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di Stefano Mammini

Ad accogliere chi visita Ville e Giardini di Roma. Una Corona di Delizie, la mostra allestita nel Museo di Roma di Palazzo Braschi, è il confronto tra due grandi mappe. La prima è la Nuova Pianta di Roma che Giovanni Battista Nolli pubblicò nel 1748; la seconda è una mappa interattiva, che mostra la distribuzione dei più importanti siti verdi – ville e giardini – oggi esistenti nel territorio della capitale. Il confronto riassume uno dei temi portanti del progetto espositivo, che sottolinea quanto la capitale, fino a poco più di un secolo fa, fosse ancora più ricca di aree verdi rispetto al patrimonio odierno, che pure la colloca fra le città più green d’Europa.

Mappa interattiva che mostra la diffusione delle ville e dei giardini nel territorio
della città di Roma (foto Stefano Mammini).

Una presenza tanto vasta e diffusa si spiega con la storia demografica e urbanistica di Roma. Nel momento di massima espansione, in età imperiale, si stima che la città fosse abitata da almeno 1 milione di persone.
Nei secoli che fecero seguito allo sgretolamento dell’impero, il numero si ridusse drasticamente, fino a scendere a poche decine di migliaia di residenti nell’Alto Medioevo, e si calcola che, prima del 1870, gli abitanti fossero circa 200.000. Di conseguenza, l’estensione delle aree abitate si ridusse considerevolmente e, fino all’Unità d’Italia, ampi spazi poterono essere appunto utilizzati per l’impianto di ville e giardini. Una situazione puntualmente testimoniata dalla pianta di Nolli, che mostra anche come questi siti avessero occupato le zone più pregiate, cioè i colli.

La mappa interattiva si basa invece su una cartografia della Roma contemporanea, sulla quale sono indicati i complessi più significativi. Utilizzando il visore touch screen, per ciascuno di essi è disponibile una scheda contenente i dati essenziali – committenti, epoca di realizzazione, stato attuale, ecc. – corredata da immagini che scorrono sullo schermo principale.

L’ingresso di Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma, nei cui spazi è allestita la mostra Ville e Giardini di Roma. Una Corona di Delizie (foto WPS).
L’inizio del percorso di visita è segnato dalla riproduzione stilizzata del Portale della Vittoria, in via Appia Nuova, che dava accesso a una villa antica (foto Stefano Mammini).

L’inizio del percorso espositivo è segnato dalla riproduzione di un portale monumentale, ideata da Roberta De Marco, a cui si deve il progetto di allestimento della mostra. La struttura ricalca il cosiddetto Portale della Vittoria, che faceva da ingresso a una villa non più esistente situata lungo via Appia Nuova e che fu poi trasformato nell’entrata di un’osteria. Varcata questa soglia, si viene accolti da una citazione di Michel Foucault, scelta per rafforzare il senso che si è voluto dare all’operazione: “Il giardino e la più piccola particella di mondo, eppure è il mondo intero” (da Degli spazi altri, 1967).

Un grande olio su tela attribuito a Matthias Withoos, Villa Aldobrandini (1648-1653), apre quindi la ricca selezione delle opere, 187 in tutto, distribuite nelle 6 sezioni della mostra: Ville del Cinquecento, tra nostalgia dell’Antico e nuovi modelli; Le ville del Seicento: fasto e rappresentazione del potere; Le ville del Settecento: tra magnificenza e “buon gusto”; L’Ottocento tra distruzioni e nuovi giardini per l’urbanistica di Roma capitale; Giardino romano nel Novecento tra propaganda, distruzioni e nuovi modelli; Vivere in villa: svaghi e socialità nei giardini romani. Ogni sezione è caratterizzata da un colore guida e i materiali presentati sono accompagnati, oltre che da pannelli e didascalie, da apparati multimediali e immersivi.

Villa Aldobrandini, olio su tela attribuito a Matthias Withoos. 1648-1653. Roma, Museo di Roma.

È dunque l’occasione di compiere un viaggio nel tempo e nell’elaborazione di stili diversi, che, nell’arco di circa cinque secoli, propongono le molte e originali declinazioni dell’esaltazione del verde. Che spaziano dalla celebrazione del proprio status sociale alla propaganda ideologica, come accadde, in particolare, nel ventennio fascista, nel corso del quale si mise mano alla creazione di numerosi giardini pubblici.

