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di Stefano Mammini

L’Etruria “propria” corrisponde al territorio grosso modo compreso fra l’Arno e il Tevere: una sua ampia porzione coincide quindi con l’odierno Lazio e qui, infatti, si concentrano alcune delle più importanti testimonianze della civiltà etrusca. A partire dal 1° luglio 2026 c’è una nuova opportunità per favorirne la scoperta (o per tornare a visitarle): si chiama Etruria Go ed è un biglietto integrato che consente di accedere a 11 musei e siti archeologici, valido per un anno dal momento suo primo utilizzo.

La card costa 40 euro, ma è stata prevista anche la formula Etruria Go Young, per i giovani cittadini europei di età compresa tra i 18 e i 25 anni, al costo di 12 euro. È possibile acquistarla tramite la piattaforma e la app Musei Italiani, sia on line, sia su supporto cartaceo (e presso il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, a Roma, è presente il concessionario per i servizi aggiuntivi CoopCulture, abilitato alla vendita on site).

Questi i luoghi della cultura visitabili con Etruria Go: Museo nazionale etrusco di Villa Giulia (con le sedi di Villa Giulia e Villa Poniatowski), Parco archeologico di Veio, Necropoli della Banditaccia e Museo nazionale archeologico Cerite a Cerveteri, Necropoli dei Monterozzi e Museo archeologico nazionale di Tarquinia, Museo archeologico nazionale di Civitavecchia, Museo archeologico di Vulci e Castello della Badia, Museo archeologico nazionale di Tuscania, Museo nazionale etrusco di Rocca Albornoz a Viterbo e Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo a Civita Castellana.

Nella villa del papa

Non esiste una successione ideale delle varie tappe, ma, soprattutto nel caso di un primo approccio con la cultura degli Etruschi, la visita del Museo nazionale etrusco di Villa Giulia può essere un buon punto di partenza. La raccolta ha sede negli spazi della splendida villa fatta costruire da papa Giulio III (da cui il nome), fra il 1550 e il 1555, e ha origine dal museo nato per iniziativa dell’archeologo e uomo politico Felice Barnabei (1842-1922) nel 1889.

A Barnabei si deve, fra l’altro, l’acquisto del Sarcofago degli Sposi, un’urna in terracotta di dimensioni eccezionali, rinvenuta in frammenti (oltre 400) a Cerveteri. All’indomani della sua ricomposizione, l’opera, che è una delle più felici espressioni dell’arte etrusca, databile intorno al 530-520 a.C., è divenuta una delle icone di Villa Giulia. Le cui sale accolgono molti altri capolavori: dalla statua del dio Apollo rinvenuta a Veio, nel santuario di Portonaccio, all’altorilievo con il mito dei Sette a Tebe proveniente da Pyrgi; dalla cista Ficoroni, un prezioso secchiello in bronzo trovato a Palestrina, agli ori della Collezione Castellani; dalle decorazioni architettoniche e scultoree del tempio di Apollo in località Scasato, a Civita Castellana, all’olpe Chigi, una brocca di produzione corinzia, decorata dalla raffigurazione del giudizio di Paride e altre scene.

Un’acquisizione recente

Opere prestigiose, alle quali stanno per aggiungersi le pitture murali della Tomba François di Vulci, recentemente acquistate dallo Stato italiano. Scoperta nel 1857 dall’archeologo fiorentino Alessandro François (1796-1857), la tomba era decorata da un ciclo comprendente scene del sacrificio di prigionieri troiani e di combattimenti tra Etruschi e Romani. Nel 1863, le pitture, divise in 37 pannelli, furono staccate dai principi Torlonia, allora proprietari del monumento, i cui eredi hanno accettato l’offerta di acquisto avanzata dal Ministero della Cultura – pari a 15 milioni di euro – sottoscrivendo l’atto di compravendita il 29 maggio 2026.

