di Bahram Gur è un raffinato tessuto del IX secolo in sciamito a tre trame, utilizzato dall’arcivescovo Angilberto II per rivestire gli sportelli centrali dell’altare d’oro. Oggi ne ammiriamo due frammenti, sufficienti però a raccontare una storia che intreccia Persia sassanide, Bisanzio e culto carolingio delle reliquie. La stoffa raffigura la leggendaria caccia del re Bahram V, che avrebbe trafitto con una sola freccia l’onagro e il leone che lo assaliva: un racconto giunto in Occidente attraverso le rotte commerciali e tradotto in un ricco repertorio simbolico di palme della vita, animali e motivi ornamentali inquadrati in medaglioni. Destinate a proteggere le reliquie dei santi, queste sete testimoniano una concezione del sacro capace di attraversare culture e secoli.

Nel Capitolino, le due sale che un tempo collegavano la basilica al monastero benedettino, la narrazione si dispiega attraverso reperti archeologici, oreficerie sacre, arredi lignei e opere pittoriche che raccontano la continuità del culto ambrosiano e il prestigio delle committenze. Qui, tra urne, croci, dossali e monumenti funebri, emerge la fedeltà di una comunità che ha custodito nei secoli l’eredità ambrosiana come fondamento della propria identità spirituale e civile.
Spiccano le cinque sculture dei cosiddetti Pleurants o Piagnoni, gruppo in marmo di Candoglia dipinto, attribuito a Jacopino da Tradate, attivo anche nel cantiere del Duomo di Milano agli inizi del XV secolo. Figure incappucciate e dolenti, tipiche dell’arte borgognona – come nel monumento funebre del duca Filippo l’Ardito nella certosa di Champmol a Digione – e rare nel contesto lombardo, accompagnavano in origine i cortei funebri.

Il gruppo di statue in marmo di Candoglia dipinto, note come Pleurants o Piagnoni,
opera attribuita a Jacopino da Tradate (foto Mauro Ranzani).

La disposizione delle opere stimola una rinnovata curiosità verso la figura di Ambrogio, nato a Treviri nel 340 e vescovo di Milano dal 374 al 397, la cui vicenda è narrata anche nelle formelle in argento del lato posteriore dell’altare d’oro realizzato da Vuolvinio per volere dell’arcivescovo Angilberto. Ad Ambrogio si deve una delle più profonde riflessioni sull’idea di città come spazio di dialogo tra coscienza spirituale e responsabilità civica. La sua eredità umana e pastorale è parte viva dell’identità milanese, tanto che dopo di lui la città si dirà “ambrosiana”. Dalla liturgia – tuttora distinta dal rito romano – all’assetto simbolico delle basiliche disposte a croce intorno alla città, Ambrogio ha inciso in modo duraturo sulla forma e sul carattere di Milano.

Formatosi negli studi di retorica e diritto, governatore prima di diventare vescovo, Ambrogio seppe declinare le virtù civiche dell’età romana alla luce della fede cristiana. Donò i suoi beni ai poveri, difese con fermezza l’autonomia della Chiesa dal potere imperiale, si oppose all’imperatrice Giustina e impose all’imperatore Teodosio un pubblico atto di penitenza dopo il massacro di Tessalonica: gesti che segnarono una svolta nei rapporti tra autorità civile e spirituale. Tra coloro che, ascoltando le sue parole, si convertirono vi fu Agostino, battezzato a Milano nella notte di Pasqua del 387.

Una veduta della basilica di S. Ambrogio (foto Amir Farzad).

Fondata da Ambrogio nel 386 sull’antica necropoli dei martiri, la basilica di S. Ambrogio rappresenta da oltre sedici secoli il cuore spirituale e civile della città. Nel tempo, il complesso si è arricchito di monasteri, altari, campanili e cicli decorativi, attraversando le stagioni carolingia, romanica, rinascimentale e barocca, fino ai restauri ottocenteschi e alla drammatica distruzione del 1943, seguita da una ricostruzione che aprì un dibattito cruciale sul senso del restauro moderno.

Il primo allestimento museale del Tesoro risale al 1949, sotto la guida di Ferdinando Reggiori che si occupò di studiare e catalogare le opere anche di altre chiese milanesi come in S. Maria dei Miracoli presso S. Celso. Oggi quel nucleo torna alla città in forma completamente rinnovata, all’interno di un più ampio progetto di valorizzazione del complesso ambrosiano.
La scelta del termine “Tesoro” – e non museo – non è casuale: richiama la presenza fisica del corpo di sant’Ambrogio nella cripta, il vero tesoro della Basilica, celebrato già nell’inno medievale Apparuit thesaurus Ambrosius. Attorno alle reliquie dei santi (Ambrogio e i martiri Gervasio e Protasio) si è costruita e rinnovata nei secoli la basilica, conservando intatta la sua vocazione di luogo di culto e di memoria.

Poetiche e precise, infine, le parole dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che sembrano riassumere il senso dell’intero progetto: «Se sai ascoltare parlano, se sai vedere fanno luce, se sai pensare, immaginare, studiare, i tesori di Sant’Ambrogio raccontano la storia della basilica e della città».

*Elisabetta Mero è storica dell’arte

Ambrosius, Il Tesoro della Basilica di Sant’Ambrogio
Milano, piazza Sant’Ambrogio 23
Info www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it

Il lato posteriore dell’altare d’oro realizzato dal magister Vuolvinio,
con scene della vita di sant’Ambrogio (foto Mauro Ranzani).
Polittico raffigurante la Madonna col Bambino, fra i santi Ambrogio (a sinistra) e Girolamo,
tempera su tavola di Marco Lombardi. XV sec. (foto Mauro Ranzani).

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