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di Stefano Mammini

Per gli addetti ai lavori, a cui il volume si rivolge, l’importanza dell’archeologia preventiva è un dato da tempo acquisito, ma la storia della scoperta e dello scavo del sito dell’età del Bronzo di Ca’ Nova ad Albareto contribuisce a diffondere la consapevolezza di quanto preziosa sia una prassi del genere, soprattutto in un Paese come l’Italia, il cui territorio è stato frequentato dalle comunità umane, fin dalla preistoria, in maniera intensa e capillare.

Nel caso specifico, tutto ha avuto inizio in occasione dei lavori per la realizzazione di un nuovo metanodotto, da Pontremoli a Cortemaggiore. Il tracciato dell’opera coinvolge, fra gli altri, il territorio del comune di Albareto, in provincia di Parma, a ridosso del confine con la Liguria. In particolare, uno dei cantieri è previsto nella zona del Monte Chiaro, nella quale, già in precedenza, era stata segnalata la presenza di materiale archeologico. La presenza viene confermata dai primi sterri e l’area si trasforma in un cantiere di scavo archeologico, nel quale, fra il 2017 e il 2019, vengono condotte le indagini ora pubblicate.

Le ricerche sono state svolte seguendo un approccio interdisciplinare, che ha permesso di ricostruire il quadro delle cinque fasi di vita del sito, comprese fra l’età del Bronzo – che costituisce l’episodio più significativo – e l’epoca moderna. Indagini che, come viene ricordato nel primo capitolo, hanno potuto beneficiare della disponibilità di SNAM-Rete Gas S.p.A., con cui la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza ha stabilito un rapporto di collaborazione definito esemplare.

Vengono quindi illustrate le caratteristiche geologiche, geomorfologiche e stratigrafiche del sito e del contesto in cui ricade. Frutto di osservazioni che hanno fornito indicazioni preziose per ricostruire la storia della frequentazione umana dell’area e, al tempo stesso, dei fenomeni con i quali gli antichi abitatori dovettero confrontarsi, come, per esempio, gli effetti dell’esistenza di un bacino lacustre. Oppure la presenza di numerosi carboni di legno di abete bianco, con ogni probabilità riconducibili alla pratica del disboscamento (slash and burn), attuata per guadagnare terreni utili al pascolo o alla coltivazione.

Frammenti di vasi in ceramica dell’età del Bronzo rinvenuti nello scavo.

Come detto, lo scavo ha consentito di distinguere cinque fasi di vita, che vanno dall’antica età del Bronzo (XX-XVIII secolo a.C. circa) all’età moderna (XIX secolo). Le datazioni sono state desunte dalla tipologia dei reperti recuperati – soprattutto dalla ceramica – e, ove possibile, da analisi condotte con il metodo del radiocarbonio. Che, tuttavia, è stato possibile associare direttamente ai materiali solo nel caso della media età del Bronzo, per un campione datato fra il 1618 e il 1500 a.C. Le altre date ottenute, infatti, pur coerenti con la sequenza stratigrafica, vanno riferite ad attività svolte nell’area, ma non nel sito vero e proprio.

Le indagini hanno riportato alla luce numerose buche di palo, un focolare, un piano di calpestio, tracce di una probabile struttura abitativa e due fosse, forse scavate allo scopo di raccogliere l’acqua. La tipologia dell’intervento – la verifica archeologica è stata prescritta unicamente per l’area del cantiere destinato alla posa in opera del metanodotto (37 x 24 m) – ha obbligato a ricostruire ipoteticamente le funzioni dei vari elementi: come viene sottolineato, l’insediamento doveva infatti occupare una superficie più ampia e quindi solo un’indagine estensiva potrebbe chiarire meglio la natura dell’intero palinsesto.

I capitoli successivi sono dedicati ai materiali rinvenuti nel corso delle campagne di scavo, fra i quali spiccano due frammenti di una laminetta in oro, trovati all’interno di una delle fosse, più volte ripiegati. Grazie ai successivi interventi di pulitura e conservazione, è stato possibile svolgerli ed esaminarne le caratteristiche. La presenza di un forellino su uno dei due frammenti ha suggerito che potesse trattarsi di una decorazione cucita su cuoio o stoffa, mentre il tipo di lavorazione della lamina – lucidata soltanto su un lato – ha trovato confronti con analoghi manufatti trovati a Creta e in Spagna.

Nell’ultima parte del volume si dà spazio a considerazioni sul contesto in cui può essere inquadrato il sito e sui possibili rapporti con culture coeve a esso vicine. In particolare, viene proposto il confronto con la civiltà delle terramare, che nell’età del Bronzo si affermò in tutta l’area centrale della Pianura Padana. Ca’ Nova e altri insediamenti del settore occidentale dell’Appennino parmense mantengono caratteri distinti, tanto da suggerire l’esistenza di una sorta di fascia di “confine” fra le due aree culturali.

Il sito di Ca’ Nova visse momenti di ripresa della sua frequentazione nella seconda età del Ferro, in epoca romana e, infine, sul finire dell’Ottocento: episodi con i quali si chiudono la documentazione delle indagini e l’interpretazione dei dati che ne sono stati ricavati.

Roberta Conversi,
Maria Bernabò Brea (a cura di)
Il sito dell’età del Bronzo
di Ca’ Nova ad Albareto (PR)
Origines 38, Istituto Italiano
di Preistoria e Protostoria, Firenze
ISBN 978-88-6045-104-0
Info www.iipp.it

Planimetria generale delle tracce strutturali dell’intera area di scavo.

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