Dal punto di vista museale, Villa Giulia rafforza quindi il suo ruolo di capitale dell’Etruria laziale, ma le visite successive offrono la possibilità di conoscere i luoghi che hanno permesso la costituzione delle sue raccolte. Cerveteri è uno degli osservatori privilegiati per la conoscenza degli Etruschi, che ne fecero una delle più ricche e importanti città dell’intera regione mediterranea. Gli echi di quella grandezza si possono cogliere nel Museo archeologico nazionale Cerite, allestito all’interno del castello un tempo proprietà della famiglia Ruspoli, e nella necropoli della Banditaccia.

Capolavori firmati

Distribuiti sui due piani del museo, sono esposti materiali restituiti dagli scavi condotti soprattutto nelle necropoli che circondavano l’area urbana, fra i quali spiccano il vasellame in bucchero – la ceramica etrusca riconoscibile dal colore nero – e i vasi importati dalla Grecia. Fra questi ultimi, da una decina d’anni, vi sono anche il cratere e la kylix di Eufronio, uno dei più celebri ceramisti greci, rientrati in Italia nel 2015, dopo essere stati scavati clandestinamente e poi trafugati e dei quali è stata accertata la provenienza da Cerveteri.

La necropoli della Banditaccia dista un paio di chilometri dal centro abitato ed è uno dei più vasti complessi funerari dell’intera Etruria: basti pensare che l’area recintata e oggi visitabile, pur estendendosi per circa 10 ettari, corrisponde a un decimo dell’intero sepolcreto, nel quale è stato stimato che siano comprese circa 20.000 tombe. Superato l’ingresso del sito – che dal 2004 (insieme a Tarquinia) è Patrimonio dell’Umanità UNESCO – si apre uno scenario suggestivo, fatto di tombe a tumulo, strade scavate nella roccia, pilastrini che in origine segnalavano la presenza dei sepolcri, architetture ispirate a quelle delle case, veri e propri quartieri. Un insieme che spiega plasticamente l’origine del termine necropoli, che, dal greco, vuol dire appunto “città” (pólis) dei “morti” (nekrós).

Fra i monumenti più interessanti, si possono ricordare le tombe dei Capitelli, della Capanna, della Cornice, della Casetta e poi le tombe a dado (via dei Monti della Tolfa, via dei Monti Ceriti), i tumuli Maroi, Mengarelli e del Colonnello e la Tomba Policroma. La più importante delle strade che attraversano la necropoli – ribattezzata in epoca moderna via degli Inferi – collegava la Banditaccia all’area urbana e, all’esterno della zona recintata, si può percorrerne il tratto che, come il resto del sito, fu riportato alla luce grazie alle campagne di scavo condotte tra il 1908 e il 1933 da Raniero Mengarelli (1863-1944).

I colori dell’ultimo viaggio

Osservatorio altrettanto privilegiato è Tarquinia, che, come Cerveteri, può contare su una ricca raccolta – Il Museo archeologico nazionale – e su un’area archeologica – la necropoli dei Monterozzi – caratterizzata dalla presenza di numerose tombe dipinte.

Il museo è allestito nel magnifico palazzo voluto dal cardinale Giovanni Vitelleschi e costruito fra il 1436 e il 1439. L’opera più celebre è l’altorilievo dei Cavalli Alati, rinvenuto nel tempio dell’Ara della Regina e che era parte della decorazione frontonale. Un capolavoro che, seppure al contrario, ebbe anche l’onore di figurare sul francobollo da 300 lire emesso dalle Poste italiane per l’affrancatura degli espressi. Da segnalare anche la ricca collezione di sarcofagi, i cui coperchi sono scolpiti con i ritratti dei defunti, e le tombe dipinte per le quali si decise di praticare lo “strappo” delle pitture, ricomponendole nel museo: sono le tombe del Triclinio, delle Bighe, delle Olimpiadi e della Nave.

Le altre tombe dipinte a oggi note sono invece lì dov’erano state scavate e decorate, nella necropoli dei Monterozzi, a poco meno di tre chilometri dalla Tarquinia moderna. A oggi se ne conoscono circa 200, che, è bene ricordarlo, rappresentano una minima parte del numero complessivo dei sepolcri distribuiti in questa zona, circa seimila. Così come è importante considerare che questo genere di monumenti era alla portata solo delle classi più abbienti. Realizzate fra il VII e il II secolo a.C., sono una importante manifestazione artistica, ma, al tempo stesso, una preziosa documentazione degli usi e dei costumi legati passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena.