Rafforzare la memoria

incontro con Alessandro Cremona

La presentazione alla stampa della mostra è stata l’occasione per incontrare l’amico Alessandro Cremona, storico dell’arte e curatore della Sovrintendenza Capitolina ai Culturali, che di Ville e Giardini di Roma è uno dei curatori. Alessandro, partirei da una delle affermazioni fatte nel corso del tuo intervento, quando hai detto che la mostra ha uno dei suoi fili conduttori nella memoria: che cosa volevi intendere?

Intendevo riferirmi a due aspetti che considero essenziali: il primo consiste nel voler rammemorare qualcosa che non c’è più. Non si tratta soltanto delle ville distrutte, che oggi non vediamo più, ma anche dei cambiamenti che i giardini hanno subito, un elemento molto importante: il percorso espositivo propone immagini di ville ancora oggi esistenti, immagini nelle quali però, spesso, l’80/90% delle sistemazioni che si vedono non c’è più.
La mostra, quindi, non vuole soltanto ribadire la necessità di salvaguardare ciò che oggi sopravvive, ma rafforzare la memoria di che cosa le ville sono state, di quale valore abbiano avuto. Un esempio può essere quello di Villa Mattei, di cui è esposta una veduta magnifica (un olio su tela di Joseph Heintz il Giovane, databile intorno al 1625, n.d.r.). Oggi è nota come Villa Celimontana ed è un giardino pubblico, frutto di una sistemazione novecentesca, improntata allo stile inglese, ma si è persa la cognizione di ciò che era in passato, perché si trattava, in assoluto, di uno dei giardini più belli di Roma.
Qualcosa è rimasto, ma se si perde la memoria del fasto, si rischia di perdere tutto il resto, che non viene più compreso perché viene decontestualizzato. Si tratta, quindi, di un aspetto molto importante.

Il secondo aspetto è quello della memoria delle ville realmente distrutte: spesso anche i Romani, i cittadini romani, non sanno più che cosa c’era in un certo luogo, e se sopravvive un elemento, per esempio un portale rimasto in piedi, non hanno idea che poteva aver fatto parte di una villa. Oppure non sanno che il Casino dell’Aurora, di cui si è molto parlato negli ultimi tempi, faceva parte di Villa Ludovisi. La mostra vuole quindi provare ad ampliare l’orizzonte e spiegare come la città che oggi abitiamo abbia preso forma anche attraverso la distruzione di alcune sue parti, di cui però restano talvolta le tracce. Tracce che però possono rimanere decontestualizzate, a meno, appunto, di provare a ridefinirne i contesti. Che è uno degli obiettivi del progetto espositivo.

Una sala della sezione Le ville del Seicento. Sulla destra, la pianta di Villa Ludovisi in un acquerello
su carta della seconda metà del XIX secolo; al centro, sullo sfondo, l’ingresso del Casino dell’Aurora
in un olio su tela di Claude-Joseph Vernet (foto WPS).

Nel corso della presentazione, insieme agli altri curatori (Alberta Campitelli e Sandro Santolini) avete spiegato che già vent’anni era stata realizzata una mappatura delle ville e ne erano state contate 160. Adesso, quel censimento è stato aggiornato e si è arrivati a 200 ville. Da intendersi come luoghi effettivamente esistenti o nel numero sono compresi anche siti rintracciati grazie a notizie d’archivio?

Vale la seconda ipotesi. Nel senso che 200 è il numero totale delle ville, che comprende quelle esistenti e quelle non più esistenti. I siti talvolta si sovrappongono, perché alcune ville ne hanno inglobato altre, ma, per semplificare, 200 è il numero scaturito dal censimento sistematico delle ville di Roma. Occorre poi considerare che alcune non esistono più – in una misura pari a circa la metà del totale, a mio avviso -, anche se la loro sparizione è avvenuta nel corso del tempo e non tutte le ville sono state distrutte durante i massicci interventi di urbanizzazione di cui Roma fu teatro all’indomani della proclamazione a capitale: in alcuni casi furono demolite dai giacobini (al tempo della prima Repubblica Romana, 1798-1799, n.d.r.), in altri divennero bersagli di cannoneggiamenti (al tempo della seconda Repubblica Romana, nel 1849, n.d.r.), ma in altri casi ancora le distruzioni avvennero per mano dei proprietari stessi. Questi ultimi spesso abbandonavano un sito, oppure lo inglobavano in un diverso contesto, o, ancora, dopo aver acquistato una villa, decidevano di demolirla per dare vita a una nuova struttura.

