di Anna Maria Baiamonte
Fra le scene più celebri del ciclo dipinto della Tomba François di Vulci, capolavoro dell’arte etrusca che, dal 1° luglio 2026, ha arricchito la collezione permanente del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, spicca il grande pannello con il sacrificio rituale degli eroi troiani presso il sepolcro di Patroclo, originale reinterpretazione del mito greco che proietta subito chi guarda nel fantasmagorico immaginario etrusco sull’aldilà.
Perché gli Etruschi erano ben noti fin dagli antichi Romani per l’intensità quasi ossessionata con cui erano soliti rappresentare il mondo dei morti. Lo ricorda anche Plauto che, nei Captivi, evoca quei multa picta cruciamenta, i numerosi tormenti infernali dipinti che il pubblico, e lo stesso Plauto, evidentemente aveva spesso l’occasione di osservare di persona in Etruria e a Roma, sulle pareti dei templi, delle tombe e sui corredi funerari.
Tornando al dipinto della Tomba François, al centro della scena troviamo Achille mentre sgozza un prigioniero, circondato da una suprema rappresentanza del regno dell’oltretomba. Al suo fianco infatti c’è Charu, guardiano degli inferi, accompagnato dalla demonessa alata Vanth. Omologo del greco Caronte, di cui ha assunto il nome pur mantenendo caratteristiche indipendenti, Charu, più che un traghettatore, è propriamente un guardiano delle porte infernali, ritratto spesso – proprio come nell’affresco da Vulci – con una grande mazza o un martello, la pelle blu o grigia, il naso adunco, grandi orecchie appuntite e la barba ispida.

In una dimensione ultraterrena popolata da una gran moltitudine di esseri soprannaturali, Charu non è solo nello svolgimento del suo incarico. Al giusto ordine dell’oltretomba sovrintende un altro demone: Tuchulcha. Anche lui ha orecchie a punta, grandi sopracciglia e lineamenti ferini, indossa un lungo chitone scuro, stivali e cintura bianchi, così come talvolta bianche sono le sue ali. Spesso è ritratto sulle pareti delle tombe in funzione deterrente, per tenere lontani i ladri e i visitatori indesiderati. Invece Vanth, oltre a essere un nome proprio, indica al tempo stesso un gruppo di demonesse: le Vanth o Lase, che nella demonologia etrusca sembrano dominare per numero e ferocia rispetto ai corrispettivi maschili.
Un fiume di fuoco
Tutti questi personaggi abitano ed esercitano le loro specifiche funzioni in un luogo tetro e ferale conosciuto con il nome di Acheronte. Termine che, per estensione, designa l’intero dominio sotterraneo, ma riveste anche una precisa identità topografica: Acheronte è infatti il più tetro dei fiumi infernali, talvolta concepito come un fiume di fuoco – l’Acheronte in fiamme (Acherontis adusti) descritto da Lucano (Pharsalia 3, 16) sulle cui acque il nocchiero Caronte si prepara a traghettare innumerevoli anime – o un corso d’acqua fangosa ribollente in una voragine di pus e veleni da cui esalano vapori mortiferi, presso il quale Cerbero, Tisifone, Megera e altre creature infernali placano la loro inestinguibile sete: «Più cupo di questi, l’Acheronte ribolle di melma e denso veleno e, eruttando con un mormorio gelida rena, scende lento attraverso nere paludi con la sua pozza stagnante; Cerbero beve questa melma non con una sola bocca, queste sono anche le coppe di Tisifone, e l’oscura Megera ha sete di questa [bevanda]» («tristior his Acheron sanie crassoque veneno aestuat et gelidam eructans cum murmure harenam descendit nigra lentus per stagna palude, hanc potat saniem non uno Cerberus ore, haec et Tisiphones sunt pocula, et atra Megaera hanc sitit…»; Silio Italico, Punica 13, 571-573).