Per garantirne la conservazione, le tombe sono da anni chiuse da porte trasparenti a taglio termico, attraverso le quali si ha comunque una buona visione delle scene rappresentate. Attualmente se ne possono visitare 22, fra le quali figurano alcuni dei monumenti più famosi, come le tombe della Caccia e della Pesca, Cardarelli, dei Caronti, dei Demoni Azzurri, del Fiore di Loto, della Fustigazione, dei Giocolieri, del Guerriero, delle Leonesse e dei Leopardi. Sulle pareti dipinte si succedono scene di banchetti, di competizioni sportive, danze, giochi, ma anche immagini di demoni del mondo infero. E, immancabili, nei frontoni a timpano che sormontano le pareti di fondo degli ipogei, animali, come gli eleganti felini maculati che danno nome alla splendida Tomba dei Leopardi.

Vasi come status symbol

Non meno ricca di Cerveteri e Tarquinia fu Vulci e il Museo archeologico allestito nel medievale Castello della Badia, al quale si arriva percorrendo l’omonimo ponte che scavalca il fiume Fiora, ne offre una prova eloquente: nelle vetrine, infatti, abbondano i vasi di importazione, acquistati dai maggiorenti della città, che era anch’essa tra le più fiorenti, tanto da far parte della dodecapoli, la lega che, come suggerisce il nome, riuniva i dodici centri più importanti d’Etruria. Una ricchezza confermata anche da scoperte recenti, come, per esempio, quella della Tomba delle Mani d’Argento, del cui corredo doveva far parte una statua con le mani rivestite appunto d’argento.

Era invece rivestita di bronzo la biga rinvenuta nel 1967 in una tomba della necropoli di Ischia di Castro: risalente al 530-520 a.C., il carro era del tipo noto come currus e fu deposto nel sepolcro di una ricca aristocratica, che accolse anche le spoglie della pariglia di cavalli che lo aveva tirato. Inserito nella ricostruzione del contesto originario, il prezioso reperto è oggi esposto a Viterbo, nel Museo nazionale etrusco di Rocca Albornoz, il possente fortilizio edificato nel 1354 per volere di Gil Alvarez Carrillo de Albornoz, cancelliere di Alfonso XI di Castiglia. Qui sono esposti, fra gli altri, anche materiali provenienti dai due siti di San Giovenale e Acquarossa, la cui esplorazione ha fatto luce sull’organizzazione delle aree di abitato e degli spazi domestici.

Le mille forme della terracotta

Un’altra struttura nata a scopo militare, il Forte Borgiano di Civita Castellana – costruito alla fine del XV secolo da Antonio da Sangallo il Vecchio – è sede del Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco. La raccolta è imperniata innanzi tutto sui materiali recuperati nel sito di Falerii Veteres, fra i quali si segnalano pregevoli elementi architettonici in terracotta policroma, ai quali fanno da contorno reperti provenienti da altri insediamenti falisci di questa porzione dell’Alto Lazio: come Corchiano, Vignanello, Nepi e Narce.

L’uso sapiente della terracotta è poi testimoniato dai sarcofagi custoditi nel Museo archeologico nazionale di Tuscania, allestito negli spazi dell’ex convento francescano di Santa Maria del Riposo, un complesso fondato nel 1247, ma che oggi si presenta nelle forme rinascimentali assunte all’indomani degli interventi di ristrutturazione condotti nel XV e XVI secolo.

Ha invece origini settecentesche la palazzina che accoglie il Museo archeologico nazionale di Civitavecchia, del quale si sta portando a termine il riallestimento. Negli spazi già agibili è in corso una mostra temporanea, Il corpo che resta, costruita intorno a uno dei reperti più importanti del museo: un’urna etrusca in terracotta, realizzata a Cerveteri alla fine del VI secolo a.C., con la raffigurazione della prothesis, cioè dell’esposizione del corpo dopo la morte, un tema di origine greca arrivato in Etruria.


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