Quindi il numero di 200 è quello complessivo. Ed è cresciuto – rispetto alle 160 ville censite vent’anni fa nell’Atlante storico delle ville e dei giardini di Roma curato da me e da Alberta Campitelli – perché, grazie al progredire degli studi, soprattutto sulle ville scomparse, si fanno nuove acquisizioni, e si giunge alla scoperta, al riconoscimento di edifici fino a quel momento non identificati. L’approfondimento degli studi permette quindi di stabilire che determinati complessi erano ville o giardini di delizia, dei quali fino a quel momento non si aveva cognizione.

Villa Mattei, olio su tela di Joseph Heintz il Giovane. 1625 circa. Firenze, Villa La Pietra-New York University (© Foto Giusti Claudio Firenze-Foto Paolo Tosi-Giorgio Misirlis).

Alberta Campitelli ha detto che il lavoro condotto per arrivare a costruire la mostra ha anche aperto nuove prospettive di ricerca e di interpretazione…

Si, nel senso che nel progetto espositivo abbiamo incluso molteplici tipologie, perché il mondo delle ville e giardini è molto articolato e richiederebbe una vera e propria tassonomia. Tuttavia, in estrema sintesi, possiamo dire che per villa dovremmo intendere un edificio destinato alla villeggiatura, una dimora di delizia, staccato dal palazzo, circondato da giardini e non solo.
Una classe tipologicamente diversa è quella dei soli giardini, che possono essere annessi ai palazzi, oppure a determinate strutture. Il Bosco Parrasio (alle pendici del Gianicolo, n.d.r.), per esempio, la sede dell’Accademia dell’Arcadia, non è una villa: si tratta di un giardino costruito appositamente per le riunioni dell’Accademia: pur disponendo di edifici di servizio, di un anfiteatro nel quale gli arcadi si riunivano, resta un giardino e non si può definire villa. Oppure abbiamo casi di edifici che nascono come casali rustici e vengono nobilitati, trasformandosi in dimore di delizia.

Quindi, tornando alle possibili interpretazioni, luoghi come Villa Borghese, Villa Pamphili o Villa Aldobrandini sono entità più facilmente riconoscibili, ma se spostiamo la nostra attenzione su altre tipologie, ecco che il numero cresce, perché ogni caso va riconosciuto. È qualcosa che potremmo avvicinare, “brandianamente”, al concetto di riconoscimento dell’opera d’arte, cioè del valore artistico del manufatto (il riferimento è a Cesare Brandi [1906-1988], storico dell’arte che ha dedicato importanti lavori alla teoria della critica d’arte, n.d.r.). Un valore che spesso non è stato riconosciuto, perché si ignoravano le funzioni di un determinato complesso.
Per esempio, esistono siti che sono stati raffigurati centinaia di volte dai pittori, in quadri che hanno però titoli generici, come Veduta di Roma agli Orti Sallustiani. Mentre, in altri casi, sappiamo di essere alle prese con luoghi ben precisi, come la Villetta Barberini, che era un casino di piacere, una sorta di buen retiro del cardinale, che poteva andarci comodamente in carrozza, percorrendo il centinaio di metri che lo separava dalla residenza principale.

Particolare dell’allestimento di una sala della sezione Ville del Cinquecento. Sulla sinistra, Nettuno e Tritone, bronzo di Gian Lorenzo Bernini. Post 1622. Roma, Galleria Borghese. Sulla destra, Veduta del Giardino Cesi, olio su tavola di Hendrik III van Cleve. 1584. Praga, Národní Galerie (foto WPS).