Il tutto per la sua parte, Acheronte è dunque sia un fiume, sia il luogo dove quel fiume scava il suo percorso. E non si tratta di un luogo qualunque, di una semplice area geografica, ma di un templum, uno spazio sacro entro il quale si compie l’azione religiosa. Sottratto a ogni possibilità di misurazione umana, possiamo solo immaginare questo luogo che, al tempo stesso, è una trama di elementi materici – acqua, aria, terra e fuoco – e una dimensione dell’anima: «O profondi templi acherontei» (Acherusia templa alta), poetava Ennio in quello che a noi è rimasto solo un frammento, evocando sconfinate regioni infere fasciate dal tetro pallore della morte.
Fiume, tempio, spazio incommensurabile: Acheronte è molte cose. Una complessità che, fin dalla tradizione greca, non si risolve in una categoria astratta, ma si traduce in una dimensione tangibile, a un tempo immaginifica e concreta: perché la morte, oltre che odiata e temuta, deve essere anche compresa. E allora Acheronte viene personificato: gli si attribuisce una moglie, Gorgo (o Gorgira, da γοργός, “truce”, “spaventoso”), e una nutrice, Mormolice (o Mormolica, da μορμώ/μορμολύττομαι, “spavento”), entità femminili oscure entrate a far parte del folklore greco insieme ad altri spaventosi demoni muliebri di origini e natura differenti, quali Lamia, Empusa, Gello, Alfitò (Porfirio, Sullo Stige, fr. 4, e anche Strabone, Geografia, 1, 2).
Il futuro nei libri
Le stesse scritture religiose etrusche sono profondamente legate a questa personalità divina, fin dalle loro mitiche origini. Ad Acheronte erano infatti intitolati i libri contenenti la prodigiosa rivelazione e l’insegnamento della haruspicinae disciplina (Libri Acherontici, appunto), incentrati sulla pratica dell’aruspicina da cui gli stessi Romani attinsero la loro sapienza in fatto di arti divinatorie. Se ancora possiamo leggere qualche frammento dell’antica e misteriosa dottrina acherontica e dei suoi rituali, lo dobbiamo al lavoro di ricerca e interpretazione svolto da diversi scrittori latini, da Cicerone a Seneca, che vollero riscoprire e tramandare le antiche tradizioni di cui già al loro tempo si stava perdendo la memoria.
Che l’Acheronte non fosse solo un luogo, ma un’entità divina anche tra gli Etruschi sembra trovare conferma in una testimonianza epigrafica proveniente ancora una volta da Vulci. Le pitture sul Cratere di Alcesti, parte di un ricco corredo funebre risalente al IV secolo a.C. e oggi conservato presso la Biblioteca nazionale di Parigi, catturano il momento dell’abbraccio d’addio tra Alcesti ad Admeto. La coppia è posta tra Charu e un’altra figura, un demone alato che brandisce serpenti identificabile con Tuchulcha. Tra Alcesti e Charu corre un’iscrizione che recita: eca srsce nac aχrum fleχrce, resa con la traduzione “Ella andò e in questo modo soddisfò Acheronte con un sacrificio”. Se ben interpretata, questa è una testimonianza sorprendente, non solo perché è l’unica traccia scritta di un Acheronte etrusco, ma anche perché attesterebbe l’esistenza di un culto ad Acheronte divinizzato, destinatario di offerte e sacrifici.

(Wikimedia Commons).

nella Tomba dei Demoni Azzurri. anch’essa a Tarquinia.
E se davvero aχrum è il nome che designa una tale divinità nell’orizzonte ultramondano etrusco, la sua identità potrebbe riservare ulteriori sorprese: svincolandosi dal canone classico (e maschile) del fiume infernale, l’Acheronte etrusco sembra infatti rivelarsi attraverso il volto inatteso di una divinità di genere femminile.
A offrire un riscontro in questa direzione è ancora il testo plautino. Dopo aver ricordato i molti tormenti dell’inferno conosciuti attraverso le pitture («Ho visto spesso numerose immagini delle torture che sarebbero state inflitte ad Acheronte», «vidi ego multa saepe picta quae Acherunti fierent cruciamenta», Captivi, vv. 993-994), Plauto, per bocca di Tindaro, coglie l’occasione per una critica sociale nei confronti delle dure condizioni cui erano sottoposti gli schiavi nelle miniere, affermando che non c’è inferno che fosse pari ai tormenti inflitti ai condannati alle cave di pietra.
Una prospettiva insolita
A differenza del corrispettivo greco, in questo passo il genere di Acheronte è femminile (nulla adaequest Acheruns, niente è paragonabile ad Acheronte): una flessione che può essere avvenuta nel passaggio tra la lingua greca a quella latina attraverso l’etrusco, che non distingueva il genere, anche se non possiamo ricostruirne esattamente i passaggi, né i motivi. In questa insolita prospettiva, è dunque affascinante immaginare che aχrum non fosse solo un luogo, né la semplice personificazione di un concetto astratto, ma l’eco di una potenza primordiale femminile, una sorta di “madre” terribile delle distese infernali che i Romani impararono a conoscere, a temere e a nominare attraverso la mediazione iconografica delle pitture.
Che si tratti di una rappresentazione figurata o di una percezione concreta, o anche della sopravvivenza di una divinità arcaica, ciò che rileva è che simili raffigurazioni dell’aldilà nelle pitture etrusche – dalla scena del sacrificio degli eroi nella Tomba François a quella del cratere di Alcesti – non rivestivano una funzione puramente decorativa, ma costituivano al contrario una vera e propria realtà visiva autonoma in grado di precedere e plasmare la produzione letteraria: un universo simbolico che si legittima non tanto sulla base di una verità oggettiva quanto sulla forza della sua efficacia comunicativa, sospesa tra la tensione sublime verso mondi ultraterreni e il cupo terrore della morte.
Bibliografia
Giorgio Pasquali, Acheruns, Acheruntis, in “Studi etruschi”, 1, 1927, pp. 291-301 (https://www.studietruschi.org/c-pasquali-acheruns-acheruntis-p-291)
Lisa C. Pieraccini, Mario A. Del Chiaro, Greek in Subject, Etruscan by Design: Alcestis and Admetus on an Etruscan Red-Figure Krater, in S. Schierup, V. Sabetai (eds.), The Regional Production of Red-figure Pottery: Greece, Magna Graecia and Etruria, Copenaghen 2014, pp. 304-10
Chiara Torre, Non solo Virgilio. Visioni oltremondane e luoghi dell’Aldilà nella letteratura latina, Università degli Studi di Milano (Coordinamento Dantesco), dispensa/materiali di studio (https://sites.unimi.it/coordinatedantesche/wp-content/uploads/2022/03/torre.pdf)
Tom Rasmussen, The Imagery of Tomb Objects (Local and Imported) and its Funerary Relevance, in J. MacIntosh Turfa, The Etruscan World, Routledge, London 2013
Brunetto Zannini Quirini, L’aldilà nelle religioni del mondo classico, in P. Xella (a cura di), Archeologia dell’inferno, Essedue edizioni, Verona 1987, pp. 300-301



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