Un altro caso significativo è quello di una villa invece sconosciuta, che in vari dipinti – così come in disegni e incisioni – è detta Villa di Claudio di Lorena, come nell’acquerello su carta di Norberto Pazzini che abbiamo selezionato per la mostra. La denominazione nasce dall’idea che il pittore francese Claude Lorrain (Claudio di Lorena è l’italianizzazione del suo nome) frequentasse questo luogo. E l’avrebbe fatto perché si trovava lungo le rive del Tevere, in prossimità di Ponte Milvio, vale a dire in una zona che a lui, come a Nicolas Poussin e altri, offriva vedute di grande effetto, tanto che nell’Ottocento si parlava di una promenade de Poussin, che però corre sulla sponda del fiume opposta a quella in cui sorge la villa.

A questa notizia si aggiunse il fraintendimento di un passaggio del testamento di Lorrain, nel quale era scritto che il pittore lasciava in eredità la casa nel paese: “paese” venne infatti interpretato come “campagna” e, di conseguenza, la “casa” fu identificata con la villa sul Tevere. In realtà, nello specificare che la casa si trovava nel paese, Lorrain intendeva riferirsi alla dimora situata nella sua regione natale, cioè la Lorena. Quella che la tradizione identifica come Villa di Claudio di Lorena, è invece un complesso che ha origini antiche, dotato di una torretta, che fu risistemato nel Seicento e divenne famoso proprio grazie ai disegni di Claude Lorrain.

Tanto che – essendomene occupato per la stesura di un articolo – ho contato almeno un centinaio di vedute che lo ritraggono e, grazie alle ricerche che abbiamo portato avanti, abbiamo potuto accertare che si trattava effettivamente di una villa, situata nell’area oggi occupata dal quartiere Prati, non lontano dall’odierna piazza Mazzini, distrutta durante i lavori di costruzione del lungotevere. Non era insomma la villa di Claudio, ma nemmeno un anonimo casale rustico, e Lorrain, come molti altri suoi colleghi, ne aveva intuito il valore, riproducendolo nelle sue vedute.

Particolare dell’allestimento della sezione Vivere in villa. Sulla sinistra,
Festa notturna per il ritorno delle mozzatore nel giardino del Principe Rospigliosi a Santa Maria Maggiore,
olio su tela di Giovanni Reder. 1748. Roma, Museo di Roma (foto WPS).

Come appare evidente fin dal prologo alla mostra, cioè dal confronto tra la pianta del Nolli, disegnata nel 1748, e la mappa interattiva della situazione odierna, molte sono state le ville che, nel tempo, sono scomparse. Fra i molti casi documentati dalla mostra, che al tema dedica un’intera sezione, ne vuoi segnalare qualcuno in particolare, magari meno noto di altri?

Senz’altro quello di Villa Patrizi, che occupava una vasta area all’inizio di via Nomentana, nei pressi di Porta Pia. Grazie al contributo dei prestatori che le detengono, abbiamo potuto esporre quattro opere che propongono una sorta di fotocronaca dei fatti. Il racconto per immagini si apre con due magnifiche vedute di Villa Patrizi e del suo giardino realizzate dal pittore francese Adrien Manglard nella prima metà del Settecento, quindi poco dopo la costruzione del complesso, che era senza dubbio una delle espressioni più riuscite del linguaggio architettonico del tempo.

Un secolo più tardi, nel 1849, la villa fu cannoneggiata dalle truppe della Repubblica Romana: in attesa dell’attacco che i Francesi avrebbero portato da nord, si era infatti scelto di distruggere tutte le strutture che il nemico avrebbe potuto utilizzare per ripararsi o come avamposti.
Della villa non rimase che un cumulo di macerie, che Giovanni Battista Bassi raffigurò in un olio su tela, terzo fotogramma della storia. Poco dopo, la famiglia Patrizi ebbe l’opportunità di ricostruire la villa, con le stesse fattezze dell’originale, e la vediamo in un altro olio su tela di Bassi, dal quale si nota come non fosse stato ripristinato il giardino all’italiana. Infine, nel 1907, il marchese Filippo Patrizi cedette la villa all’Amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Ciò che ne rimaneva, fu demolito per fare posto agli edifici del Ministero dei Lavori Pubblici e del Palazzo delle Ferrovie.

Tre dei dipinti che documentano la storia di Villa Patrizi, riuniti nella sezione
L’Ottocento tra distruzioni e nuovi giardini (foto WPS).

Come già per altre due mostre attualmente in corso – Il Giubileo senza papa e Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione – anche Ville e Giardini di Roma è stata un’occasione per far conoscere e valorizzare il patrimonio della Sovrintendenza Capitolina?

Sì. Quasi una settantina delle 187 opere selezionate per la mostra, quindi di una parte cospicua, appartengono a collezioni della Sovrintendenza. Alcune sono normalmente inserite nell’esposizione permanente del Museo di Roma, come, per esempio, la veduta di Villa Aldobrandini attribuita a Matthias Withoos – un olio su tela databile fra il 1648 e il 1653 – con cui si apre il percorso della mostra. E altre sono state scelte perché si prestano particolarmente bene a documentare aspetti peculiari della vita in villa.

Penso, per esempio, a Festa notturna per il ritorno delle mozzatore nel giardino del Principe Rospigliosi a Santa Maria Maggiore (1748), un olio su tela di Giovanni Reder in cui viene documentato il rientro delle vendemmiatrici, le mozzatore. La festa si svolge nel palazzetto che i Rospigliosi possedevano nei pressi della basilica mariana, che era dotato di un giardino.
Qui il principe organizzava appunto questo genere di feste “popolari”, nel senso che, come il quadro vuole restituire, il saltarello, un ballo tipico, accomuna nobili e contadini, in un contesto gioioso, rallegrato all’accensione delle lanterne. Al di là delle qualità estetiche, opere come questa hanno un importante valore documentario.

Come accade per un dipinto che non appartiene alle collezioni della Sovrintendenza, ma che siamo stati felici di poter inserire, perché viene così esposto al pubblico per la prima volta. Il quadro, un olio su tela di Sébastien Norblin de la Gourdaine e Louis Dupré, proviene da Villa Medici e ci mostra il momento in cui, il 29 aprile 1829, François-René de Chateaubriand – allora ambasciatore di Francia a Roma – riceve a Villa Medici la granduchessa Elena di Russia, in onore della quale suona la banda, si fanno fuochi d’artificio e vengono lanciati palloni aerostatici.

Châteaubriand riceve la granduchessa Elena di Russia nei giardini di Villa Medici il 29 aprile 1829: la partenza dei palloni aerostatici, olio su tela di Sébastien Norblin de la Gourdaine e Louis Dupré. 1835.
Roma, Académie de France à Rome-Villa Medici (foto Stefano Mammini).

Altrettanto inedite sono le planimetrie delle ville realizzate da Charles Percier e Pierre-François-Léonard Fontaine: in mostra ne possiamo ammirare le versioni originali, che consistono nei disegni acquerellati poi utilizzati per dare alle stampe il famoso volume Choix des plus célèbres maisons de plaisance de Rome et de ses environs (1809). Il corpus dei disegni è stato acquisito alcuni anni fa dalla Sovrintendenza Capitolina e oggi lo presentiamo per la prima volta.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra Ville e Giardini di Roma è curata da Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani, Sandro Santolini con il supporto di un Comitato scientifico internazionale composto da Vincenzo Cazzato, Barbara Jatta, Sabine Frommel, Denis Ribouillault e Claudio Strinati. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Con il contributo di Euphorbia Srl Cultura del Paesaggio. Catalogo edito da L’Erma di Bretschneider.

Ville e giardini di Roma: una Corona di Delizie
Roma, Museo di Roma
fino al 12 aprile 2026
Info iel. 06 06 08 (attivo tutti i giorni, 9,00-19,00)
www.museodiroma.it; www.museiincomune.it; www.zetema.it
Veduta con il Tempio di Esculapio a Villa Borghese (particolare), tempera su carta di Albert Christoph Dies. 1793 circa. Collezione privata (foto Stefano Mammini).
Passeggiata al Pincio, olio su tela di Georges-Paul Leroux. 1910. Roma, Galleria d’Arte Moderna. L’opera è esposta nella sezione Vivere in villa (foto WPS).
Particolare dell’allestimento della sezione Giardino romano nel Novecento (foto WPS).

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